Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

John Steinbeck e «l’Unità». Una storia della guerra fredda

di Mauro Canali

La recente traduzione italiana di America and Americans and Selected Nonfictions di John Steinbeck consente, tra le altre cose, di ricostruire integralmente un episodio della guerra fredda passato fino ad ora quasi inosservato: la querelle tra John Steinbeck, il grande scrittore americano, premio Nobel per la letteratura nel 1962, e «l’Unità», l’organo ufficiale del Pci [John Steinbeck, L’America, gli americani e altri scritti, a cura di Bruno Osimo, Padova, Alet Edizioni, 2008]. Nel giugno del 1952, in uno dei momenti più acuti della guerra fredda, Steinbeck era giunto in visita a Roma con la moglie. Era in atto da tempo la guerra di Corea e la stampa controllata dal Pci agitava gli spettri di una incombente guerra nucleare, voluta naturalmente dall’imperialismo americano. «L’Unità» aveva montato una furiosa campagna di stampa contro il presidente americano Truman, accusato di aver fatto ricorso in Corea ad armi batteriologiche. Nel 1952 la fama di Steinbeck era all’apice. I suoi lavori – Pian della Tortilla, Furore, La battaglia, Uomini e topi – erano universalmente noti ed erano stati tradotti nelle principali lingue del pianeta. Essersi sempre schierato con i derelitti, gli emarginati, le vittime innocenti del Dust Bowl, aver descritto le tragedie sociali provocate dalla depressione seguìta alla crisi del 1929, gli avevano fatto acquistare grande popolarità e fama di scrittore amico presso le sinistre di tutto il mondo, ma aveva anche comportato il formarsi di grossi equivoci sul suo orientamento democratico e populista, fortemente impregnato di roosveltismo, era stato evidentemente preso per un radicalismo ostile al sistema capitalistico. Un errore ingiustificato se si considera che era stato da poco pubblicato Diario russo, il resoconto di un viaggio in Urss fatto nell’estate del 1947 da Steinbeck insieme al suo amico, il grande fotografo Robert Capa, in cui lo scrittore non aveva certo lesinato critiche al regime sovietico e allo stalinismo. Steinbeck giungeva a Roma quando era in corso la visita del generale Ridgway, comandante fino ad allora delle truppe alleate in Corea, ed ora nominato comandante in capo della Nato. Il Pci aveva organizzato diverse manifestazioni di protesta contro il generale e lo stesso Togliatti era più volte intervenuto in parlamento per qualificare Ridgway, il «generale peste», alla stregua di un criminale di guerra. In questo contesto s’inserisce l’episodio della polemica Steinbeck-«l’Unità» o per meglio dire Steinbeck-Ezio Taddei, il giornalista del giornale comunista protagonista della polemica.

Taddei aveva preso l’iniziativa di scrivere una Lettera aperta a John Steinbeck, che era un assieme abborracciato dei più vieti argomenti propagandistici antiamericani. Soldati americani che deridevano vecchi italiani e picchiavano sadicamente giovani donne, carri armati americani che schiacciavano sotto di loro bambini coreani, e soprattutto, – ed era su questo che Taddei insisteva, – il ricorso in Corea da parte americana alla guerra batteriologica: bacilli dei più terribili mali inoculati in «mosche, pidocchi, pulci, ragni», e poi l’ordine di Ridgway di seminarli tra la povera gente, contadini, donne, bambini coreani. Il pezzo puntava quindi sul generale Ridgway e su quella che in seguito si doveva rivelare una fantasiosa accusa, cioè il ricorso da parte sua in Corea alla guerra batteriologica. Taddei concludeva paragonando il generale Ridgway al boia di Sing Sing, e rivolgendosi a Steinbeck lo apostrofava retoricamente: «Voi non andreste col carnefice di Sing Sing e nemmeno andreste a spasso col generale Ridgway. Nel caso contrario non sareste più lo scrittore John Steinbeck». La lettera terminava con l’esortazione allo scrittore di unire la sua voce a quella di milioni di altri uomini che stavano protestando contro Ridgway.

