Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Donne e inquisizione: tra eresia, emancipazione e controllo sociale

di Paolo Bernardini

​Gli studi di genere – se perdono i contorni aggressivi e auto-referenziali che purtroppo caratterizzano alcuni dei loro esponenti, in Italia meno che nel mondo anglosassone – possono condurre a straordinarie riletture del passato, a farci comprendere “la nostra storia” in maniere inusitate, e, di frequente, illuminanti. Ma non solo a questo servono. Essi rendono spesso un grande servigio allo storico, consentendogli di abbandonare le anguste – e spesso solo strumentali – categorie cronologiche “di scuola”: Medioevo, Età Moderna, Età Contemporanea. E ci permettono agevolmente – gli studi di storia delle donne, in specie – di rileggere e rivalutare profondamente il ruolo, la situazione, la “vita” insomma, in generale, dell’altra metà del cielo: ridando alla donna una centralità che, per tanti motivi, non le si vuole riconoscere nel passato, perché (magari poi) non le venga riconosciuta neanche nel presente.

E dunque è da salutare con gioia un ragguardevole volume collettivo, Donne e Inquisizione, curato da Marina Caffiero e Alessia Lirosi, da due storiche (di diverse generazioni) che da decenni coltivano, con risultati eccellenti, la “storia delle donne” intrecciandola con la storia della Chiesa e della società in generale, appena pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura. Si tratta del primo volume che abbracci la tematica in modo panoramico: sia dal punto di vista cronologico – l’Inquisizione (è bene ricordarlo) nasce prima della Riforma cattolica e continua abbondantemente ad operare (in forme diverse) fino ad oggi – sia dal punto di vista dei differenti “oggetti d’attenzione” per il Santo Uffizio: giudaizzanti, “streghe”, e poi – come scrive Caffiero – “mistiche, bigame, concubine, possedute, convertite dall’Islam, schiave”.

Dobbiamo soprattutto ad Andrea del Col, nel suo fondamentale volume del 2006 “L’inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo”, l’allargamento necessario dell’orizzonte temporale della ricerca (fuori dal “confino obbligatorio” che poneva l’Inquisizione al centro dell’universo controriformistico, e lì la teneva per tanti motivi crocifissa), gli dobbiamo anche costanti riferimenti al ruolo della donna nel concerto complesso delle attenzioni, pratiche, condanne, assoluzioni del Santo Uffizio: cui occorre riconoscere – pur nella tragicità delle sue pratiche – un certo qual rispetto per le “pari opportunità”, quando addirittura non accade (e succede spesso) che le donne, per quanto non per questioni dottrinali (le “teologhe” e in generale le intellettuali che effettivamente scrivono non esistono, o son poche, ovviamente) siano maggiormente “attenzionate” dal Sant’Uffizio rispetto ai maschi. Del Col infatti scopre che nei processi del Sant’Uffizio tra 1400 e 1541 – circa 700 – con relative condanne a morte in 250-270 casi, il 40% è la percentuale delle condanne capitali per le inquisite di sesso femminile, a fronte del 22% per gli inquisiti di sesso maschile. E non si tratta di un “trattamento di favore” (sia detto senza ironia…)

Ma già nel sistematico “Dizionario Storico dell’Inquisizione” di Prosperi, Lavenia e Tedeschi, pubblicato dalla Scuola Normale nel 2010, la voce di Lucia Piccinno “Donne e inquisizione” illuminava su nodi tematici essenziali, fornendo anche una bibliografia che indicava come volume più risalente il pionieristico lavoro di M. C. De Matteis, “Idee sulla donna nel Medioevo”,  pubblicato nel 1981, insieme al saggio di G. Koch sul ruolo della donna nel catarismo e nel valdismo medievali, del 1983, e ai lavori anch’essi pionieristici di Gabriella Zarri dei primi anni Novanta del secolo passato.

Ma quali sono questi “nodi tematici essenziali”, importantissimi perché si ritrovano anche nel volume di Caffiero e Lirosi? Il desiderio profondo della donna di emanciparsi, di trovare un ruolo sociale al di là  delle vie coatte, e limitatissime, a lei concesse nel mondo di antico regime: madre, religiosa, prostituta. E come la donna la si ritrova spesso a gestire società d’affari al posto del marito (magari defunto), così la si ritrova già nei processi inquisitoriali, così essa abbraccia, con relativa ingenuità, l’“eresia”: ad esempio nel caso degli Albigesi, che avversavano il matrimonio, o dei Lollardi, mentre in altri movimenti ereticali del tardo Medioevo la donna incontra un momento di possibile crescita spirituale, intellettuale, di emancipazione dello spirito, vorremmo dire, tale per cui i “contenuti” stessi dei nuovi insegnamenti – vieppiù stigmatizzati dalla Chiesa – rileva meno (per la scelta individuale femminile) rispetto ai modi di vita, alla “libertà” garantita dall’aderire a questi movimenti. Esemplare il caso del ruolo della donna – e centrale – nelle comunità libere della “Devotiomoderna” (che nasce ad inizio Quattrocento) studiate da un maestro della storiografia medievistica, John van Engen dell’Università di Notre Dame negli USA: il movimento non aveva elementi dottrinali eretici (almeno “en gros”), eppure fu attaccato dalla Chiesa, e fu visto per questo proprio come antesignano della Riforma. Era un movimento legato alla realizzazione di un nuovo tipo di società fondato sulla vita in comune, sulla “comunità” contrapposta all’incipiente “statalizazzione” dell’Europa – ivi compresi i Paesi Bassi sotto il giogo imperiale.

