Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Di Rienzo il “revisionista”

Dal no alla vulgata sul Sud arretrato alla rivalutazione di Ferdinando II. La verità storica sul Regno delle due Sicilie e la Questione napoletana ricercata in due opere fondamentali


di Luigi Morrone

Il termine “revisionismo”, mutuato dal vocabolario marxista, è stato utilizzato a partire dagli anni Sessanta per indicare le correnti storiografiche che mettevano in discussione tesi che sembravano consolidate. In realtà, il termine è raramente utilizzato nel mondo scientifico, in quanto lo storico è per sua stessa essenza “revisionista”, consistendo il suo compito nel presentare i risultati di ricerche che apportino qualcosa di nuovo alla conoscenza dei fatti.

Nell’accezione fuorviante che si dà al termine, il direttore di Nuova Rivista Storica Eugenio Di Rienzo è considerato un “revisionista” della Storia del Risorgimento. In realtà, come ama dire, Di Rienzo vuole accertare “come sono andate le cose”.

Ed in questa sua ricerca della verità storica, sono fondamentali due opere apparse nell’ultimo decennio: “Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee 1830-1861” (Rubbettino, 2012) e “L’Europa e la “questione napoletana” 1861-1870” (D’Amico Editore, 2016). Fondamentali perché affrontano un terreno poco battuto: la politica estera del Regno delle Due Sicilie nel trentennio antecedente alla sua caduta, e quella del governo borbonico in esilio nel decennio successivo.

La pubblicistica divulgativa ha spesso veicolato l’idea di un’assenza di politica estera da parte del Regno di Ferdinando II, tanto che la frase del sovrano borbonico, tramandata da Raffaele Di Cesare, «essere il Regno protetto, per tre quarti, dall’acqua salata, e per un quarto dalla scomunica» è stata interpretata dalla communis opinio come una sorta di “passività istituzionale” di un re convinto che lo status quo fosse immutabile. A dir del vero, tale tralaticio convincimento è frutto, soprattutto, di scarsa conoscenza dei documenti afferenti all’azione diplomatica di Ferdinando II, tanto è vero che la ricostruzione storica di Eugenio Di Rienzo è basata su documenti giacenti in larga parte negli archivi esteri. Perché, in realtà, la politica estera degli ultimi trent’anni del Regno delle Due Sicilie è stata improntata alla “neutralità”, quale teorizzata nel 1625 da Huig de Groot, nel suo “De iure belli ac pacis libri tres”, cristallizzata all’esito della Guerra dei Trent’anni, con i trattati di Westfalia, e sviluppata in Italia proprio da un “napoletano”, il teatino abate Galiani. Tale neutralità affondava le sue radici a cavallo tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, quando, nella temperie dell’espansionismo postrivoluzionario della Francia, il Regno borbonico aveva comunque tentato di trovare una equidistanza che la preservasse dalla subalternità alle potenze delle coalizioni antifrancesi.

L’ascesa al trono di Ferdinando II, nel 1830, coincise con l’acme della ingerenza austriaca nella penisola italiana. Gli austriaci erano intervenuti a sedare i moti rivoluzionari del 1820-21, ed in virtù del loro ruolo di “gendarmi” dello status quo conseguente al Congresso di Vienna, esercitavano una sorta di “protezionismo” su tutti gli Stati della Penisola, anche per la debolezza della Francia, ridotta ad un “gigante incatenato”. Il Regno delle Due Sicilie, che scontava anche una pesante ingerenza del Regno Unito, cercò la strada della neutralità intendendo quella come libertà dalle ingerenze estranee. La Francia vedeva montare la revanche di Vienna. L’ultimo Borbone re di Francia, Carlo X (consorte di una zia di Ferdinando II), poco prima dell’ascesa al trono di Ferdinando II, era stato spodestato per dar vita alla “monarchia di luglio” di Luigi Filippo d’Orléans ed il re delle Due Sicilie cercava di approfittare della situazione per smarcarsi dalle ipoteche austriache e britanniche. Tuttavia, scoppiata nel 1833 la guerra civile spagnola per la successione di Ferdinando VII, il Regno delle Due Sicilie non prese posizione per nessuno dei pretendenti, nonostante Isabel fosse nipote di Ferdinando II. L’irritazione delle potenze europee, che avevano appoggiato Isabel contro le pretese di Carlos Isidoro (donde la denominazione della guerra di successione come “carlista”), isolò definitivamente il Regno delle Due Sicilie nel contesto europeo.

