Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Alle origini del nazionalbolscevismo russo. La Rivoluzione d’ottobre e la sua diplomazia

di Fabrizio Rudi

Il tratto peculiare delle memorie del diplomatico russo Ivan Michajlovič Majskij sui primi passi della politica estera della Russia bolscevica (La politica estera della RSFSR, 1917-1922), pubblicate nel 1923, e ora proposte in traduzione italiana dalla casa editrice Biblion di Milano, per la cura di Olga Dubrovina, è la nitida chiarezza con cui i fatti salienti, pur restituiti con una opportuna dovizia di particolari, della storia della politica estera della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFS Russa) sono stati narrati e l’esposizione delle cause profonde che l’hanno guidata. La narrazione di Majskij si distingue non solo per un’essenzialità propria di molte altre memorie affini, ma soprattutto, come rilevato dalla curatrice stessa, per il merito di aver ricostruito la sola attività del Commissariato del popolo per gli Affari Esteri (Narodnyj Kommissariat Inostrannich Del, NKID) in netta distinzione da quella, contemporanea e teoricamente coessenziale per la particolare congiuntura storica descritta, dell’Internazionale Comunista (Komintern).

Olga Dubrovina afferma che ciò rientrava perfettamente nel carattere di fluida ambiguità da cui la politica estera della RSFS Russa si distinse subito dopo la presa di potere, votata essenzialmente a «due obiettivi apparentemente opposti»: «si trattava, da una parte, della difesa degli interessi del nuovo Stato guidato dai leader bolscevichi, e dall’altra, della realizzazione degli ideali marxisti del socialismo su scala mondiale, fatti propri dai rivoluzionari russi saliti al potere» (p. 5). Del resto, l’Internazionale Comunista sarebbe sorta in maniera ufficiale solo il 2 marzo 1919, quando non solo il potere bolscevico si era consolidato, ma aveva iniziato a favorire la diffusione della rivoluzione anche al di fuori della Russia.

La nascita del Komintern, ricorda la curatrice, segnò, del resto, la separazione dell’internazionalismo comunista dalla politica di Stato per altro in un momento di notevole isolamento diplomatico a danno della Russia, dopo che la sua politica estera ebbe assunto «il suo aspetto più esplicitamente rivoluzionario». Ciò è sufficiente ad offrire al lettore la possibilità di analizzare un’azione politica dei rivoluzionari bolscevichi improntata non soltanto a slanci ideologici, ma anche ad un concreto e tangibile pragmatismo in linea con la percezione delle necessità impellenti dettate dalle «condizioni del mondo circostante». Quale che sia, dunque, il ruolo svolto a tal segno, in seguito alla sua nascita, dall’Internazionale Comunista, che la curatrice nelle quaranta pagine del suo saggio introduttivo tenta di ricostruire, risulta evidente che l’obiettivo principale che nella tessitura del suo resoconto Majskij si prefigge e «narrare le attività svolte non tanto dalla dirigenza sovietica in generale, quando solo da una sua parte specifica: diplomatici contro rivoluzionari, realisti contro visionari, politici contro cospiratori». Majskij, continua la curatrice, «aderisce completamente ai principi dell’ideologia marxista, non mette in dubbio la raison d’être dello Stato socialista, ma la inserisce nel contesto internazionale, difendendo il diritto alla libera scelta del regime sociale, il dovere morale di aiutare altre popolazioni oppresse, l’interesse reciproco» (p. 6).

Il racconto di Majskij, dunque, inizia opportunamente con l’esposizione della dichiarazione dei principi della rivoluzione, mediante la citazione del passo centrale del decreto, emesso proprio il 25 ottobre 1917 in occasione del 1° Congresso panrusso dei Soviet, indirizzato «a tutti i popoli belligeranti e ai loro governi» in favore dell’«immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica», e con una speciale enfasi al proletariato «delle tre Nazioni più progredite dell’umanità», ossia l’Inghilterra, la Francia e la Germania. A ciò sarebbe seguito, nel novembre 1917, l’iniziativa del Commissario del popolo per gli Affari Esteri di allora, Lev Davidovič Trockij, di inviare a tutte le ambasciate russe presso le Potenze dell’Intesa una proposta di pace. Un atto consimile portò con sé, inevitabilmente, a una rottura con l’Occidente, dato il che Consiglio dei Commissari del Popolo rivoluzionario (Soviet Narodnych Kommissarov, Sovnarkom), presieduto da Lenin, nel decretare unilateralmente la pace aveva infranto in maniera netta la prassi dello diritto internazionale in vigore fino a quel momento. Quell’atto, però, aveva avuto presso le sinistre europee una risonanza notevolissima, tale da aver incoraggiato il NKID non solo a rinnovare presso le Potenze occidentali la propria rappresentanza diplomatica, a iniziare l’invio al di fuori dei confini del RSFS Russa i finanziamenti necessari per fondare i presupposti della rivoluzione mondiale, e riorganizzare l’amministrazione del Commissariato del popolo per gli Affari Esteri la quale sarebbe stata gestita non da bolscevichi, ma da vecchi funzionari zaristi costretti a lavorare per il nuovo regime con anche la costrizione.

