Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Gentile criticò in pubblico l’antisemitismo del regime

di Paolo Mieli

Che Giovanni Gentile ai tempi delle leggi razziali del 1938 si sia prodigato per aiutare non pochi colleghi ebrei è un dato incontrovertibile già ben documentato nel libro di Rossella Faraone Giovanni Gentile e la «questione ebraica» (Rubbettino). Il filosofo, che nel 1944 fu poi ucciso dai Gap per la sua adesione alla Repubblica sociale italiana, si era mosso alla fine degli anni Trenta a favore di Paul Oskar Kristeller, per salvare il quale si era rivolto addirittura a Benito Mussolini. Si era poi dato da fare anche per Rodolfo Mondolfo, Giorgio Levi Della Vida, Arnaldo Momigliano, Richard Walzer, Isacco Sciaky, Gino Arias, Alberto Pincherle, Gina Gabrielli, moglie di un ebreo. Ma un saggio di Giovanni Rota, Il filosofo Gentile e le leggi razziali (uscito sulla «Rivista di storia della filosofia» edita da Franco Angeli) — che pure ha messo in evidenza la diversità tra l’atteggiamento risoluto del filosofo a favore degli israeliti e quello più equivoco di un Delio Cantimori e di moltissimi altri —, ha eccepito che gli interventi gentiliani furono limitati all’«oasi pisana» e come tali rischiano di metterci nelle condizioni di «far scivolare nell’ombra la produzione pubblica del personaggio, ciò che disse apertamente (e anche ciò su cui fu reticente)», inducendoci a perdere di vista «il Gentile che di mestiere scriveva libri e articoli, l’educatore che pronunciava discorsi, teneva conferenze e lezioni all’Università». Va messo in chiaro, scrive ancora Rota, che «la mancanza di pronunciamenti pubblici dopo il 1938 era stata preceduta da un analogo mutismo (in materia di ebrei, ndr) prima di questa data». Lo stesso attivismo a favore di Kristeller, secondo Rota, non può essere configurato come una forma di «protesta nei confronti della legislazione razziale». Talché, se va detto che «la persona Giovanni Gentile non era razzista» e che «il filosofo Gentile non si cimentò certo in una teoria della razza», non per questo si può presentare il «personaggio pubblico Gentile» come una persona che trovò il modo di pronunciarsi in pubblico contro le leggi antisemite.

Adesso un nuovo libro di Paolo Simoncelli, «Non credo neanch’io alla razza». Gentile e i colleghi ebrei, di imminente pubblicazione per Le Lettere, prova a rispondere a Giovanni Rota. Tanto per cominciare mettendo in evidenza le parole di cui al titolo del libro («Non credo neanch’io alla razza»), scritte da Giovanni Gentile in una lettera a Girolamo Palazzina, che sono seguite da «e l’ho detto ben forte a chi di ragione», laddove s’intende che quel «chi di ragione» altri non è se non Benito Mussolini. D’altra parte, quando si parla di Gentile, secondo Simoncelli, è un fatto che non ci siano tracce di «compromesso» con il razzismo nelle sue attività come docente all’Università di Roma o alla Normale di Pisa. E neanche in quelle di direttore dell’Enciclopedia italiana o del «Giornale critico della filosofia italiana». Anzi.
Nella prolusione alla seduta inaugurale (dunque «pubblica») dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, tenutasi a Roma al teatro Brancaccio il 21 dicembre del 1933 (quando, cioè, Adolf Hitler era al potere da quasi un anno), Gentile disse: «Roma non ebbe mai un’idea che fosse esclusiva e negatrice… Essa accolse sempre, e fuse nel suo seno, idee e forze, costumi e popoli. Così poté attuare il suo programma di fare dell’urbe, l’orbe. La prima e la seconda volta, la Roma antica e la Roma cristiana: volgendosi con accogliente simpatia e pronta e conciliatrice intelligenza a ogni nazione, a ogni forma di vivere civile, niente ritenendo alieno da sé che fosse umano. Sono i popoli piccoli e di scarse riserve quelli che si chiudono gelosamente in sé stessi, in un nazionalismo schivo e sterile». Parole che, scrive Simoncelli, stanno a testimoniare «la condanna di un nazionalismo gretto, incapace di aprirsi ad apporti culturali diversi». Condanna «espressa in pubblico e poi consegnata alle stampe, nel pieno montare delle persecuzioni antiebraiche nella Germania nazista». Poi, il 21 giugno del 1940, pochi giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, in un articolo per la rivista «Civiltà», Gentile proponeva, nel nome della tradizione dell’antica Roma, «un processo di unificazioni di stirpi e religioni» che certo, insiste Simoncelli, era in contrasto con le tesi sulla purezza della razza. E quell’articolo era pubblico. Temi su cui tornava con un nuovo articolo, sempre su «Civiltà», il 6 gennaio del 1942, a ridosso dell’aggressione giapponese di Pearl Harbour, per perorare la causa di un nuovo ordine internazionale che riconoscesse «il vantaggio della mutua intelligenza e della collaborazione fraterna delle razze diverse, nessuna delle quali è nata a servire». Pubblico anche questo. Pochi giorni dopo, il 15 gennaio, scrive ancora Simoncelli, «in una circostanza pubblica e di particolare solennità», una conferenza al teatro Brancaccio di Roma di monsignor Celso Costantini, segretario della Congregazione di Propaganda Fide, il filosofo si spingeva a prevedere una «nuova collaborazione a cui tutte le razze saranno chiamate alla fine del presente conflitto».

