Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

I due Mediterranei del XVI secolo. Tra incontri di culture, conversioni e guerra corsara

di Salvatore Bottari

Uccialì. Dalla Croce alla Mezzaluna. Un grande ammiraglio ottomano nel Mediterraneo del Cinquecento, è il nuovo libro di Mirella Mafrici, uscito per la collana “Dritto/Rovescio” diretta da Eugenio Di Rienzo per i tipi di Rubbettino. Il lavoro della Mafrici non è però solo un documentato studio biografico, ma appare come uno spaccato del Mediterraneo cinquecentesco; un case-study attraverso cui l’autrice indaga la pluralità delle identità nel “secolo di ferro” che, paradossalmente, mentre contrappone due Mediterranei – quello spagnolo a Occidente e quello ottomano a Oriente – sotto il profilo politico, militare e dogmatico mantiene però le frontiere porose, permeabili.

Chi era Uccialì, l’ammiraglio ottomano che per più di quarant’anni fu lo spauracchio delle marine spagnole e maltesi, genovesi e veneziane e delle popolazioni rivierasche siciliane, calabresi, napoletane e toscane? Il suo nome da cristiano era Giovanni Dionigi nato intorno al 1503 a Le Castella, un borgo marittimo calabrese, da un pescatore Birno Galeno e da Pippa De Cicco. Il 29 aprile 1536, in seguito all’attacco di una squadra composta da trenta galere di corsari barbareschi agli ordini Khayr-ad-Dyn Barbarossa, Giovanni Dionigi era catturato mentre il padre veniva ucciso. Venduto come schiavo a Istanbul a Ja’far Pascià, per anni Giovanni Dionigi sarebbe stato un uomo da remo, costretto a vogare nelle galere.

Nel 1540, grazie alla fiducia acquisita agli occhi Ja’far, diveniva schiavo domestico ad Algeri. In seguito, avrebbe abbracciato l’islam e avrebbe sposato Bracaduna, figlia dei suoi padroni. Da quel momento assumeva il nome di Uccialì da Uluc Alì (Alì il tignoso, per la “tigna” malattia che lo affliggeva). L’abbandono del cristianesimo – sottolinea l’autrice – significava «la rinuncia a tutti gli elementi di identità: nome, costume, abitudini alimentari»: il brusco passaggio da una cultura, e qui il termine va inteso nel senso più largo del termine, ad un’altra completamente diversa. Entrato in affari con il suocero Ja’far, riusciva a guadagnare abbastanza per comperare una fregata e mettersi al seguito del corsaro Dragut, che risiedeva alle Gerbe ed era divenuto gran signore in Barberia. Dal 1544 dunque, Uccialì si era dato alla corsa in un frangente in cui il Mediterraneo era divenuto «un mare proibito alla navigazione per gli europei costantemente attaccati dai barbareschi». Nel 1546, dopo la morte del Barbarossa, Dragut ne raccoglieva l’eredità e Uccialì, al suo seguito avrebbe imparato le astuzie e le crudeltà della guerra di corsa con scorrerie sulle coste africane, in Sicilia, a Malta. Il 1560 segna una data culminante nella “guerra totale sul mare” scatenata da Solimano il Magnifico con la disfatta spagnola a Gerba e la vittoria dei turchi guidati da Piale Pascià, ma in cui anche Uccialì aveva modo di distinguersi per capacità e ardimento catturando una ventina di galee con circa 5.000 uomini, tra cui Gaston de la Cerda, figlio del duca don Berenguer de Requesens, generale delle galere di Sicilia, e don Sancho de Leyva, generale delle galere di Napoli. Non pago dell’impresa, nei giorni seguenti il rinnegato calabrese continuava le sue scorrerie e raggiungeva Villafranca, un borgo marittimo sulla Costa Azzurra, a pochi chilometri da Nizza dove si trovava Emanuele Filiberto di Savoia con la moglie Margherita di Valois-Angoulême, figlia del re di Francia Francesco I.

