Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Il martirio di Zara italiana e la medaglia che non c’è

di Paolo Mieli

Nel corso degli anni Quaranta, Zara, quando era ancora italiana, fu il capoluogo di provincia più colpito dalla guerra: l’85 per cento delle abitazioni fu distrutto o seriamente danneggiato e un decimo della popolazione fu ucciso nei bombardamenti, in esecuzioni sommarie, con l’annegamento o nei campi di concentramento. Ciò a seguito di una duplice occupazione straniera: dei nazisti tra il settembre ’43 e la fine di ottobre del ’44 e dopo il novembre del ’44 dei «liberatori», cioè dei partigiani comunisti jugoslavi. Secondo una fonte resistenziale, il prefetto di Padova Gavino Sabadin designato dal Comitato di liberazione nazionale, il conto definitivo degli uccisi fu di 11 fucilati dai tedeschi, 900 trucidati dai soldati di Tito; oltre duemila uomini e donne morirono poi sotto i 54 bombardamenti angloamericani (così massicci perché, su indicazione slava, la città era stata arbitrariamente identificata come un importantissimo centro logistico dell’esercito tedesco), 435 italiani furono infine deportati nei campi di prigionia jugoslavi.

Negli anni Settanta il parlamentare triestino Paolo Barbi ritenne che tale supplizio meritasse un riconoscimento da parte dello Stato e si rivolse in tal senso al ministro della Difesa Attilio Ruffini. Ruffini, però, gli rispose allargando le braccia per l’«incresciosa impossibilità» di far fronte a quella richiesta dal momento che si sarebbe corso il rischio di turbare i rapporti con la Jugoslavia, alla quale Zara apparteneva dal 1947. La vicenda è ricordata nella parte iniziale di un avvincente libretto di Paolo Simoncelli, Zara. Due e più facce di una medaglia (Le Lettere, pp. 145, € 15,00), che ricostruisce l’illuminante vicenda del (mancato?) conferimento di una decorazione alla martoriata città. Certo Zara dal dopoguerra era jugoslava, ma non ci sarebbe stato nessun impedimento a che il suo ultimo gonfalone italiano ricevesse una medaglia, tanto più che lo stesso maresciallo Tito aveva appena concesso la massima onorificenza militare jugoslava a venti italiani che avevano combattuto al fianco dei suoi partigiani. Il problema nell’assegnare quel riconoscimento a una città che aveva subito lutti sia dai tedeschi che dagli jugoslavi (o, per dirla in altro modo, sia dai nazifascisti che dai comunisti) era dunque di natura squisitamente politica.

Della questione non si sarebbe probabilmente più parlato neanche quando la Jugoslavia entrò in fibrillazione dopo la morte di Tito, se a smuovere le acque non avesse meritoriamente deciso di intervenire nel febbraio del 1993 l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. È lui che mette in moto la storia che qui si racconta. Scalfaro era stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio ai tempi del governo Scelba (10 febbraio 1954 – 22 giugno 1955) quando la questione del confine orientale era incandescente e da allora l’aveva presa a cuore. Adesso nel ’93, dopo una visita a Trieste e un incontro con il senatore Lucio Toth – che grandemente si e battuto per la causa dei profughi italiani dell’Istria e della Dalmazia – scrive una lettera (che avrebbe dovuto restare riservata) al presidente del Consiglio Giuliano Amato. Nella lettera lo esorta a far «luce sulle circostanze che portarono all’eliminazione  di alcune migliaia di cittadini italiani originari quelle zone da parte delle formazioni partigiane jugoslave»; invita altresì Amato a respingere le tradizionali tesi «addotte in passato dalle autorità jugoslave» sull’«inevitabilità degli eccessi in fatti di guerra e che nella maggior parte dei casi riguardavano elementi fascisti compromessi con il passato», ricordando piuttosto che «molte delle persone eliminate erano colpevoli soltanto di essere italiane». Da ciò, conclude il presidente, «la necessità di luce ove possibile sui singoli casi, seguendo l’indirizzo della riabilitazione delle vittime innocenti dei governi comunisti».