Il Regno Unito non faceva mistero di temere i conati di indipendenza del Regno Meridionale, soprattutto perché, controllando di fatto la Sicilia (la cui bilancia commerciale era interamente assorbita dagli scambi con Londra), esercitava il controllo sul Mediterraneo, aspirando a trasformarlo in un Mare Britannicum. Le tensioni rischiarono di deflagrare in un conflitto europeo quando il Regno delle Due Sicilie concesse ad una società francese il monopolio del commercio degli zolfi siciliani, saldamente controllate da compagnie britanniche. Il Regno Unito, con il pretesto di difendere la libertà dei commerci, minacciò l’intervento armato. Da Caserta s’invocò l’intervento di Austria, Prussia e Russia, ma intervenne Luigi Filippo, che calmò le acque, di fatto – però – confermando il protettorato economico del Regno Unito sulla Sicilia.

Nel 1848 scoppiarono moti rivoluzionari in tutt’Italia, che in Sicilia assunsero un tono separatista, fomentato dalla Corona britannica; Ferdinando II promulgò la Costituzione; nel frattempo, in Francia era nata la Seconda Repubblica, con Luigi Bonaparte presidente. La raggiunta stabilità francese consentì ai transalpini di giocare il loro ruolo nello scacchiere europeo, contrastando le mire britanniche sulla Sicilia e consentendo a Ferdinando di riprendere il controllo del Regno, revocando la Costituzione e richiamando le proprie truppe che erano state inviate al fronte per sostenere il regno di Sardegna nella guerra contro l’Austria che sarà poi denominata “Prima guerra d’Indipendenza”. La “chiave di volta” della neutralità del Regno delle Due Sicilie è senza dubbio la Guerra di Crimea. Attingendo alla documentazione diplomatica, Di Rienzo ricostruisce l’andamento diplomatico a margine del conflitto, come già aveva fatto nella sua monumentale biografia di Luigi Bonaparte, ormai diventato l’imperatore Napoleone III del Second Empire des Français.

Francia e Regno Unito colgono l’occasione del conflitto russo-turco per limitare l’influenza austriaca in Europa, schierandosi con la Porta Sublime, nonostante un’opinione pubblica contraria al sostegno ad un paese musulmano contro una potenza cristiana. Il Regno di Sardegna interviene nel conflitto a fianco delle potenze occidentali, e sono pressanti gl’inviti a Ferdinando II affinché faccia lo stesso. L’invito è rivolto anche da parte austriaca. In realtà, come sottolinea Di Rienzo, l’Austria era preoccupata per la piega che stava prendendo il conflitto ed un’iniziativa borbonica avrebbe controbilanciato sul piano diplomatico la “occasione rivoluzionaria” che poteva sottendere il conflitto.

Il Regno delle Due Sicilie, legato da solidi rapporti commerciali con lo Zar, ricusò i pressanti inviti, dichiarando la sua neutralità nel 1854 e ribadendola più volte, anche a fronte di un invito zarista a schierarsi al fianco russo. La neutralità fu ribadita da Ferdinando II anche a fronte della richiesta di utilizzo dei porti del Regno da parte delle potenze occidentali, e divenne più pregnante con la chiusura delle frontiere per impedire che cittadini del Regno potessero arruolarsi come volontari a fianco degli anglo-francesi. Il Regno Unito, medio tempore, violava più volte la sovranità delle Due Sicilie, tentando la liberazione dei “detenuti politici”, con il pretesto “umanitario” determinato da un pamphlet del Cancelliere dello Scacchiere William Ewart Gladstone sulle condizioni dei detenuti nelle carceri borboniche (come nota Di Rienzo, il pamphlet conteneva molte esagerazioni).