Il rifiuto britannico e francese alle trattative di pace – poi giustificato anche dal decreto del Sovnarkom del 28 gennaio 1918 che estingueva unilateralmente tutti i debiti che la Russia sovietica aveva con l’Occidente –  ebbe, per Majskij, una duplice conseguenza: da un lato, infatti, in Germania «prese il sopravvento il partito militarista e fu deciso di non risparmiare la Russia, ponendo le speranze nell’offensiva sul fronte occidentale, che si progettava in primavera»; dall’altro, «si crearono le condizioni, a Mosca,  per le quali non si poteva più trattare della pace universale, ma solo della pace separata fra la Russia e le potenze dell’Europa centrale».

Le trattative fra gli Imperi centrali e i suoi associati (la Bulgaria e l’Impero ottomano), iniziarono a Brest-Litovsk una settimana dopo l’armistizio del 15 dicembre 1917, per poi procedere con enormi difficoltà. Majskij faceva notare che, nel frattempo, i primi frutti dell’ideologia bolscevica a favore delle «nazioni oppresse» iniziavano a maturare: la Rada di Kiev, dopo essersi costituita, perorò per prima la causa dell’indipendenza dell’Ucraina, la quale fu riconosciuta, seppur malvolentieri, dal Sovnarkom di Mosca assieme a quella della Finlandia, degli Stati Baltici e soprattutto della Polonia, in favore della quale aveva annullato i tre trattati di spartizione fra Austria, Prussia e Russia zarista del 1772, del 1792 e del 1795. Un atto come questo, ossia la creazione di Repubbliche socialiste “sorelle” lungo la frontiera occidentale, non poté non risultare per la Germania che un atto proditorio, e per tale ragione Trockij non riuscì, purtroppo, ad eludere le pesanti condizioni che Berlino, nella conferenza di pace, impose, incoraggiata dal fatto che la Rada ucraina aveva, frattanto, stipulato con essa un trattato di pace di compromesso.

Pertanto, come Majskij spiega, «i Rappresentanti della repubblica sovietica da parte loro presero tutte le misure per incentivare le proteste delle masse lavoratrici dell’Occidente, soprattutto degli operai della Germania e dell’Austria-Ungheria, contro il crimine che si stava progettando». Proteste che si sarebbero estese in Polonia, in Gran Bretagna, in Finlandia e anche in Italia.

A dispetto di ciò, affermava Majskij  la pace di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918 venne comunque firmata, ricordando opportunamente Majskij che il termine dell’armistizio del 15 dicembre 1917 sarebbe scaduto il 18 febbraio dell’anno successivo, quando, cioè, l’esercito russo sarebbe stato già smobilitato, ciò che permise ai Tedeschi di occupare «con estrema velocità Dvinsk, Pskov e una serie di altre località che si trovavano sulla via per Pietrogrado». Ciò determinò le dimissioni di Trockij da Commissario del popolo agli Affari Esteri e la sua sostituzione con Georgij Vasil’evič Čičerin, il quale, secondo Olga Dubrovina, avrebbe dato «un significato diverso alla politica estera sovietica, contemporaneamente alla firma del trattato di Brest-Litovsk, che in un certo senso sancì la nascita della diplomazia sovietica concepita come strumento rivolto alla protezione degli interessi dello Stato rivoluzionario politico che della rivoluzione russa».

Pure, al principio di questa transizione da una fase di attacco ad una fase di attesa, accadde l’inevitabile.  La Germania infranse immantinente i termini del trattato del 3 marzo, e pose sotto il suo controllo tutte le Repubbliche “sorelle” limitrofe alla Russia leninista dalla Finlandia alla Georgia,  iniziato le operazioni militari con l’occupazione delle strategiche isole Åland. Sarebbe poi seguito un trattato commerciale russo-tedesco del 27 agosto 1918, secondo Majskij equivalente della vergognosa rapina costituita dalla pace di Brest-Litovsk, quando l’edificio costruito da quest’ultimo collassò con l’armistizio di Compiègne, dopo aver mostrato le prime crepe allorché «il 18 marzo 1918 la conferenza delle potenze dell’Intesa a Londra» ebbe dichiarato «ufficialmente il rifiuto di riconoscere il trattato di Brest».

Inoltre questa l’atteggiamento verso la Russia bolscevice, le Potenze dell’Intesa sulla “questione russa”, sosteneva Majskij: «La Francia, che aveva sofferto più di tutti per la rivoluzione russa, visto che aveva perso immediatamente i crediti russi e la carne da cannone a sua disposizione, dimostrò la più grande ostilità nei confronti del governo sovietico. Al contrario, l’Inghilterra e l’America, molto meno colpite dal rivolgimento russo, erano propense a dimostrarsi più tolleranti e non smettevano di sottolineare di essere tuttora disponibili a prestare supporto alla Russia nella sua lotta contro la Germania». Più tardi, però, anche Londra e Washington posero in essere contro il regime leninista una serie di interventi bellici che ebbero luogo in tre distinti teatri: quello estremo orientale, dove partecipò anche il Giappone, quello estremo meridionale, dove fu utilizzata anche la Legione cecoslovacca, e quello del Mar Bianco, intorno a Murmansk, Archangel’sk e Onega.