Chi era Ezio Taddei? Gian Carlo Fusco ce ne ha lasciato un suggestivo e veritiero profilo nel suo Gli indesiderabili [Sellerio Editore, 2005], come confermano i diversi fascicoli a lui intestati presenti negli archivi fascisti. In gioventù Taddei era stato un anarchico. Condannato nel 1922 a 8 anni di galera per «complotto terroristico», e scontata la pena, aveva tentato di espatriare clandestinamente. Arrestato e condannato ad altri tre anni di galera, subito dopo aver scontato la nuova pena, era stato condannato nell’agosto 1935, quasi senza soluzione di continuità, al confino politico per la durata di due anni. Ottenuta la libertà nel settembre del 1937, al suo secondo tentativo era riuscito a espatriare raggiungendo Parigi. Aveva quindi iniziato a collaborare con i fogli anarchici, e i suoi articoli contro i comunisti erano così violenti che lo stesso Mussolini li aveva sfruttati riproducendone ampi brani sul «Popolo d’Italia». Il suo anticomunismo viscerale aveva suscitato il biasimo di quegli stessi gruppi antifascisti tradizionalmente ostili ai comunisti. Isolato da tutti, Taddei s’era visto costretto, nel settembre 1938, a emigrare negli Stati Uniti. Era vissuto negli ambienti anarchici italo-newyorkesi collaborando con vari fogli di quella tendenza. Strinse un forte vincolo di amicizia con Carlo Tresca e, dopo l’assassinio di quest’ultimo avvenuto in circostanze misteriose nel gennaio del 1943, s’era interamente dedicato alla caccia dei mandanti, finendo per individuarli nell’ambiente malavitoso che ruotava attorno a Generoso Pope, il ricco proprietario di una rete di giornali in lingua italiana, tra i quali Il progresso italo-americano, che aveva attivamente sostenuto per lunghi anni Mussolini e il regime fascista.

Forse le sue insistenze nel reclamare giustizia avevano urtato le autorità newyorkesi di polizia, poiché non appena finita la guerra era stato rimpatriato in Italia come indesiderabile alla stregua di molti gangsters che nel dopoguerra le autorità federali avevano iniziato a rimpatriare nei loro paesi d’origine. Taddei aveva trovato lavoro all’«Unità», come esperto di cose americane. Al giornale comunista aveva portato tutta la sua carica antisistema, ingenerosa verso un paese che in fondo lo aveva accolto in un momento molto difficile della sua esistenza. In quella stagione della guerra fredda, il suo acceso antiamericanismo trovava una singolare sintonia di toni e contenuti nell’organo comunista. Taddei aveva del tutto accantonato il suo vecchio livore anticomunista allineandosi alle direttive del Pci, e la lettera a Steinbeck rivelava la sua assoluta subalternità ai temi agitati dalla macchina propagandistica comunista. Esordiva fornendo delle vicende belliche coreane la tradizionale versione comunista, cioè addossando tutte le responsabilità della guerra alla politica imperialistica di Washington e dando naturalmente per assodato l’uso delle armi batteriologiche da parte delle truppe americane.

Nel far ciò Taddei riservava pesanti apprezzamenti al popolo americano e alla sua classe dirigente. Racconta lo scrittore americano che sulle prime fu talmente disgustato dalla lettera di Taddei che non pensò nemmeno di replicare, ma che poi, informato dai suoi amici americani dell’ampia diffusione di cui godeva il giornale comunista, aveva ritenuto opportuno tornare sulla sua decisione. Del backstage della vicenda non si è saputo nulla fino ad oggi. Ora il racconto viene pubblicato in italiano nel volume L’America e gli americani, con il titolo Duello senza pistole. Steinbeck scrive che si era molto irritato con Taddei, perché «per sporche questioni politiche aveva usato me», e rincarando la dose aggiunge che il giornalista aveva «usato il mio nome non solo per attaccarmi, ma per attirare l’attenzione dei lettori su quello che, secondo me, era un fine subdolo». Lo scrittore americano chiese perciò all’organo del Pci di ospitare la sua replica, ma a condizione che il testo fosse pubblicato integralmente, precisando che se non fosse stato rispettata questa condizione egli avrebbe cercato di farlo pubblicare altrove. I contatti vennero stabiliti. Ma lasciamoli alla descrizione che ne fa lo scrittore.

«Lunedì quelli dell’Unità mi hanno telefonato, tirandomi giù dal letto. La telefonata si è svolta con affabilità e ipocrisia. Erano lieti di aver ricevuto la lettera. Ero lieto che fossero lieti. Volevano pubblicarla. Mi faceva molto piacere. Per questioni di spazio dovevano fare dei tagli: ma naturalmente solo per questioni di spazio. Erano molto gentili. Ma li ho rassicurati che non sono uno scrittore prolisso. Desolato, ma non potevo accettare limiti di spazio. Intendevo pubblicarla altrove? Si. Ci siamo lasciati su questa nota di falsa cortesia».