Il 28 maggio del 1943, in occasione dell’affollata commemorazione alla Normale di Michele Barbi (un personaggio che incontreremo più avanti), aveva reso omaggio al comune maestro Alessandro D’Ancona: «Noi che avemmo la fortuna di essere stati alla scuola del D’Ancona, lo ricordiamo maestro di scienza e di vita, quello che più di tutti ci fece sentire ed amare nella perennità della storia e del calore della fede vivente la Patria immortale; e abbandonarlo oggi all’oblio ci parrebbe empietà vile, poiché anche nella furia della lotta più aspra si può e si deve serbare la misura e osservare la giustizia». Parole che non mancarono di trovare ampia eco negli ambienti antifascisti, dal momento che D’Ancona era ebreo. A questo punto è doveroso porci una domanda: quale altra personalità del regime ebbe il coraggio di dire in pubblico cose del genere? Nessuno. Anche chi avrebbe avuto obiezioni da muovere, se ne restò in silenzio. E il silenzio non fu solo quello degli uomini di Mussolini…

Nel bel libro Passaggi (Einaudi), Vittorio Foa, parlando di suoi amici «illustri antifascisti», ha messo il dito sulla piaga: a parte Croce e pochissimi altri, «nessuno aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un’immonda violenza… I nomi che mi vengono subito in mente sono quelli della mia parte politica, taciturni come tutti gli altri».
Per approfondire di cosa stava parlando Vittorio Foa, è interessante osservare quel che accadde verso la fine degli anni Trenta alla Sansoni, la casa editrice di Giovanni Gentile, guidata da suo figlio Federico. Se ne occupò già Gianfranco Pedullà in un libro, Il mercato delle idee. Giovanni Gentile e la casa editrice Sansoni (Il Mulino), che però non dava conto di alcuni scambi epistolari portati adesso alla luce da Simoncelli. Va detto subito che per la Sansoni lavoravano a vario titolo molti israeliti: Walzer, Mondolfo, Eugenio Colorni, Sciaky, Roberto Almagià, Pincherle, Paolo D’Ancona, Giorgio Falco. E soprattutto un giovane critico messosi in luce con una scintillante monografia su Vittorio Alfieri: Mario Fubini, all’epoca trentottenne, ma già in cattedra a Palermo. Nel 1938 troviamo Fubini al lavoro per curare un volume sui «settecentisti» nella collana dei Classici italiani diretta da Luigi Russo e un altro su Foscolo. A metà luglio il «Giornale d’Italia» pubblica il Manifesto della razza e il mondo gentiliano entra in fibrillazione. Da San Vigilio di Marebbe (dove è in vacanza) Luigi Russo scrive a Federico Gentile a informarlo che il suo «scolaro» Ettore Levi, onde evitare grane al maestro, si è detto disposto a rinunziare al volume su Francesco Petrarca e a «cedere» i risultati delle sue fatiche a un altro normalista, Antonio D’Andrea. Ma, aggiunge Russo, sarà meno facile trattare con Fubini, «il quale si abbatterà moltissimo… e rinunzierà malvolentieri alla nominalità del suo lavoro». Un tono «secco», osserva Simoncelli, «sorprendente perché privo di reazioni sdegnate» contro la legislazione sulla razza, «diretto a risolvere subito l’aspetto pratico del problema» nel sostituire gli studiosi ebrei con altri non ebrei, come se tutto fosse «ineluttabilmente normale». In effetti Fubini si mostra subito assai meno remissivo di Levi. Fubini è in vacanza a Cogne e di lì scrive a Federico Gentile: «Sono molto turbato e rattristato, per le notizie di questi giorni; Ella può pensare quel che significhino per me! Mi sarà dato ancora lavorare come vorrei?». Non tutti, in ogni caso, sono, come Luigi Russo, poco sensibili ai temi etici sollevati dalle leggi razziali. In