Scalfaro torna poi sul tema diverse volte, la più importante delle quali è il discorso di fine anno del 1997. Ed e a questa punto che la storia subisce una svolta. Il Presidente del gruppo medaglie d’oro al valor militare, Furio Lauri, nel febbraio del ’98 invia ai colleghi delle associazioni nazionali combattentistiche e d’arma, comprese ovviamente quelle partigiane, la richiesta di adesione alla proposta di conferire la medaglia d’oro al gonfalone di Zara, i cui militari – a riprova dell’eroismo della città negli anni della Seconda guerra mondiale – avevano già meritato 7 medaglie d’oro e 22 d’argento. E qui si presentano le prime difficoltà, a cominciare dal capitolo della laboriosa elaborazione del testo di motivazione del conferimento della medaglia. Si tratta di enfatizzare, nella descrizione del martirio di Zara, il molo dei nazisti e far scomparire quello degli jugoslavi. Il testo finale, scrive Simoncelli, è «soggetto a ripetuti interventi d’opportunità ideologica, politica, diplomatica» che a poco a poco ne snaturano la sostanza. Il tutto è scritto e riscritto in modo da far intendere che l’alto numero di morti sia da mettere nel conto dei soldati con la svastica e, per quel che è impossibile attribuire alle truppe hitleriane (quel che accadde tra l’ottobre del ’44 quando i nazisti si ritirarono e  l’aprile del ’45 quando finì la guerra), si resta nel vago o peggio. Esaminate le varie versioni a confronto, Simoncelli scrive: «Raramente un’analisi di filologia spicciola, di semplice collazione di testi, manifesta angosce di tale dimensione; specchio di chissà quali paure, di ricerca di equilibrismi che progressivamente diventano funambolismi circensi, fino ad assumere forma di barocchi documenti dell’arte del tacere, del silenzio come “riposo dal vero”, come autosustanziale “prudenza” che nella cultura politica italiana ha tradizione antica e robusta». Alla fine si ottiene una versione condivisa da tutti, anche dall’Anpi, da cui si capisce poco o nulla di come andarono realmente le cose. Comunque si può procedere. Il 3 giugno del 1998 viene consegnato a Scalfaro un dossier con la proposta per la concessione di una medaglia d’oro al valor militare al gonfalone della città di Zara, dossier che il presidente accoglie con grande soddisfazione. Ma è il momento della guerra del Kosovo e lo stesso Scalfaro, agli sgoccioli del suo settennato, fa presente ai suoi interlocutori la necessità che, nonostante l’opportuna «opera di cosmesi per renderla più accettabile al lettore non italiano», l’iter della pratica, per evidenti motivi di politica internazionale, subisca una «pausa di riflessione» .

Il 13 maggio del 1999 Carlo Azeglio Ciampi viene eletto presidente della Repubblica e prende il posto di Scalfaro, il quale nell’ultimo giorno al Quirinale telefona a Lucio Toth manifestandogli il proprio rincrescimento per non aver potuto portare a compimento formale e materiale la pratica della consegna della medaglia d’oro a Zara. I fautori dell’iniziativa non si perdono d’animo e il 17 maggio del 2000 il loro rappresentante Furio Lauri viene ricevuto da Ciampi, che prende a cuore la loro causa. Di più. Il 21 settembre 2001 Ciampi con un gesto ardimentoso taglia il nodo e conferisce motu proprio la tanto sospirata medaglia d’oro al valor militare all’ultimo gonfalone italiano della città di Zara. Decisione che, malauguratamente, quel giorno e quelli immediatamente successivi deve rimanere segreta per non turbare la visita che il presidente compirà in Croazia il 9 e 10 ottobre. Si dovrà pazientare per poco meno di due mesi. È lo stesso ufficio di Ciampi ad annunciare che trascorsi quei due mesi, per la precisione il 13 novembre, la medaglia avrebbe dovuto essere appuntata al gonfalone zaratino in una pubblica cerimonia appositamente convocata al Quirinale in presenza di Ottavio Missoni sindaco della «libera municipalità di Zara in esilio» («sindaco», precisa Missoni, «unicamente per amministrare i ricordi ed i valori di quella che fu la nostra amata città»). La notizia pero filtra e il 25 ottobre il governo croato presenta una inusitata nota di protesta. Per di più in quel frangente la sinistra italiana si divide. Stelio Spadaro, segretario provinciale dei Ds di Trieste, plaude all’iniziativa presidenziale, da lui considerata «una sfida al senso comune di chi ragiona ancora con categorie nazionalistiche».