Con la sconfitta russa ed il trattato di Parigi del 1856 viene sconvolto definitivamente l’assetto delineato dal congresso di Vienna. «Napoleone III è soltanto un avventuriero fortunato», commenta Adolphe Thiers all’indomani della richiesta russa di armistizio. Ma, per i francesi, Parigi è la “revanche de Vien”, il disegno di un nuovo assetto europeo che “toglie le catene” alla Francia. Il disegno riguarda anche il futuro assetto dell’Italia, dalle cui discussioni viene escluso il Regno delle Due Sicilie, nonostante l’esplicita richiesta di partecipare ai lavori. Come già nella biografia di Napoleone III, Di Rienzo ricusa la tesi di un progetto di unificazione della nazione italiana scaturito dal Congresso di Parigi: la netta opposizione francese stronca la proposta piemontese di un “intrigo internazionale” che fomenti il separatismo siciliano, per utilizzarlo quale “testa di ponte” per la creazione di due regni in “Unione personale” offrendone la corona alla dinastia dei Carignano. Il disegno di Napoleone III è, viceversa, quello di una confederazione tra gli Stati italiani (di cui avrebbe dovuto far parte anche il Lombardo-Veneto asburgico), con la realizzazione di un’unione doganale e fiscale, arrivando a prefigurare anche la creazione di un unico esercito (progetto cui si opposero i rappresentanti austriaco e russo). Tuttavia, il Regno Unito, sempre facendo leva sul “pretesto umanitario”, afferma esservi un’eccezione al principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato, quando si tratti di intervenire per “stroncare un sistema di oppressione”. La conclusione finale del Congresso di Parigi, riguardo all’Italia, è di conseguenza quella della riaffermazione del principio di non ingerenza, con una “raccomandazione” al governo di Napoli circa l’instaurazione di un “sistema mite e clemente”.

Questa interferenza palese negli affari interni di uno stato sovrano è interpretata dalla diplomazia napoletana quale “cavallo di Troia” prefigurante la penetrazione politica del Regno di Sardegna nelle Due Sicilie. Il Quai d’Orsay respinge tale interpretazione, ma si infittiscono le iniziative diplomatiche (coinvolgenti anche Spagna e Belgio) nei confronti della Corte di Caserta perché dia un segno di “ammorbidimento”, anche con la liberazione dei “prigionieri politici”, come Carlo Poerio e Luigi Settembrini. Ferdinando II resta irremovibile, ribadendo la falsità delle accuse di “disumanità” rivolte al suo regime e rivendicando, ancora una volta, il principio di non interferenza.

Tra il 1857 ed il 1859, l’avvicinamento del Regno di Sardegna al Secondo Impero s’infittisce di iniziative diplomatiche. Nei colloqui di Plombières del 1858, la Francia s’impegna a sostenere l’iniziativa Piemontese intesa ad allargare ad Est i confini, a discapito dell’Austria. L’ “avventuriero” Napoleone III gioca ancora le sue carte per spezzare definitivamente le “catene” del Congresso di Vienna. Tuttavia, di fronte alle mire savoiarde sul Regno delle Due Sicilie, l’Imperatore ribadisce il suo progetto confederale.

L’alleanza prefigurata a Plombières si concretizza nel 1859, con lo scoppio della guerra sardo-austriaca che sarà denominata “Seconda guerra d’indipendenza”, nel corso della quale muore Ferdinando II, cui succede il figlio Francesco II, che ribadisce da subito la scelta “neutralistica” del padre. L’esito favorevole della guerra alla coalizione franco-piemontese scatena l’opinione pubblica favorevole all’unificazione dell’Italia, con un effetto-domino che porta nell’orbita savoiarda le legazioni pontificie di Bologna e Ferrara, il Ducato di Modena, il Ducato di Parma e persino il Granducato di Toscana, nonostante il progetto napoleonico di ivi istituire un regno bonapartista. Anche a Napoli vi sono manifestazioni di giubilo invocanti Vittorio Emanuele II. La Francia ribadisce la sua contrarietà ad un’ulteriore espansione sardo-piemontese, così come il Regno Unito, che, domata la rivolta indiana del 1857-58, rivolgeva le sue mire al Mediterraneo. Tuttavia, la Corte di San Giacomo non esclude a priori la costituzione di un Regno d’Italia con a capo i Carignano, ma ritiene più opportuno perseguire la via diplomatica piuttosto che l’intervento armato. L’intelligence britannica informa costantemente la Corte sulla situazione nel Meridione d’Italia: si esclude un collasso interno, e si sottolinea come i conati indipendentisti della Sicilia non siano ancora sopiti dopo la repressione dei moti del decennio precedente.

Qui s’inquadra la “impresa dei Mille”, che si avvale delle notizie dell’intelligence sulla situazione esplosiva siciliana. Il Regno Unito non può apertamene sostenere l’impresa, ma pone in atto tutto ciò che è possibile fare senza un coinvolgimento diretto. Lo sbarco dei Mille è appoggiato da due fregate inglesi, e la decisività di tale appoggio sarà riconosciuta dallo stesso Garibaldi nelle sue memorie. La diplomazia francese vede il sostegno britannico a quello che Di Rienzo definisce “atto di pirateria internazionale” in funzione antifrancese, per cui il Foreing Office si sente in dovere di giustificarsi non solo con il governo borbonico, ma anche con il Quai d’Orsay, negando ogni influenza della marina britannica nel successo dello sbarco garibaldino. Di Rienzo ricostruisce i documenti comprovanti il sostegno economico e diplomatico di Lord Palmerston e persino il “sostegno morale” della regina Vittoria alla spedizione dei Mille, stigmatizzando la “sufficienza” con cui molti storici “ufficiali” liquidano la questione, sostenuta da sempre dalla storiografia filoborbonica. Si ricostruiscono con dovizia di particolari anche gli episodi di corruzione degli alti ufficiali borbonici, “conquistati” alla causa sardo-piemontese da una capillare opera di “persuasione” anglo-piemontese.