Uccialì avrebbe lasciato quelle sponde dopo il pagamento di un cospicuo riscatto per la liberazione di una quarantina di uomini che aveva catturato. Negli anni successivi la fama del rinnegato calabrese si accresceva. Le sue imprese ne consolidarono la reputazione a Istanbul, tanto presso Solimano e, ancor di più, rispetto al successore di questi, Selim II. Aveva ottenuto prima il governatorato di Tripoli, poi quello di Algeri. Nel 1568 conquistava Tunisi, in un contesto in cui progressivamente si aggravava il quadro mediterraneo per il volere del nuovo sultano di dare una qualche prova del suo valore strappando Cipro a Venezia. L’occupazione di Cipro cominciava nel luglio del 1570. Il 22 agosto successivo restava in mano veneziana la fortezza di Famagosta, assediata dai turchi e difesa da un corpo militare al cui comando vi era il governatore veneziano Marcantonio Bragadin. Ciò innescava la laboriosa trattativa condotta da Papa Pio V con Filippo II e con Venezia per la costituzione di una Lega Santa contro la Porta. Il tempo trascorso per la lunghezza delle trattative e l’allestimento delle flotte – che convergevano a Messina divenuta la base per le operazioni militari della Lega- impedirono che si giungesse in tempo. Famagosta era caduta. Nondimeno la sfida all’Impero ottomano della Lega – a cui si aggiungevano Malta, Genova, Lucca, la Toscana, il ducato di Savoia, Urbino Parma Ferrara e Modena – doveva proseguire e culminava nella vittoria di Lepanto il 7 ottobre 1571.

Dalla disfatta della flotta turca si salvava Uccialì che comandava le unità navali poste sul fronte sinistro dello schieramento turco. Uccialì approfittando di una improvvida manovra di Gian Andrea Doria, a capo delle unità poste a destra dello schieramento della Lega, riusciva ad aprirsi un varco e poi ad attaccare e sconfiggere la Capitana dei Cavalieri di Malta che poi rimorchiava per esibire come trofeo al sultano. In quel frangente venne fatto prigioniero anche Miguel de Cervantes, l’autore del Don Chisciotte. Nonostante la bruciante sconfitta, la Porta riuscì a ricostruire la flotta nei mesi seguenti e Uccialì fu nominato nuovo Kapudan Pasha. Le imprese del rinnegato continuarono negli anni seguenti sia pure in un contesto in cui l’Impero ottomano vedeva ridursi la sua capacità offensiva sullo scacchiere mediterraneo. Uccialì, ormai vecchio riuscì a mantenersi a galla pur nei rivolgimenti politici e nelle trame che rimescolarono le carte a Istanbul finché la morte non lo colse il 29 giugno 1587, all’età di 84 anni.

Mirella Mafrici, con non comune felicità nel narrare, rievoca un’epoca in cui il Mediterraneo, ancora centrale sotto il profilo commerciale e della proiezione di potenza, era affollato di spie, cavalieri, pirati e costituiva il luogo di scontri e d’incontri; uno spazio in cui le identità si mescolavano e il Mare Interno poteva costituire la conclusione di un’esistenza ma anche l’occasione per vivere una nuova vita. Ma il merito dell’autrice non è solo quello di ricostruire con un’efficace sintesi un’epoca crudele e affascinante che trova il suo fil rouge nella biografia di Uccialì ma ripropone un quesito annoso: qual è l’impatto degli eventi e delle personalità sul mutamento storico? Braudel non aveva dubbi: gli eventi increspano solo la superficie della storia; i mutamenti profondi sono impercettibili ed avvengono nell’arco di secoli o addirittura di millenni. Eppure la parte del suo Mediterraneo dedicata agli eventi non è meno significativa di quella che dedica agli altri due tempi, quella del rapporto uomo e ambiente, e quella delle strutture socio-economiche. Si resta con l’impressione che l’evento, talora, possa determinare rotture profonde e causare inversioni di tendenza. Nel libro di Mirella Mafrici la dialettica tra queste polarità, tra la storia immobile delle Annales e lo storicismo persiste, anche se il ruolo della personalità storica è ben evidenziato. In tal senso un libro è un prodotto del suo tempo: anche un’opera di ricerca storica. E oggi siamo ben consapevoli che l’uomo non solo si adatta all’ambiente, ma lo modifica profondamente e quest’azione imprime alle cose accelerazioni spesso impreviste.

(Pubblicato il 21 maggio 2021 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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