Il quotidiano «il manifesto» invece critica l’«ineffabile presidente Ciampi» nonché Missoni, Il quotidiano «il manifesto» invece critica l’«ineffabile presidente Ciampi» nonché Missoni, definito «già esponente del fascismo che partecipò all’occupazione militare e al sostegno alla Croazia di Ante Pavelić alleata al nazifascismo … legato a doppio filo governativo ad An». Missoni scrive al giornale sfidandolo a citare un solo episodio che comprovi i suoi legami con il partito di Gianfranco Fini e ricordando che non poteva aver avuto niente a che fare con l’occupazione tedesca, dal momento che ai tempi era a El Alamein ed era poi stato prigioniero degli inglesi dal 1942 al 1946 (la lettera non viene pubblicata). Qualcosa di negativo per Zara si muove anche in campo cattolico. «Famiglia Cristiana» pubblica un commento dall’inequivocabile titolo «Quella medaglia d’oro a Zara fascista». L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga afferma: «Non avrei firmato la delibera sul conferimento dell’onorificenza a Zara; avrei trovato un altro modo per rendere omaggio agli italiani, ai croati e ai serbi morti nel bombardamento di Zara … Non avrei concesso un riconoscimento per un periodo nel quale noi eravamo i nemici, ovvero gli occupatori della città ora parte della Repubblica di Croazia».

Queste reazioni producono un qualche effetto. Il 27 ottobre gli uffici del Quirinale fanno sapere che la cerimonia del 13 novembre è rinviata «per impegni istituzionali del presidente della Repubblica». Ma Zagabria non demorde. Il ministro degli Esteri Tonino Picula dichiara che «il governo croato non si accontenta del rinvio della cerimonia della consegna dell’onorificenza … Speriamo in una revisione di quella decisione dalla quale dipenderà il livello delle nostre reazioni nei confronti di Roma». Minacce … Qualche tempo dopo la lettera firmata da Ciampi di conferimento della medaglia d’oro a Zara (il libro ne riproduce copia) scompare dal sito del Quirinale. A questo punto Furio Lauri si rivolge a Ciampi con una missiva piena di apprezzamento per il presidente in cui, dopo aver ricordato di «aver combattuto nella Resistenza (anche lui come Ciampi, ndr) sotto le bandiere del Partito d’Azione», lascia cadere: «Mi giungono notizie da più parti che le vengono fatte cortesi pressioni affinché la cerimonia si rimandi all’infinito e persino che si cambi la motivazione che Lei motu proprio ha approvato». «Le comuni scuole che abbiamo fatto, signor presidente», scrive ancora Lauri, «ci hanno insegnato che certi atti formali provenienti dalla Massima Autorità non si discutono ma si eseguono. Un decreto si può anche ritirare ma procrastinarlo perché gli italiani se ne dimentichino o perché manca una registrazione, sono certo che non può essere da nessuno di noi due accettato». Tutto è fin troppo chiaro. Eppure l’iter per il conferimento, anzi per la registrazione pubblica dell’avvenuto conferimento della medaglia, si inabissa nuovamente. Anche se Ciampi non demorde e si distingue per l’assegnazione di medaglie d’oro al merito civile alla memoria di sei giovani uccisi nel corso degli incidenti a Trieste nel novembre 1953, della studentessa Norma Cossetto violentata e assassinata da partigiani slavi, di dodici carabinieri anch’essi trucidati nel marzo del 1944 a Malga Bala da soldati di Tito.