merito alla «marea antisemita», il vicedirettore della Normale, Gaetano Chiavacci, scrive negli stessi giorni a Federico Gentile una lettera che gli fa onore: «Dovremo assistervi passivi? O è lecito in qualche modo mostrare le grossolane inesattezze di quelle sedicenti conclusioni scientifiche?». Passa qualche giorno e Federico Gentile comunica a Russo di aver scritto a Fubini «con molta delicatezza e amicizia, esortandolo a continuare il lavoro che io in ogni modo pubblicherò». Anche se poi afferma di rendersi conto delle difficoltà. Difficoltà che sono ben presenti a Isacco Sciaky, in vacanza ad Alleghe, che scrive a Giovanni Gentile, da poco trasferitosi in Versilia, preannunciandogli una visita a Forte dei Marmi: «Porterò la pioggia? Responsabilità più, responsabilità meno…». Poco dopo Sciaky si trasferirà a Tel Aviv e all’estero ripareranno nel giro di qualche anno quasi tutti gli studiosi israeliti. Fubini invece resterà in Italia fino al 1943.

Torniamo, adesso, al 1938. A metà agosto, dopo una circolare ai provveditorati che vieta l’adozione di testi firmati da autori ebrei, Russo, in una lettera a Federico Gentile, torna sul caso Fubini: «Non trovo delicato che io o lei si scriva a Fubini; è Fubini che deve dirci da sé, come ha fatto Levi, che rinunzia al suo lavoro, o almeno alla nominalità del suo lavoro». In una seconda missiva Russo proponeva di sostituire Fubini con Emilio Bigi, «un altro normalista», ma, aggiungeva, bisogna preoccuparsi di trattare molto delicatamente il Fubini, «il quale è assai suscettibile e ombroso… La dissimulazione del nome l’offenderebbe e d’altra parte la sospensione della pubblicazione ne deprimerebbe l’amor proprio». Certo, si poteva tenere il suo nome in copertina rinunciando alla diffusione del libro nei licei e Russo si dice disposto in tal caso a «sacrificare, senza essere un eroe, quel po’ di guadagno che mi può venire da tutta l’antologia». Gentile gli risponde che scriverà a Fubini «nel senso da lei indicatomi», cioè per indurlo a farsi da parte, ma lo farà «molto a malincuore e quasi con vergogna».Luigi Russo, però, insiste. Ha saputo che l’editore Principato è costretto a ritirare dalle scuole un libro dell’ebreo Attilio Momigliano (La Letteratura italiana) e vorrebbe potergli subentrare con la sua antologia, anche se si sente in dovere di aggiungere: «È doloroso che bisogna approfittare delle disgrazie altrui per i nostri interessi». Ma l’occasione è ghiotta. Il ministero sta predisponendo un albo dei libri «contaminati» da autori ebrei, libri che per questa ragione non possono essere ammessi al mercato scolastico. Secondo Russo è «il momento giusto per uscire» e «sarebbe veramente un bel guaio se la nostra Antologia per colpa, diciamo così, del povero Fubini, dovesse venire inclusa in quell’elenco». Ma Fubini non risponde. Russo, preoccupato per quel silenzio, torna a scrivere al giovane Gentile: «Io ho apprezzato sempre molto l’ingegno del Fubini, ma non l’animo troppo rimesso. Anche quando le cose gli andavan bene, egli aveva l’abitudine di lamentarsi». Successivamente propone di compensarlo ugualmente e di sostituirlo con Francesco Flora: «Fubini dovrebbe essere contento perché gli si salva il reddito». Passano pochi giorni e il tutto sembra avviarsi a soluzione. Federico Gentile informa Russo di aver ricevuto un’«affettuosa lettera» di Fubini che gli chiede di trovare «la soluzione migliore». «Gli rispondo immediatamente», scrive Gentile, «che cercheremo un nome da sostituire al suo, lasciando a lui tutti i diritti d’autore».

