Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Masaniello. Chi era costui?

di Marco Roncalli

«Questo Masaniello è pervenuto a segno tale di autorità di comando, di rispetto, e di obbedienza, che ha fatto tremare tutta la città con li suoi ordini, li quali sono stati eseguiti dai suoi seguaci con ogni puntualità e rigore; ha dimostrato prudenza, giudicio e moderazione; insomma è divenuto un re in questa città…». Così il cardinale Ascanio Filomarino, arcivescovo di Napoli, il 12 luglio 1647, in una lettera a papa Innocenzo X piena di elogi per la «confidenza e l’osservanza» riservategli da quel giovane pescivendolo, dotato di carisma e ingegno, trasformatosi in un capopopolo. Cinque giorni prima, il ventisettenne Tommaso Aniello d’Amalfi – questo il suo nome – nato nelle vicinanze della piazza del Mercato di Napoli tra la Pietra del Pesce e Porta Nolana, sedi di riscossione di gabelle nonché di forche, e cresciuto in un groviglio di vicoli e taverne, tra prostitute e contrabbandieri, aveva scatenato una sedizione popolare riuscendo a rendere mezzo milione di napoletani – lo scrisse il nunzio Emilio Altieri, futuro papa Clemente X – unanimi «nella obedienza et essequtione dei suoi ordini». Una vera rivolta indirizzata contro gli esattori di Rodrigo Ponce de León, il viceré spagnolo che governava Napoli per conto di Filippo IV, ma non solo: scatenata fra carriole di frutta e banconi, in risposta all’ultimo atto di un’insopportabile pressione tributaria, prima incendiò il casotto dei dazi, poi prese d’assalto i palazzi nobiliari, l’altro bersaglio, e svuotò le prigioni. Quattro giorni dopo però il piccolo rivoluzionario, che insieme al prete giurista Giulio Genoino aveva guidato i moti, tradito dai suoi stessi compagni, veniva ucciso nel Convento del Carmine, mentre in città si diffondeva la notizia che era impazzito: fatto forse vero, come vera era l’ossessione del complotto contro di lui subito a segno.

Ricordare Masaniello a quattro secoli dalla nascita, il 29 giugno, significa tornare su un’insurrezione che va ben oltre il ruolo del suo tribuno, tanto è legata – come già notarono Michelangelo Schipa (influenzando Benedetto Croce) e poi Rosario Villari – al periodo precedente, alla crisi del ’600 e al periodo successivo? Ma come non sentirsi affascinati da questa strana meteora nel cielo di Napoli? Da quei dieci giorni che videro Masaniello padrone della città, trascinandosi dietro i diseredati della plebe, protagonisti con lui della rivolta contro il fisco, sì, ma pure le caste nobiliari spadroneggianti nel Regno di Napoli? Certo, parliamo di dieci giorni di una rivolta fallita, essendo venuto a mancare qualsiasi sostegno interno o esterno (né dalle magistrature partenopee, né dalla Francia di Mazzarino) ed essendo stato subito fatto fuori il suo capitano (fermato da cinque colpi di archibugio già il 16 luglio 1647, il corpo decapitato e trascinato tra i rifiuti, mandanti il viceré, patrizi, appaltatori delle imposte). Tutto finito? No. Perché i moti continuarono: passando poi dalla capitale partenopea alle province e campagne del Mezzogiorno, radicalizzandosi altrove, mantenendosi in una certa fedeltà alla corona spagnola ma non a chi la rappresentava, e tuttavia cominciando ad assumere ora tratti di ribellione indipendentista, antifeudale. Continuò la rivolta e non fu dimenticato Masaniello.

Resta però complessa proprio la valutazione della sua figura specie dopo l’entrata nel mito (utile il lavoro di Silvana D’Alessio Masaniello. La sua vita e il mito in Europa edito da Salerno): si pensi alle sue spoglie già oggetto di una venerazione quasi religiosa, dalle donne del suo tempo, all’interpretazione della sua vicenda fra arte, musica, teatro, letteratura, consolidata dallo spirito risorgimentale nonostante la contropropaganda degli spagnoli per i quali fu un «hombre loco desatinado», un pazzo scatenato da «matar cortandole sa caveza», come si legge nelle carte dell’Archivio Generale di Simancas. Complessa perché di Masaniello si continua a leggere di tutto. Un tiranno e un antitiranno. Un precursore del repubblicanesimo, dei movimenti indipendentisti e libertari, o un ingenuo manovrato da burattinai occulti. Giuseppe Galasso in Napoli spagnola dopo Masaniello (Sansoni) scrisse che la notorietà della rivolta e di Masaniello ebbero pochi paragoni e derivarono dalla percezione del momento cruciale attraversato in quel tempo per il Regno. Alessandro Barbero arriva a definire Masaniello una sorta di «camorrista», mentre Ugo Dovere – mancato pochi giorni fa – ne parlava come di un «abusivo del tempo che si arrangiava». Aurelio Musi autore del saggio Il “masaniellismo” e la degradazione di un mito (Rubbettino) e della monografia Il Regno di Napoli (Morcelliana), lo presenta come l’apripista di un modo di interpretare la democrazia derivata dal populismo violento (poi dai molti emuli), riaffermando la specificità e centralità della sua rivolta dalle prevalenti caratteristiche urbane. Insomma: «Le ragioni della sua tenuta e della sua sconfitta, come ben videro i contemporanei, furono da ricercarsi nelle vicende napoletane». La rivolta falli, ma dopo la storia del Regno non fu più come prima: «Napoli, pur con le sue contraddizioni, si muoveva sull’onda storica dell’Europa».

(Pubblicato il 28 giugno 2020 © «Avvenire»)

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