Nel 2006 al Quirinale c’e un nuovo cambio di inquilino: Napolitano sostituisce Ciampi. Ed eccoci a un altro gesto di alto valore simbolico. Il 10 febbraio 2007, Giorgio Napolitano, al suo primo «Giorno del Ricordo» da presidente della Repubblica, riceve al Quirinale Franco Luxardo e Paolo Barbi in rappresentanza delle associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati. Nell’occasione il capo dello Stato pronuncia parole di grande coraggio rievocando quelle «miriadi di tragedie e di orrori» dirette a sradicare la presenza italiana «da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia» per «un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Napolitano tiene altresì a ricordare «l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe ma egualmente l’odissea dell’esodo e del dolore e della fatica», così come la relativa «congiura del silenzio». A fronte della quale richiama all’assunzione di «responsabilità dell’aver negato, o teso ad ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali». Espressioni che fanno onore a un ex comunista che da presidente prende un pubblico e solenne impegno per il «ristabilimento della verità». Può ripartire l’iter per la medaglia a Zara? Forse …

Ma ecco che a Napolitano replica, senza alcun garbo, il collega croato Stjepan Mesić  che afferma essere «impossibile non intravedere» nelle parole provenienti dal Quirinale «elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico». Ne seguono polemiche, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema difende il presidente e lascia cadere una frase diplomaticamente allusiva alla vicenda della medaglia («auspichiamo che si possano svolgere gli atti simbolici di cui si era parlato»), Napolitano con grande dignità non ritratta le sue parole. E pero sul gonfalone di Zara continua a non essere appuntata quella medaglia d’oro conferita con solennità il 21 settembre 2001. Che fare? A conclusione del suo libro Simoncelli riferisce che poco tempo fa, il 10 febbraio del 2010, è stata escogitata una soluzione «all’italiana». Quel dì alla Camera dei deputati si è riunita in sede referente la IV Commissione (Difesa) con all’ordine del giorno l’istituzione di una nuova medaglia intitolata «al merito delle popolazioni di Fiume, Pola e Zara». La discussione è durata non più di un quarto d’ora (per l’esattezza dalle 14 e 50 alle 15 e 05). Nel corso dello stringatissimo dibattito il relatore Marcello De Angelis ha riferito che il Comitato ristretto aveva optato per questo nuovo tipo di decorazione, al posto di una medaglia d’oro al valor militare, a causa della presenza di «alcuni ostacoli nella disciplina vigente in materia di conferimento delle medaglie d’oro al valor militare che renderebbero problematico il riconoscimento di tale onorificenza». Poi, per allontanarsi ancor più dalle sabbie mobili su cui, come abbiamo visto, si è mossa l’intera vicenda, ha aggiunto che il riconoscimento a Fiume, Pola e Zara per il «contributo da esse reso nella storia a beneficio dell’Italia» va inteso non solo «per le vicende legate alla Seconda guerra mondiale», ma per epoche anteriori, «si pensi ad esempio alla Grande guerra, e che testimonia l’esistenza di un profondo legame di quelle popolazioni con la comunità italiana». Tutti si sono dichiarati d’accordo con tale impostazione e tale decisione.

Se anche il Senato come è probabile approverà, scrive Simoncelli, «una medaglia, quale che sia, comunque viene conferita, anzi inventata apposta e, per ora, senza sollevare alcun problema politico-diplomatico». Triste epilogo. Ma anche questa è Storia.

(Pubblicato il 23 marzo 2010 – © «Corriere della Sera»)

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