Napoleone III si adopera comunque per salvaguardare la sovranità del Regno delle Due Sicilie, ma – ancora una volta – la “politica delle cannoniere” perseguita dal Regno Unito raggiunge il suo scopo: come nel 1830 con la secessione del Belgio dall’Olanda, come nel 1850 per stroncare il tentativo greco di recuperare la piena sovranità. E, questa volta, l’obiettivo viene raggiunto senza sparare un colpo. Con la “resa” di Napoleone III alla fine di uno stato sovrano, si compie il destino di uno Stato durato più di 700 anni.

L’ultimo capitolo del libro è dedicato alla “questione meridionale” nell’ambito della politica europea, che tuttavia Di Rienzo sviluppa ex professo nel successivo “L’Europa e la “questione napoletana” 1861-1870”.

La “Nazione Napoletana” è la risultante oggettiva di uno sviluppo sedimentato nel corso dei secoli, a partire dal Medioevo, onde i “liberali napoletani” guardavano con diffidenza all’espansionismo sardo-piemontese, ritenendo di poter sostituire al binomio “Nazione-Regnum” quello di “Nazione – Costituzione”. Su tale “idea nazionale” fa leva il governo di Francesco II in esilio per fomentare la ribellione all’occupazione sardo – piemontese conseguente all’annessione. La ribellione scoppia subito e divampa in Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria. La “commissione Massari”, istituita per individuare le cause dei disordini, liquida il tutto “assolvendo” il nouveau régime dalle accuse di malgoverno, sostenendo che la situazione incandescente è determinata dalle condizioni sociali miserevoli derivanti dal malgoverno borbonico, su cui soffiano il governo borbonico in esilio e la Corte di Pio IX, per cui il fenomeno viene liquidato come “brigantaggio”, cioè criminalità comune, e come tale viene trattato. La Corte di Francesco II in esilio a Palazzo Farnese, con Primo Ministro l’illustre giurista Pietro Calà Ulloa, cerca di impedire il riconoscimento internazionale dell’annessione delle ormai definite “Province Meridionali” al Regno di Sardegna, riuscendo ad impedire che Russia, Prussia, gli stati della Confederazione germanica, Stato della Chiesa e Austria riconoscano il “Regno d’Italia” proclamato nel 1861. L’opera diplomatica cerca anche di vellicare simpatie filoborboniche nelle assemblee legislative di Francia e Regno Unito. Paradossalmente, proprio ai Comuni, dove avevano attecchito nel ventennio precedente le “leggende nere” sul regime borbonico, quelle accuse vengono ribaltate sul regime sabaudo, accusato di malgoverno nelle terre “conquistate”, con la chiamata in correità del visconte Palmerston per avere agevolato il crollo di uno Stato sovrano. A Westminster non si sottolinea solo l’aspetto umanitario, ma si pone l’accento anche sulla debolezza intrinseca del nuovo organismo politico e del pericolo che tale debolezza rappresenta per gl’interessi britannici nel Mediterraneo.

Tranchant il discorso di Lord Lennox ai Comuni l’8 maggio 1863 (pubblicato integralmente in appendice al libro): quelli che oggi si chiamerebbero “crimini contro l’umanità” perpetrati dal regime sabaudo ai danni delle popolazioni meridionali vengono denunciati con crudezza, puntando l’indice accusatorio contro i governi liberali di Sua Maestà Britannica che avevano permesso l’instaurazione di un regime di terrore. A Lennox risponde Butler- Johnstone, che però ricicla vecchi argomenti: la durezza delle carceri borboniche, il regime “costituzionale” della monarchia sabauda, ed il carattere di criminalità comune del “brigantaggio”, arrivando a sostenere l’esistenza di una saldatura tra Borbone e camorra, quando (come nota Di Rienzo) erano stati proprio i Savoia ad utilizzare i camorristi per mantenere l’ordine pubblico dopo la fuga di Francesco II a Gaeta. Proprio Di Rienzo ricorda come anche di tale dato la diplomazia di Sua Maestà era a conoscenza, visto che l’incaricato di affari britannico a Napoli già il 31 luglio 1860 anticipava che a “proteggere” l’entrata di Garibaldi a Napoli sarebbe stata la camorra. E questo non manca di essere osservato dagli oppositori di Palmerston, che fanno fioccare interrogazioni parlamentari sul sostegno dato da Sua Maestà Britannica ad un’impresa appoggiata dalla camorra.

