Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Tutto cominciò con una lite su Roma

L’annuncio di Cavour di voler spostare la capitale nel cuore del paese accese il dibattito su centralismo e federalismo. E la formazione della nuova burocrazia statale acuì subito il divario tra Nord e Sud

di Eugenio Di Rienzo

Nell’intervento parlamentare del 25 marzo 1861, Cavour, interrogandosi «sul diritto e sul dovere di insistere affinché Roma fosse riunita all’Italia», tagliava di netto la questione, sostenendo che «senza Roma, capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire». L’annuncio della futura «marcia su Roma» era un guanto di sfida lanciato all’opinione pubblica internazionale che scorgeva nelle parole di Cavour la volontà di continuare la sistematica opera di prevaricazione compiuta dai Savoia contro gli antichi governi legittimi della Penisola.

Questo sentimento non riguardava soltanto la maggioranza dei cattolici europei, ormai persuasi che il Secondo Impero di Napoleone III costituisse l’unico referente politico capace di opporsi alla manomissione dei diritti territoriali del Papato. Anche il filosofo francese Proudhon (socialista e anticlericale) avrebbe dichiarato di non comprendere la necessità di conquistare Roma e di trasferirvi la capitale del nuovo Regno. Cosa, infatti, sosteneva Proudhon, poteva giustificare quella scelta, se Roma, nel corso dei secoli, era diventata soltanto «un museo, una chiesa, un borgo del tutto insignificante come centro d’affari, di scambi commerciali, di produttività, come punto strategico, come importanza di popolazione».

Il fragore degli applausi, che accolse l’esternazione di Cavour nell’aula del neonato Parlamento italiano, coprì le voci di alcuni artefici del moto risorgimentale assolutamente sfavorevoli a quella soluzione. Massimo d’Azeglio, ad esempio, solo due settimane prima, aveva negato ogni rapporto di continuità tra l’antica Roma, cuore di un Impero corrotto e parassitario, e l’Italia del 1861 che trovava il suo punto di forza «nell’onestà dell’amministrazione, nell’indipendenza dei partiti, nella libera iniziativa dei singoli». Nel libello, significativamente intitolato, Questioni urgenti, d’Azeglio sosteneva che «per gli individui come per i governi esistono gli ambienti sani come quelli malati, gli uni che danno forza ed energia, gli altri che producono inerzia e debolezza e che quello di Roma impregnato dei miasmi di 2500 anni di violenze materiali, esercitate dagli Imperatori e dai loro liberti, e poi dalle ipocrisie delle Curia papale non pare il più adatto a infondere salute e vita ad un’Italia giovane  e nuova». Chi oggi, come Cavour, proclamava Roma capitale d’Italia, aveva speculato sull’effetto retorico che quel nome produceva sulle masse, sperando che nessuno osasse domandare «se allo spettacolo delle antiche rovine non sia preferibile quello di una locomotiva che trasporta con la rapidità del vento una massa di uomini tutti eguali, tutti liberi, tutti intenzionati a formare un unico paese».

La volontà di fare dell’Urbe il centro politico del nuovo Stato non rappresentò, dunque, una scelta condivisa ma mise a nudo, al contrario, le divergenze e i risentimenti regionalistici della Penisola. Da una parte, pubblicisti e uomini politici del Sud videro nell’abbandono di Torino il modo di evitare il perpetuarsi dell’egemonia piemontese. Dall’altra, i loro omologhi settentrionali valutarono con preoccupazione il pericolo che quella decisione potesse condurre alla meridionalizzazione dell’intera Italia. Persuase che il Mezzogiorno fosse privo della preparazione culturale e della tempra morale, necessarie a fornire una classe dirigente nazionale, fu allora che le élites del Nord cominciarono ad allontanarsi progressivamente dalla scena politica.

Tra 1861 e 1870, con il ritirarsi delle migliori energie umane dell’area padana dalle carriere statali, per rivolgersi verso le attività imprenditoriali, iniziava lo storico dissidio tra paese produttore e paese improduttivo, tra paese reale e paese burocratico. Si accentuava la frattura tra un Nord, sempre pronto a rivendicare il suo primato economico e un Sud, accusato di costituire una sacca infruttifera, che, a sua volta, replicava di dover sopportare, con gli scarsi proventi della sua agricoltura, il peso della protezione accordata dal governo del Regno alle industrie e ai traffici della Lombardia, del Piemonte, della Liguria.