Russo ha fretta. Proprio in quei giorni si lamenta con Benedetto Croce del fatto che, pur essendo il volume in questione «pronto in tipografia da un pezzo» e «nonostante le assicurazioni ufficiali che la raccolta va bene anche coi nuovi programmi», l’editore non si decida «a metterlo fuori». Parole scritte, osserva Simoncelli, «senza alcun cenno alla sostituzione, per la vigente ignominia razziale, del nome del Fubini». Giovanni Gentile, invece, si rende conto del problema e dice che vorrebbe far uscire il libro senza il nome di un curatore che non fosse quello vero: Fubini, appunto. Ma questi si rassegna: «Il mio amico professor Luigi Vigliani, insegnante di italiano e latino al Liceo D’Azeglio», scrive a Federico Gentile, «mi dice di essere disposto ad assumere l’incarico di cui abbiamo parlato. Io preferirei la soluzione accennata da suo padre: ma se non fosse possibile, la cosa si potrebbe accomodare in questo modo». E in quel modo si accomoda. Russo ne sarà compiaciuto, non tornerà mai su quella vicenda e nel dopoguerra — come bene raccontato da Pierluigi Battista in Cancellare le tracce (Rizzoli) e da Paola Frandini in Il teatro della memoria (Manni) — sarà un gran fustigatore di suoi colleghi accusati di qualche compromissione con il fascismo (Natalino Sapegno, Giacomo Debenedetti) e si presenterà, da indipendente, nelle liste del Partito comunista italiano (candidato «di testimonianza», in Sicilia, là dove sapeva che non sarebbe stato eletto) alle elezioni del 18 aprile del 1948.

Ma torniamo ai fatti di dieci anni prima. Il problema che riguarda Fubini si ripropone per l’altro volume, quello su Foscolo. La questione stavolta è sollevata dal presidente del Comitato scientifico per l’Edizione nazionale delle Opere foscoliane, Vittorio Cian. Il quale chiede lumi in merito al «caso Fubini» al direttore dell’edizione, Michele Barbi. Barbi si rivolge allora a Giovanni Gentile, che adesso, alla luce anche del fatto che non esiste alcun divieto per gli ebrei di firmare opere non destinate alla scuola, va a perorare la causa di Fubini con il ministro Giuseppe Bottai. Ma non la spunta. Vien fuori allora la proposta (accolta dal filosofo) di far firmare il libro, sulla base di «un’intesa onorevole», a Plinio Carli, segretario del Comitato foscoliano. Il quale Carli, in una nota «riparatrice», avrebbe trovato il modo di «rendere a ciascuno il suo», cioè di attribuire a Fubini i dovuti meriti per la curatela. Fubini reagisce a quella che considera un’«intimazione» e se ne dispiace con Barbi: «Ho ricevuto la sua lettera. Non mi pare che vi sia, per usare le sue parole, la possibilità di un’intesa onorevole tra il Carli e me: un’intesa come quella di cui ella mi parla, non sarebbe onorevole né per me né per il Carli, e nemmeno, mi permetta di dirlo, per la Commissione che l’ha suggerita e che la dovrebbe sanzionare con la sua autorità… Non vedo poi come il Carli potrebbe in una nota riparatrice “rendere a ciascuno il suo”, dal momento che di “suo” non vi è se non il nome, e mio è tutto il resto».