Si era entrati, così, in una nuova fase delle relazioni russo-sovietiche con l’Occidente, caratterizzata dalla rottura con il mondo capitalistico, che preluse alla guerra civile sostenuta dall’Armata Rossa contro i Bianchi, in un momento in cui la RSFS Russa era in guerra anche con la Polonia, la Lettonia e la Lituania, militarmente sostenute dalla Francia. Majskij giudicava il 1919 come «il più terribile e pericoloso per la Repubblica sovietica», che, per altro, fu lo stesso anno in cui il Komintern iniziò ad agire.

In merito alla guerra civile del 1919-1920, Majskij esprime un giudizio molto puntuale, ancorché partigiano, sull’andamento della guerra:

Senza capire l’essenza interna della rivoluzione russa, le Potenze occidentali furono inclini a spiegare gli insuccessi del 1919 con motivi legati alla casualità. Perciò credevano che fosse necessario tentare la fortuna un’altra volta. Venne l’anno 1920, l’anno dell’invasione polacca e dell’avventura di Vrangel’. Costò caro a tutte e due le parti: centinaia di migliaia di vite e una distruzione senza precedenti di beni materiali. Ma l’anno 1920 provò ancora una volta quello che aveva mostrato il 1919. Provò che il mondo capitalistico era incapace di annientare la rivoluzione socialista e che con l’aiuto di carri armati e mitragliatrici era impossibile abbattere in Russia il potere degli operai e dei contadini. Solo a quel punto le potenze dell’Intesa furono costrette a riconoscere la propria sconfitta e, mettendo la spada nella guaina, a tendere alla Repubblica sovietica la mano della pace.

In virtù di ciò, la RSFS Russa poté iniziare una fase di vera Realpolitik, auspicata da Majskij  grazie a una posizione di forza conquistata a caro prezzo ma ora pienamente acquisita e riconosciuta sul piano internazionale. Fu grazie a quel realismo, erditato dalla diplomazia zarista, che Mosca stipulò, fra il 1919 e il 1920, i trattati di pace con gli Stati Baltici e la Polonia e  riuscì ad arrivare a una sistemazione dei i suoi rapporti con la Finlandia. Particolarmente difficili furono le trattative, dirette dallo stesso scopo, con la Gran Bretagna, con la quale venne firmato il 16 marzo 1920 un trattato commerciale, e vennero sistemate varie spinose questioni, inerenti, ad esempio, gli investimenti finanziari dell’autocrazia zarista in India e Afghanistan, le miniere e le fabbriche appartenute alla Società russo-asiatica di Leslie Urquhart (p. 140). Seguirono altri trattati commerciali e di amicizia con altri paesi occidentali, fra i quali spicca senza dubbio quello firmato con l’Italia, il 14 marzo 1921, Paese nel quale, pure, fervevano, afferma Majskij, accanto a sentimenti di sostegno, e di simpatia specialmente dopo la sconfitta del generale Vrangel’ del novembre del 1920, forti tendenze ostili da parte del neonato movimento fascista.

In occasione delle conferenze, a carattere economico, di Genova e dell’Aja, convocate dal Consiglio supremo dell’Intesa a Cannes, il 6 gennaio 1922, che Majskij si fece interprete di un nuovo incipiente dissidio tra il blocco delle Nazioni liberal-democratiche e le posizioni assunte dalla RSFS Russa a favore del mondo dei lavoratori contro il capitalismo occidentale, causato dal fatto che Mosca non solo avrebbe dovuto «riconoscere gli impegni presi dai governi russi precedenti» rinunciando «a tutti i reclami sul risarcimento dei danni causati a essa dal blocco e dall’intervento dei Paesi europei», ma anche «restituire ai sudditi stranieri tutti i beni confiscati durante la rivoluzione». Misura, questa, che fu recisamente rifiutata da parte di Lenin, e con molta energia.

Alla luce anche di questi avvenimenti, nel terminare le sue memorie, Majskij, dopo aver ricordato che pilastri della politica estera sovietica erano «la pace, l’autodeterminazione dei popoli e la diplomazia trasparente», ne esaltava l’operato, affermando, pur con forte doppiezza e manifesto intento propagandistico, che la forza della Grande Nazione euroasiatica «risiedeva nella sua schiettezza ed abnegazione», concludendo che:

La Repubblica sovietica può condurre tale politica perché il potere appartiene ai suoi operai e contadini, cioè alle classi pacifiche nella loro essenza e non interessate alla rapina imperialistica e alla conquista dei popoli. In questo consiste il suo vantaggio. Le potenze capitalistiche non possono condurre una tale politica perché hanno al potere la borghesia, cioè la classe aggressiva per sua natura, che può esistere solo grazie allo sfruttamento del proprio proletariato e delle nazioni più arretrate del Vecchio e Nuovo Mondo.

(Pubblicato il 1° agosto 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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