Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Cosimo Giordano, le ragioni di un brigante

di Lorenzo Terzi

Cosimo Giordano, nato a Cerreto Sannita nel 1839, è una delle figure più controverse del brigantaggio meridionale postunitario. Proveniente da una povera famiglia contadina, fu destinato al mestiere di garzone, prima come guardiano di maiali e poi di armenti. Le peripezie che contrassegnarono la sua vita turbolenta ebbero inizio nel 1855 con un assassinio: l’adolescente Cosimo uccise a coltellate un uomo che a sua volta gli aveva ammazzato il padre con un’accettata a causa di un debito non pagato. Assolto dalla Gran corte criminale per la giovane età e per le circostanze psicologiche in cui aveva commesso il suo crimine, il Giordano fu arruolato nell’esercito borbonico, fra i carabinieri a cavallo. Con il grado di sergente partecipò alla battaglia del Volturno del 1° ottobre 1860, distinguendosi per il valore in combattimento. Caduto il Regno delle Due Sicilie, fu chiamato alla leva presso il Comando militare di Caserta. Pur essendosi mostrato disponibile a entrare nell’esercito italiano, venne respinto due volte, forse a causa dei suoi trascorsi borbonici. Decise allora di darsi alla macchia, dando così inizio alla sua seconda vita di brigante. Costituita una forte banda paramilitare, l’ex soldato imperversò nel Sannio con ardite e feroci azioni criminali e di guerriglia: si ricorda, in particolare, il ruolo di primo piano che egli ebbe nella celebre reazione di Pontelandolfo.

A seguito dell’incalzare della repressione contro il brigantaggio, Cosimo Giordano riparò spesso, fra il 1864 e il 1866, nel territorio dello Stato pontificio, dove ebbe contatti con esponenti della corte borbonica in esilio. Si ritirò poi a Londra, quindi a Marsiglia e infine a Lione: qui, sotto il falso nome di Giuseppe Pollice, gestì un negozio di frutta e verdura, si sposò ed ebbe un figlio. Nel 1882 fu attirato a Genova con l’inganno da uno scaltro funzionario di pubblica sicurezza. Arrestato, venne condotto nel carcere di Benevento e sottoposto a processo. Il 25 agosto 1884 la Corte d’Assise lo condannò ai lavori forzati a vita e alle pene accessorie.

Morì nel carcere di Favignana il 14 novembre del 1888.

Le gesta brigantesche di Cosimo Giordano conobbero vasta risonanza, all’epoca, non solo nelle cronache ma anche in letteratura. Già nel 1863, infatti, quando il bandito sannita era in piena attività, lo scrittore napoletano Pasquale Villani gli dedicò un’opera narrativa, «Cosimo Giordano e i saccheggiatori di Cerreto nel 1860».

Molti anni dopo fu la volta del famoso romanziere Francesco Mastriani: questi, il 24 settembre del 1886, iniziò l’edizione a puntate sul quotidiano «Roma» di un romanzo storico imperniato sull’ex sergente di Francesco II: «Cosimo Giordano e la sua banda. Episodi di brigantaggio del 1861». Il lavoro di Mastriani è stato ripubblicato nel settembre 2019 dall’editore D’Amico di Nocera Superiore, con una prefazione di Chiara Coppin e note biografiche e appendice documentaria a cura di Salvatore D’Onofrio.

Il romanzo alterna eventi e personaggi di fantasia con avvenimenti e persone reali: Mastriani dimostra una profonda conoscenza dei fatti di cronaca e degli atti processuali relativi alla storia umana e criminale del protagonista. Il primo capitolo – nota D’Onofrio – “costituisce una chiave ideale di lettura entro la quale inquadrare non solo le vicende del Giordano ma più in generale le cause sociali, economiche e politiche alla base del brigantaggio”. A scanso di equivoci, l’autore si dimostra un convinto sostenitore dell’Unità d’Italia e guarda senza indulgenza alla brutalità e alla meschinità delle imprese dei fuorilegge.

Tuttavia, Mastriani non manca di condannare le ingiustizie, le contraddizioni, il degrado sociale, la miseria, le delusioni per le aspettative tradite, elementi tutti che contribuirono a formare l’humus del brigantaggio postunitario e della conflittualità sociale a esso sottesa. Ma il romanziere non si limita alla denuncia. Al contrario, si spinge a indicare il percorso da seguire per eliminare le cause che avevano determinato l’insorgere della guerriglia brigantesca: “favorire l’istruzione, il lavoro obbligatorio ma rispettoso della dignità personale, una equa ripartizione delle ricchezze, maggiore giustizia sociale”.

Sul piano strettamente letterario, «Cosimo Giordano e la sua banda» si presenta come un romanzo di grande abilità narrativa: la cornice storica è suggestiva e appassionante, l’intreccio avvincente; la descrizione dei personaggi e della loro psicologia è acuta ed efficace. Come scrive nell’introduzione Chiara Coppin, Mastriani non tace sulle responsabilità del suo protagonista, esecutore di atti crudeli. Nel tratteggiarne la figura, però, si sottrae allo stereotipo del bandito dall’aspetto sgradevole e feroce, sottolineando invece, nel Giordano, “la grazia e l’eleganza innate nonché l’intelligenza arguta e il carattere austero”. Più in generale l’autore, pur deprecando convintamente il banditismo, osserva con lucidità le ragioni scatenanti del brigantaggio, “protesta armata e terribile contro le secolari oppressure”, identificandole nel malcontento che, all’indomani dell’Unità, fu provocato in un’ampia fascia dei ceti più poveri dai profondi mutamenti apportati dal nuovo assetto politico “nelle pubbliche e private cose” e dal persistere di una diseguale ripartizione degli “utili” fra le varie classi sociali.

Mastriani non trascura neppure di individuare e stigmatizzare la strumentalizzazione della guerra delle bande, da parte degli emissari borbonici, per finalità politiche. Nel romanzo, inoltre, non mancano riflessioni amare sul ruolo del clero che, a detta dell’autore, avrebbe alimentato l’odio verso il governo nazionale “con le armi efficaci del confessionale e del pulpito”.

L’acume della riflessione sociale e storica, come abbiamo osservato, non compromette la validità del romanzo in quanto prodotto letterario. Al contrario, Mastriani sa gestire magistralmente l’alternanza fra realtà e invenzione, dimensione privata e azione pubblica dei personaggi. Ciò emerge in maniera evidente nella rappresentazione, tesa e drammatica, della dialettica fra Cosimo Giordano e l’infido e feroce luogotenente Palucchiello, il giovane fervente liberale Ernesto e il padre e lo zio canonico, sinceri quanto irriducibili nemici del “nuovo corso” politico.

In «Cosimo Giordano e la sua banda», infine, Mastriani non omette l’elemento sentimentale, indispensabile per tenere desta l’attenzione del pubblico dei fruitori dei romanzi d’appendice, che predilige le emozioni forti e i colpi di scena. Ma la “storia d’amore” è narrata in maniera tutt’altro che accessoria e convenzionale: merito del fascino inquietante, irresistibile e selvaggio del personaggio della bella Pasqualina Rinaldi, destinata a diventare la sposa appassionata e fedele di Ernesto.

(Pubblicato il 23 aprile 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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