Successivamente Fubini si spiega con Giovanni Gentile: «Se io accettassi la soluzione propostami, quali fossero i vantaggi personali che ne potrei avere», gli scrive, «io verrei ad aderire ad un atto di ingiustizia, dando il mio consenso alla soppressione del mio nome a un lavoro che mi appartiene». E ancora: «Forse ella mi dirà che io ho pur consentito a lasciar pubblicare sotto un altro nome l’antologia dei Classici italiani da me curata: ma, a parte il fatto che si trattava di un’opera destinata alle scuole e perciò direttamente colpita da una proibizione legale, io sono stato indotto ad accettare la soluzione propostami, unicamente per far un piacere a suo figlio e al Russo, che sarebbero stati danneggiati da un mio rifiuto… Non ho mai amato i sotterfugi e forse avrei fatto meglio a rifiutare, ma non voglio che il caso costituisca un precedente». Inoltre, prosegue, quello foscoliano «è lavoro di tutt’altra importanza, e, a rigore, nessuna legge ne proibisce la pubblicazione… perciò col mio consenso io stesso contribuirei, in certo qual modo, alla effettiva esclusione di noi ebrei dalla cultura della nazione, a cui sentiamo, ora più che mai, di appartenere». Se poi, concludeva Fubini, «la Commissione ritiene di dovere, in seguito al mio rifiuto, ritirarmi l’incarico affidatomi, lo può naturalmente, quali siano i suoi moventi; da parte mia non posso, anche se non mi è dato farle valere, che opporre validissime ragioni giuridiche e morali a una simile decisione». Infine una sfida: «Mi permette di aggiungere che sarebbe per me cagione di vivo dolore il sapere che tra coloro che mi hanno posto quell’alternativa e al mio rifiuto sono disposti a rinunciare all’opera mia, vi è lei a cui, come non pochi della mia generazione, sono debitore di tanta parte della mia cultura? Non posso però credere che ella voglia contribuire, andando al di là dei divieti legali, o, almeno percorrendoli, alla nostra esclusione dalla cultura nazionale ed accrescere in tal modo l’isolamento cui siamo costretti».

Il filosofo rimane toccato da questa lettera e risponde quasi scusandosi: «Né io, né certamente il Barbi, abbiamo pensato un momento a fare la minima pressione sopra la sua volontà e tantomeno a un’intimazione». Dopodiché torna alla carica con Bottai, sottoponendogli nuovamente il «quesito Fubini». Ma non ottiene il via libera. Si muove anche Vittorio Cian — il quale era stato relatore in Senato al momento della conversione in legge dei decreti sulla razza — che parla di «colpa grave» (curioso lapsus, nota Simoncelli: non danno, colpa) inflitta «alla nostra edizione foscoliana» dai «giusti provvedimenti antiebraici» e relaziona a Gentile dicendogli di aver chiesto a Bottai una «semi discriminazione» (cioè una liberatoria) a favore di Fubini. Ma senza risultato. Si trova così un ennesimo compromesso e Barbi scrive a Fubini: «Posso finalmente darti l’assicurazione che desideri dal Comitato, il volume sarà pubblicato anonimo, senza che altro nome figuri né sul frontespizio, né sulla prefazione, neppure quello del Comitato onde nessun equivoco è possibile». Fubini non si rassegna del tutto: «Le condizioni di cui tu mi parli rappresentano per me delle condizioni minime e, se si presentasse la possibilità di condizioni differenti, vale a dire fra l’altro se esistesse anche un solo precedente in questo senso, io avrei diritto di esigere un più aperto riconoscimento dell’opera mia». Nel settembre del 1941 Barbi muore e tutto torna in alto mare. Cian va nuovamente alla carica con Fubini, che non ha più dato notizia di sé. Ma, prima di muoversi, manifesta a Gentile la sua perplessità: «Forse a Fubini sarebbe ostico d’avere a trattare con me di questa faccenda delicata anche perché mi conosce tutt’altro che tenero verso la sua razza». Gentile spedisce Cian da Bottai, che lo riceve con «un’accoglienza cordiale», ma «di pochi minuti, in piedi». Cian continua a lamentarsi del fatto che Fubini non si faccia vivo con lui e sostiene che ciò sia a causa delle sue «idee razziali» talché, suggerisce a Gentile, forse «si arrenderebbe più volentieri — o meno malvolentieri — dinanzi a una tua lettera». Se, osserva Simoncelli, Cian «continuava a ostentare le proprie “idee razziali” che, note al Fubini, lo avrebbero comprensibilmente trattenuto dal volere rapporti con lui, e se quindi toccava a Gentile ristabilire i contatti, era evidente che questi avesse idee diverse e che tale diversità fosse ben nota agli altri protagonisti del caso».

