Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

L’ultima battaglia di Francesco II di Borbone

di Lorenzo Terzi

Dopo il crollo dello Stato borbonico a seguito dello sbarco di Garibaldi in Sicilia, l’esercito di Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie, trovò il coraggio di riorganizzarsi e di resistere sul fronte del Volturno. Il 1° e il 2 ottobre 1860 ebbe così luogo la battaglia decisiva tra le forze napoletane e le truppe comandate dal Nizzardo. Il morale dei borbonici si era risollevato a seguito della vittoria di Caiazzo, dieci giorni prima, allorché i “regi” avevano nettamente prevalso sui “garibaldesi”, anche con l’aiuto dei popolani e dei contadini di Terra di Lavoro. I comandi militari di Francesco II speravano in un successo risolutivo che avrebbe permesso di sfondare le linee nemiche e di aprirsi la strada per il ritorno a Napoli.

Le operazioni condotte dagli opposti schieramenti in quelle giornate campali sono state ricostruite in un recente volume di Giovanni Pede, ingegnere molisano autore di diversi saggi di storia militare: Dal Volturno al Macerone. Nascita di un Regno, pubblicato dall’editore Cosmo Iannone di Isernia, con prefazione di Norberto Lombardi e un’introduzione di Carmine Pinto.

Pede fa precedere la narrazione degli avvenimenti del Volturno da un antefatto: il racconto della partecipazione dei volontari napoletani alla prima Guerra d’indipendenza e della crisi del governo costituzionale di Napoli del 1848-49. In tal modo, osserva Pinto, l’autore introduce la ragione principale della fine del Regno meridionale: “l’incapacità del Borbone di accettare la modernizzazione politica e di integrare l’opposizione e l’insofferente autonomismo siciliano attraverso le istituzioni rappresentative che marcarono tutta la storia del XIX secolo”.

Queste ragioni spiegano, dunque, la concatenazione degli eventi che portarono alla campagna del settembre-ottobre 1860. La coraggiosa decisione di resistere e, se possibile, di passare al contrattacco, da parte dello stato maggiore di Francesco II, determinò fatalmente il riaccendersi del conflitto civile tra sostenitori e avversari del nuovo corso nelle regioni di confine degli Abruzzi e del Molise. Anche qui, come dovunque nel Mezzogiorno, il cambio di regime era stato inizialmente agevole e indolore: vecchi liberali, giovani radicali e autonomisti divenuti unitari erano riusciti a condurre con una certa facilità le autorità locali nel campo unitario. Questa volta, però, i partigiani del Borbone, appoggiandosi al governo di Gaeta e al confine pontificio, diedero vita a un tentativo di controrivoluzione popolare.

Parallelamente alla sollevazione dei civili, si dipanarono le vicende degli eserciti regolari. Pede rievoca nel dettaglio le operazioni dei borbonici e dei loro avversari durante la battaglia del Volturno, ricordando anche particolari meno conosciuti, come l’apporto recato dai volontari della Legione del Matese alle schiere garibaldine. L’autore, annota ancora Pinto, racconta la battaglia come uno scontro epico, all’interno di una storia intensa e drammatica, nell’intento di rendere omaggio a tutti coloro che parteciparono al dramma. Ma in realtà stava prendendo corpo qualcosa di assai poco cavalleresco: “le premesse del brigantaggio politico”.

Alle tre e mezzo del mattino di quel fatale 1° ottobre 1860 ebbe quindi inizio l’offensiva borbonica. Il generale Giosuè Ritucci, in capo all’esercito napoletano, dispose al centro dello schieramento, sullo stradone che congiungeva Capua con Santa Maria, la 2ª Divisione Tabacchi, brigate D’Orgemont e Marulli (6000 uomini della Guardia Reale, con tre reggimenti di fanteria e uno di ussari) e immediatamente a sinistra la 1ª Divisione De Rivera, brigate Polizzy e Barbalonga (9000 uomini: otto battaglioni di cacciatori). La guarnigione di Capua fornì poi, in appoggio alla Guardia, poche compagnie del 9° e del 10° Reggimento di linea. Il generale Giovan Luca Von Mechel disponeva di 8000 uomini, divisi nelle brigate Esteri, al suo diretto comando, e Ruiz (6° Farnese, 8° Calabria e frazioni di molti altri reggimenti), più uno squadrone del 3° Dragoni Principe e uno di ussari. La 3ª Divisione Colonna (4000 uomini: quattro battaglioni di cacciatori più poca fanteria del 14° Sannio), appoggiata da alcuni squadroni di dragoni, era schierata lungo il Volturno e fino a Caiazzo, a protezione della scafa di Triflisco. L’artiglieria, al comando del tenente colonnello Matteo Negri, poteva contare su una quarantina di pezzi, in parte rigati.