L’A, acutamente nota che gli oratori conservatori, probabilmente, non sono a conoscenza del sostegno dato all’impresa garibaldina da quella che era una mafia in embrione in Sicilia, costituita da “gabellotti”, guardie armati dei latifondisti usurpatori di terre pubbliche, documentando, viceversa, tale dato, sottaciuto nei pur virulenti attacchi a Palmerston per il sostegno tributato a Garibaldi. Di Rienzo individua – poi – i precordi del divario Nord-Sud nelle politiche economiche e fiscali adottate dai governi negli anni immediatamente successivi all’Unità: la unificazione dei debiti sovrani, che farà ricadere sulle province meridionali l’enorme debito pubblico accumulato dal regno subalpino, la politica fiscale a sostegno delle attività produttive più radicate al Nord. Come nota Di Rienzo, la situazione economica preunitaria era grosso modo omogenea tra le varie regioni della Penisola, con una distribuzione “a macchia di leopardo” delle aree economicamente più avanzate (con l’unica eccezione della Lombardia, con un livello nettamente più alto del resto d’Italia, ma notevolmente distante dall’Europa più “ricca” (Regno Unito, Belgio, Francia, Prussia).

Di Rienzo ricorda come la “leggenda nera” di un Regno delle Due Sicilie economicamente immobile e votato all’arretratezza produttiva, fa parte dell’opera di “disinformazione” portata avanti in Europa nel ventennio antecedente alla caduta del Regno: «se di arretratezza economica del Mezzogiorno preunitario si deve certamente parlare, è impossibile formulare quest’assunto senza doverosamente aggiungere che quell’arretratezza contraddistingueva, senza eccezioni, l’insieme degli Stati italiani prima del 1861». Respinta, dunque, la “leggenda bianca” dei cosiddetti “neoborbonici” sull’esistenza di una “Borbonia Felix”, va respinta anche la “leggenda nera” di un Sud arretrato ed immobile di fronte ad un Nord già industrializzato ed economicamente avanzato: in realtà, la “questione napoletana” dei primi anni post unitari diventerà la “questione meridionale”, perché la forbice tra le “Province Meridionali” ed il resto d’Italia si allargherà progressivamente dopo il 1861.

L’azione del governo borbonico in esilio per l’attuazione di una “corrente di simpatia” per la causa della “nazione napoletana” nelle Corti d’Europa ha la sua ricaduta anche nel Secondo Impero. Non solo il “partito legittimista”, capeggiato dall’Imperatrice Eugène, ma persino l’ultraliberale Victor Hugo restano inorriditi dalla ferocia con cui il governo sabaudo sta reprimendo il cosiddetto “brigantaggio”. Le ormai denominate “Province Meridionali” sono paragonate alla Polonia, “sparita” tra il 1772 ed il 1795 mercé “spartizione” dei suoi territori tra Russia, Prussia ed Austria.

Tuttavia, come nota Di Rienzo, il “patriottismo” napoletano post unitario è un patriottismo di rancore, anche quale reazione ad un diffuso pregiudizio antimeridionale che i “conquistatori” fomentano da subito nei confronti delle “Province Meridionali”, con la “piemontesizzazione” dello Stato (il corpus iuris del 1865 è una semplice trasposizione della legislazione sabauda in sede nazionale), la pratica epurazione della burocrazia, la feroce repressione di qualunque protesta. La mancanza di una seria organizzazione delle rivolte, la scarsa penetrazione della pur pregevole propaganda del governo borbonico in esilio, fa affievolire progressivamente la opposizione alla assimilazione dell’ex Regno del Sud alla “nazione italiana”. Il processo può considerarsi esaurito con lo spostamento della capitale a Roma e la perdita definitiva della supremazia piemontese nell’Amministrazione dello Stato.

La “nazione napoletana” finisce così col dissolversi nella entità “italiana”, di cui aveva sempre fatto parte sul piano morale e culturale, ma su cui non riuscirà più ad esercitare influenza decisiva.

(Pubblicato il 7 agosto 2020 © «il Quotidiano del Sud»)

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