Un contatto tra Fubini e Giovanni Gentile si ristabilisce nell’aprile del 1942, quando il giovane critico scrive all’anziano filosofo una lettera di condoglianze per la morte (il 30 marzo) del figlio Giovannino. Gentile risponde con affetto, riprendendo il discorso da dove si era interrotto: il volume sarebbe stato pubblicato anonimo e ovviamente i diritti sarebbero stati riconosciuti per intero a Fubini nella misura da lui stesso indicata. Ne informa Cian, che così si complimenta: «Hai risposto, come sempre, come non si poteva meglio, ed hai fatto bene, data la razza, a toccare il tasto dei compensi che, del resto, gli spettavano». Ma Fubini non raccoglie quel cenno ai soldi, anzi scrive a Gentile: «Nemmeno ho da fare alcuna proposta sul compenso per il lavoro fatto o per i danni patiti, di cui ella mi parla nell’ultima sua; non chiedo nulla perché mi ripugna fare questione di lucro quella che è per me — a parte il lavoro fatto e reso inutile — una questione morale».

Le cose, poi, si complicarono ancora. Tra l’autunno del ’43 e l’inverno del ’45 è l’ora dell’occupazione nazista e della lotta partigiana. Gentile viene ammazzato da un commando dei Gap. A guerra terminata, nell’agosto del 1945, Cian torna a farsi vivo con Fubini, ma con toni diversi, più melliflui: «Come vedi dall’intestazione di questo foglio ti scrivo in veste, anzitutto, di rappresentante superstite e caduco del Comitato foscoliano, ma anche del vecchio maestro ed amico che gode di darti il tuo ben tornato e di farti i suoi auguri più cordiali… Dopo tanti guai e in mezzo a tante tristezze mi è motivo di conforto il poterti rinnovare oggi, senza più timore di veti di natura extra-letteraria, l’invito a riprendere l’opera tua di collaboratore di prestigio all’edizione del Foscolo…». Poi, come incidentalmente, Cian cerca di nascondersi dietro il filosofo ucciso l’anno precedente: «Non ho bisogno di ricordarti gli sforzi fatti da me allora, con l’aiuto del povero Gentile, per indurre il ministro d’allora a rinunziare al suo veto irragionevole». Fubini evita di fare polemiche e l’anno seguente viene chiamato a subentrare a Cian alla presidenza del Comitato dell’Edizione nazionale delle Opere di Foscolo. Nel 1951 gli è finalmente possibile dare alle stampe il libro che aveva tanto atteso, con il suo nome sul frontespizio. «Quali ragioni abbiano ritardato sino ad oggi la pubblicazione di questo volume, da tempo annunciata, non importa qui ricordare; non ai pochi che bene le conoscono, non agli altri, ai quali potrebbe sembrare che rammentandole io indulgessi a recriminazioni, per tanti rispetti inopportune, o mirassi a cattivarmi la benevolenza del lettore, facendogli presente le difficoltà incontrate in un lavoro già di per sé non facile, che ho dovuto interrompere e riprendere non una sola volta durante un così lungo spazio di tempo», scrive nella prefazione. Ringrazia poi Luigi Vigliani, che gli aveva «prestato» il nome, l’amico Franco Antonicelli, che nel ’42 gli aveva offerto di pubblicare il saggio per l’editrice De Silva, e il preside della facoltà torinese di Giurisprudenza Giuseppe Grosso, «al quale consegnai il manoscritto nell’ottobre del ’43 quando fui costretto ad allontanarmi dal Paese dove mi trovavo e che me lo custodì fedelmente in quei tempi fortunosi». E qui aggiunge — assieme ad una dedica a Michele Barbi — un’esplicita, inaspettata, menzione di Giovanni Gentile che «si dedicò all’Edizione nazionale del Foscolo con quell’impegno e quello zelo che portava in ogni impresa culturale». Per l’epoca fu un fatto clamoroso. Ma nessuno lo notò o fece sapere che lo aveva notato.

(Pubblicato in – ©  «Corriere della Sera» – 19 febbraio 2013)

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