Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

L’errore dei Borbone? Essere amici di tutti

La nostra storia. L’isolamento della Corte di Napoli in un volume di Eugenio Di Rienzo: «Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee»

di Nico Perrone

Non è mai detto che una debellatio istituzionale o politica debba ritenersi senz’appello. Il partito zarista, in Russia, esiste e conta ancora: si allea, organizza manifestazioni, fa parte del cartello delle opposizioni. In Italia, fascisti e monarchici, battuti, hanno i loro partiti e movimenti: i primi, senza preoccuparsi dei divieti legislativi proseguono riti della memoria e si riconoscono nei simboli d’una volta. Insomma non hanno rinunciato, perché sanno che nella politica c’è ancora spazio, e non si può dire neppure che una loro nuova stagione per loro non possa venire.

Con i Borbone invece, la partita sembra proprio chiusa: sconfitti senza neppure una guerra vera e propria. Il Movimento neo-borbonico è un’associazione culturale, che si riunisce per lo più a Gaeta, gente di fede, colta, simpatica. Loro fanno manifestazioni per i soci, festeggiano le ricorrenze del Regno delle Due Sicilie, aprono le riunioni ascoltando in piedi l’inno borbonico musicato da Giovanni Paisiello (1740-1816): davvero più coinvolgente e suggestivo di tanti altri. Ma il clima che si respira in quei raduni è quello di chi sa che un futuro non c’è.

Che avessero dei meriti, i Borbone, nel secolo e mezzo post-unitario non lo si è voluto riconoscere. Ma quel modo assolutamente negativo di guardare verso il loro governo è stato consolidato dalle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità nazionale.

E invece, a parte la prima ferrovia della penisola italiana, la Napoli-Portici (1839), ridicolizzata per i suoi soli sette chilometri di lunghezza, non si era voluto invece mai ricordare che essa rappresentò solo l’inizio di un piano portato avanti rapidamente in altre regioni del regno borbonico. Ma anche il primo grande impianto di spettacolo del mondo intero, il Real Teatro di San Carlo (1737) venne quando il Teatro alla Scala di Milano era ancora lontano, perché arrivò solo nel 1778. Anche altre innovazioni importanti le hanno portate loro. I Borbone hanno preso importanti iniziative di scavi archeologici, nel settore produttivo hanno promosso la lavorazione del ferro e quella connessa delle armi. I grandi impianti, a fini non solo militari, della Real Ferriera di Mongiana (1768) e le fabbriche collegate, furono iniziative borboniche. Nel campo sociale, fondarono la Real Colonia (o Real Sito) di San Leucio (1750), ove si realizzarono anche alcune utopie illuministe e si dette sostanza a certe teorie avanzate di Gaetano Filangieri (1753-1788), come le case per i lavoratori munite di acqua e gabinetto, mentre si dava istruzione tecnica ai giovani per avviarli ai mestieri.

Era dunque superiore a tutti gli altri della penisola il Regno di Napoli? I Borbone ebbero un’ossessione repressiva che si rivelò rovinosa. Era venuta come reazione alla rivoluzione del 1799. Fermò il progresso, mediante una repressione scellerata che in un anno condannò a morte l’intera intelligencija napoletana e isolò la dinastia borbonica dall’Europa. Anche perché mancò ai sovrani di Napoli la capacità di trasmettere, mediante forti relazioni diplomatiche, una buona immagine del regno, e manco loro anche un adeguato potere negoziale internazionale. Quel regno fu perciò indicato come uno scandalo dagli altri Stati d’Europa, per la sua chiusura alle riforme politiche e sociali, per l’arretratezza e la crudeltà del suo sistema giudiziario e repressivo.

Altri Stati della penisola italiana non ebbero neppure una parte di quello che di positivo seppero realizzare a Napoli i Borbone. Avrebbe dovuto essere un elemento di forza per loro, ma fu neutralizzato dal loro isolamento internazionale. C’era una lacuna vistosa, che si rivelerà decisiva nella sconfitta. L’incapacità di tessere una politica estera, la mancanza di una diplomazia autorevole; l’errore di non avere saputo avere per tempo al suo fianco Francia e Regno Unito.

I’impostazione era quella del re Ferdinando II (1810-1859). il quale aveva dichiarato di voler essere «amico di tutti e nemico di nessuno» (1858), impostando così una politica estera che si sarebbe rivelata rovinosa nel momento della crisi. Sono ben documentate e acute le pagine del volume Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee. 1830-1861 di Eugenio Di Rienzo (Rubbettino ed., pp. 230. euro 14), dedicato alla politica estera: e sono proprio quelle che dimostrano l’esiziale debolezza di quello stato. A questo vennero ad aggiungersi la defezione e il tradimento, secondo quanto affermò il comandante della spedizione navale del Regno di Sardegna nelle acque delle Due Sicilie, Carlo Pellion di Persano (1806-1883). Giustamente lo sottolinea Eugenio Di Rienzo, in questo suo libro acuto e documentato.

(Pubblicato il 16 febbraio 2012 – © «La Gazzetta del Mezzogiorno»)

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