Dopo una mezz’ora la direzione del giornale tornava alla carica e questa volta chiedeva a Steinbeck un incontro, che avveniva senza che si raggiungesse alcun risultato concreto. Racconta Steinbeck che, dopo aver cercato di rassicurarlo che la lettera di Taddei «non era stata scritta per le ragioni che pensavo, ma anzi era stata rivolta a me in segno di rispetto», gli emissari del giornale avevano avanzato varie ragioni per giustificare la necessità di ridurre la lunghezza dell’intervento, compresa la crisi della carta che in quel momento avrebbe, a loro dire, assillato i giornali italiani. Per pubblicare la lettera integralmente erano necessarie tre colonne. Nessun giornale avrebbe pubblicato un articolo così lungo. Molto serafico lo scrittore aveva risposto: «Non mi risulta». Infatti quasi tutte le testate non comuniste da lui interpellate gli avevano assicurato che lo avrebbero pubblicato inalterato. Si scivolò allora su toni semiminacciosi: Steinbeck sapeva «che secondo la legge italiana il direttore di un giornale ha il diritto di tagliare tutto quello che vuole?». Lo scrittore rispondeva di non saperlo, e ironico replicava che se questa era la legge c’era poco da fare, e che «se se la sentivano di fare dei tagli, che li facessero». I due si accomiatarono senza aggiungere altro. La mattina successiva la lettera veniva pubblicata. Tagliata alla comunista, commenta Steinbeck: «Cancellate tutte le informazioni, i paragrafi erano stati risistemati in modo che il pezzo non avesse senso». «Era un lavoro pessimo», conclude lo scrittore. Non solo. La lettera mutilata, era accompagnata da una replica di Taddei, molto più lunga di tre colonne. A questo punto Steinbeck rompeva gli indugi e inviava la lettera al «Tempo» di Roma, che il 26 giugno la pubblicava integralmente con il titolo Steinbeck contro i comunisti.

La lettera, scritta con toni tra il sarcastico e il serio, di fatto poneva in ridicolo Taddei. Ne smascherava puntualmente gli intenti di mera propaganda, rigettando le accuse di ricorso alla guerra batteriologica da parte delle truppe americane in Corea: «E vengo ora al nucleo della Sua lettera, alla ragione stessa della Sua lettera, la ragione che secondo Lei dovrebbe procurarmi delle noie, la guerra batteriologica». «Ma Lei, caro Taddei, – continuava Steinbeck – può veramente credere che noi quand’anche fossimo quegli orchi che pretende, saremmo tanto stupidi da scatenare il tifo e la peste bubbonica in una zona in cui i nostri soldati sarebbero vulnerabili non meno degli altri?». Steinbeck concludeva che le accuse di guerra batteriologica lanciate da Taddei erano semplicemente un episodio di una guerra propagandistica condotta dai comunisti in maniera insulsa e grottesca. Dietro l’ironia e la cortesia formale si può notare nella lettera di Steinbeck una estrema durezza nei confronti di Taddei («Lei è un cinico. E se Lei è un cinico quale disprezzo deve nutrire per l’intelligenza del popolo italiano, al quale attraverso me si rivolge!»). Più volte egli ripete di non rivolgersi al giornalista, che giudica subalterno ai voleri dei capi comunisti, ma piuttosto al lettore dell’«Unità» che reputa meno avvelenati dalla propaganda («Lascio il giudizio ai suoi lettori, la cui intelligenza Lei tanto sottovaluta»). Circa le accuse di malvagità rivolte ai soldati americani, Steinbeck rievocava il buon ricordo lasciato in Italia dai militari Usa che vi avevano combattuto: «Molti dei suoi lettori – scriveva – ricorderanno quei soldati americani che si privavano delle loro razioni per distribuire dolci ai bambini italiani e ricorderanno anche molte altre prove di bontà e di amicizia da parte dei soldati americani». Descriverli perciò come bruti era una operazione malvagia e ingiustificabile. E quindi la conclusione era sferzante: Lei, Ezio Taddei, è un bugiardo! La reazione dell’«Unità» fu assai imbarazzata. In un corsivo anonimo apparso il 27 giugno dal titolo Uomini e topi, l’organo del Pci, dopo aver dato del fascista al «Tempo», e dopo aver sottolineato che con la lettera «lo scrittore di ‘Uomini e topi’ si mette dalla parte dei topi portatori di peste e difende i suoi generali», azzardava un affondo sullo scrittore «il quale chiede asilo ai filo-repubblichini» e trova pochi uomini disposti «ad aiutarlo nella triste bisogna di difendere la brutalità dell’aggressione». Steinbeck racconta che la giornata successiva fu abbastanza frenetica, «l’Unità ha dichiarato che ero un fascista al soldo di una pubblicazione fascista. I comunisti hanno anche detto che il Collier’s faceva parte di una nota organizzazione nazifascista-imperialista-cannibale di Wall Street il cui obiettivo era distruggere la classe operaia», aggiungendo che «avevano anche riesaminato i miei libri, e non erano poi così belli».

(Il presente articolo è una diversa versione del contributo apparso su Moby Dick del 7 febbraio 2009 – supplemento culturale di «Liberal».)

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