Fattosi una dal punto di vista politico e amministrativo l’Italia quindi restava profondamente divisa per quello che riguardava la sua costituzione materiale. Unificazione, infatti, non voleva dire Unità come avevano messo in evidenza, durante il nostro Risorgimento, le forti aspirazioni autonomiste che non costituirono un programma monopolizzato da una sola parte politica ma piuttosto formarono un patrimonio comune a quanti (cattolici, liberali, repubblicani, democratici) intendevano conciliare le esigenze della Nazione italiana con le esperienze, le tradizioni, gli interessi dei governi pre-unitari, creando un’architettura istituzionale che poteva meglio favorire la crescita di tutte le componenti territoriali. Eppure, nella memoria dei più, questo ideale resta ancora oggi esclusivamente legato alla fortuna o meglio alla sfortuna del federalismo propugnato negli scritti di Carlo Cattaneo.

Per il grande intellettuale lombardo, animoso organizzatore della rivolta antiaustriaca di Milano nel marzo 1848, il problema delle autonomie locali non rappresentava solo un problema di organizzazione amministrativa ma costituiva un nodo fondamentale che riguardava la corretta distribuzione del potere tra classe politica nazionale e classi politiche locali e che interessava tutta l’estensione dei diritti economici, civili, sociali di una nazione.  Il fondamento del suo federalismo non era, infatti, né storico né geografico ma interamente politico e consisteva nel principio secondo cui lo Stato unitario avrebbe finito per essere «autoritario e dispotico», perché l’accentramento era automaticamente nemico della libera iniziativa e della libertà. Al contrario, sola la pluralità dei centri politici, e dunque una coesione nazionale pluralistica e non indifferenziata, avrebbe fornito un terreno fecondo dove una società moderna poteva prosperare nella direzione del progresso civile.

Cattaneo si considerò e venne a lungo ritenuto il profeta di un’Italia alternativa a quella ipotizzata nel programma di Mazzini e Cavour che, repubblicana o monarchica, doveva essere, in ogni caso, contraddistinta dal massimo di centralizzazione. Eppure proprio Cavour aveva dichiarato, nell’ottobre 1860, di «non voler essere accentratore, come dimostrano i pensieri da me espressi intorno all’ordinamento amministrativo dello Stato». Questa stessa linea di tendenza si era manifestata, alcuni mesi prima, in uno dei suoi più stretti collaboratori, Luigi Carlo Farini, quando aveva sostenuto che «se vogliamo dare alla nostra Patria gli istituti, che più le convengono, occorre rispettare le membrature naturali dell’Italia, senza spegnere le vive forze locali e senza distruggere l’antico organismo grazie al quale esse si mantengono e si manifestano».

Anche Mazzini precisò che «l’unitarietà non doveva identificarsi necessariamente con l’accentramento» e che il nuovo Stato si sarebbe dovuto convenientemente articolare «con un interno moto centrifugo dal centro alla periferia». Il creatore della Giovane Italia non auspicava, quindi, la nascita di un organismo politico ricalcato sul modello napoleonico ma sosteneva, invece, l’opportunità di conciliare l’unità con «una ben intesa autonomia e autarchia delle province e magari delle regioni, per tutto quanto riguardava l’attività legislativa, esecutiva e amministrativa su materie di interesse locale».

Nel 1881, infine, Marco Minghetti avrebbe ripreso questo progetto, venuto meno grazie all’opposizione di buona parte del ceto politico nazionale, concentrandosi ora sull’obiettivo di realizzare una sorta di federalismo finanziario, in virtù del quale alle future aree macroregionali doveva essere assegnata «la gestione della gran parte del bilancio della spesa pubblica», per fare di esse delle strutture «economicamente responsabili» per quello che riguardava l’utilizzazione delle proprie risorse.

Non casualmente allora, quando, nell’ottobre del 1921, Luigi Sturzo proclamò l’esigenza di una riforma dello Stato, incentrata proprio sulle autonomie locali e sul riconoscimento giuridico delle Regioni, intese come enti rappresentativi, elettivi, autonomi e autarchici, con poteri anche legislativi, un altro protagonista del Risorgimento, il liberale Ernesto Artom, sposò immediatamente questa iniziativa. In un saggio apparso sulla Nuova Antologia del gennaio-febbraio 1922, Artom sosteneva, infatti, che quel programma poteva portare a compimento l’«antico disegno delle Regioni che fu opera di comune collaborazione prima del Conte di Cavour e di Farini e poi di Minghetti».

(Pubblicato il 17 marzo 2011 – © «il Giornale»)

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