Il piano borbonico prevedeva l’esecuzione di una manovra di accerchiamento a tenaglia delle forze nemiche, per tagliare loro la via della ritirata verso Napoli. La linea garibaldina, ricorda Pede, era un semicerchio con la curvatura rivolta a nord: al centro del diametro che ne costituiva la base c’era Caserta, dove Garibaldi aveva collocato la sua riserva: tre brigate, per un totale di 4500 uomini al comando di Stefano Türr. All’estremità occidentale erano sistemate le difese di San Tammaro e di Santa Maria di Capua, formate dalla 16ª Divisione del conte di Milbitz, forte di circa 5000 uomini. A nord ovest prese posto la migliore divisione garibaldina, la 17ª di Giacomo Medici, di 4000 uomini, schierata in forti posizioni collinari a Sant’Angelo. Più a est, a presidiare le due strade che per San Leucio e Morrone attraversano i monti Tifatini, vi era parte della 15ª Divisione Türr, la brigata del generale Achille Sacchi (1500 uomini), con il 1° battaglione bersaglieri, 227 uomini al comando del maggiore Pilade Bronzetti, che cadde eroicamente a Morrone. Ancora più a destra si posizionò la Legione del Matese (191 volontari), mentre all’estremità orientale dello schieramento la 18ª Divisione di Nino Bixio (5653 effettivi) difendeva le spalle dell’esercito sbarrando la consolare sannitica all’altezza del Ponte delle Valli.

La battaglia divampò, intensa e accanita, fino al pomeriggio del 2 ottobre, allorché il comandante in capo dell’esercito borbonico Ritucci fece dare il segnale della ritirata generale. Più o meno alla stessa ora giunse a Garibaldi l’avviso di Bixio: “Meckel in ritirata. Sono padrone dei Ponti della Valle e di M. Caro”. Il Nizzardo poté quindi telegrafare trionfalmente a Napoli: “Vittoria su tutta la linea!”.

A lungo, però, le sorti dello scontro erano rimaste in bilico. L’indubbio valore dimostrato dalle truppe napoletane, giustamente sottolineato dall’autore, non bastò loro per prevalere sul nemico. Nocque sicuramente ai regi lo scarso coordinamento fra le due direttrici d’attacco dell’esercito di Francesco II, l’una affidata a Von Mechel e l’altra comandata dal generale Ritucci, il quale, peraltro, non si avvalse di alcuni fra i migliori reparti dell’armata: più di 5000 uomini di truppa scelta di fanteria, dislocati fra Capua e Gaeta.

Naturalmente sull’esito finale della battaglia influì non poco l’abilità tattica di Garibaldi, il quale riuscì a mantenere le posizioni che i suoi uomini avevano occupato all’inizio del combattimento, soprattutto grazie all’azione della riserva, gettatasi velocemente nella mischia quando Milbitz, ferito nell’ultimo contrattacco, era allo stremo delle forze.

La vittoria garibaldina sul Volturno causò il rapido precipitare degli eventi. L’8 ottobre 1860 fu emesso un decreto che indiceva per il giorno 21 dello stesso mese, a Napoli e in tutto il Sud continentale, un plebiscito a suffragio universale maschile per ratificare l’annessione al Piemonte del Regno delle Due Sicilie. Il 12 Vittorio Emanuele II passò con la sua armata il fiume Tronto, che segnava il confine fra lo Stato pontificio e quello napoletano, penetrando negli Abruzzi. Il 20 le truppe del Borbone, sotto il comando del generale Luigi Douglas Scotti, si scontrarono con le forze sardo-piemontesi – giunte frattanto in Molise – sul monte Macerone, a nord-ovest di Isernia, avendo ancora una volta la peggio.

L’ultimo atto della tragedia borbonica si consumò poi a Gaeta: la fortezza cadde dopo una resistenza, gloriosa quanto ininfluente sul piano militare, alla metà di febbraio del 1861.

Giovanni Pede arricchisce la trama di questi avvenimenti con alcuni squarci di “microstoria”, secondo una tradizione illustre, onorata anche da Benedetto Croce. Alla fine della sua monografia, infatti, l’autore tratteggia le biografie di due soldati del corpo dei Cacciatori Reali di Francesco II, un molisano e un abruzzese: rispettivamente, Sinibaldo Orlando di Agnone e Vincenzo Serpentini di Castagneto (Teramo). “Nomi e cognomi familiari” commenta Pede “che ci avvicinano a un tempo lontano. Che, in fondo, era quello raccontato ai nostri nonni, davanti al fuoco, quando erano ancora bambini”.

(Pubblicato l’11 giugno 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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