​Il volume di Caffiero e Lirosi ci illumina su percorsi inediti: innanzi tutto finalmente si mostra, proprio in riferimento alle donne, la vitalità dell’Inquisizione quando istituzionalmente stava morendo, nel Settecento dove si assiste al pieno, consapevole assestamento della Chiesa esauritasi la spinta controriformistica e in pieno irenismo. E nel Settecento la donna, avviata anche in società a quell’emancipazione che tra le tante proprio le martiri albigesi e beghine avevano ingenuamente, disperatamente preannunciato (e di cui s’erano fatte prime interpreti), appare sempre più di frequente nei dossier inviati al Sant’Uffizio. Mentre l’eresia si allarga, dal punto di vista speculativo, perde i suoi connotati eminentemente dottrinali – legati a teologi, a pensatori, in genere a “maschi” – si “femminizza”, per usare la felice locuzione della storica Anne Jacobson Schutte. E allora ecco che – con un singolare e perverso adattamento delle procedure, dei fini, degli oggetti stessi del Sant’Uffizio – la donna viene attaccata per la sua vanità, per le sue inclinazioni (vere o supposte) a “sedurre” i confessori, e, soprattutto, per la “affettata santità”, per comportamenti che riguardano più la sfera sociale in generale che la sfera dottrinale. Una strategia di “disciplinamento sociale” adattata ai nuovi tempi, un modo per giustificare la sopravvivenza dei tribunali inquisitoriali una volta perduto il loro oggetto primo, la (così maschile!) eresia dottrinale?

Un segno (a contrario) di un’emancipazione femminile che – limitatissima, e alla fine relegata a pochi ambiti sociali – stava pur emergendo, non solo più come istanza disperata (come per le albigesi nel Medioevo) ma come vera novità sociale? Le “mulierculae” stavano diventando – grave minaccia per l’ordine tradizionale –tutte femmes savantes? Ma soprattutto, la donna nella società post-riformistica appare sempre – per dirla con un poco di ironia – davvero sempre più “mobile”. Ma non è la “mobilità” di emozioni e inclinazioni del Rigoletto verdiano (che peraltro a metà Ottocento cadeva in un momento non felice per la donna nel contesto dell’Italia pre-unitaria), è una mobilità reale, non di umore; ma di confini, ad esempio: donne che attraversano il Mediterraneo, che cambiano religione, magari continuando, come le ebree di Salonicco giunte nella Livorno porto-franco mediceo a fine Cinquecento – a criptogiudaizzare, ovvero a praticare in segreto i loro riti.

Nel bellissimo saggio di Francesco Vitali viene proprio studiato il caso delle ebree di Salonicco migrate a Livorno, e giudicate nel 1606, prima dal tribunale locale, poi dal Sant’Uffizio: quattro famiglie “eretiche”, nel senso che in segreto e tra loro continuavano a praticare il rito ebraico? In realtà si tratta di altro: il conflitto è tra autorità medicee, tutte intese a far di Livorno un centro di liberalità e ricchezza, e Chiesa, che invece non vuol perdere una giurisdizione sul territorio (su tutti i territori italiani), che ha un significato innanzi tutto politico (con notevoli risvolti economici, a guardare bene).

​Siamo di fronte ad un conflitto che prosegue in Italia fino all’Unificazione, e in maniera per certi aspetti più dura ben oltre. Fino a quando? Fino ad ora? Ma non solo gli ebrei entrano in giuoco. Anche – con estrema modernità, e singolare anticipazione sui tempi nostri – i convertiti dall’Islam, come narra la favolosa vicenda della fanciulla Aisè, cristiana, musulmana, poi di nuovo cristiana (ma ortodossa), poi finalmente cattolica, fatta oggetto di attenzioni da tribunali laici ed ecclesiastici. Non è forse tanto importante che cosa essa provasse “in interiore homine”: ma, come scrive Alessia Lirosi, “Aisè incarna (…) un esempio di mobilità femminile che approfitta delle difficoltà di identificazione anagrafica dell’epoca per migliorare la propria condizione sociale e avvalersi dei vantaggi legati alla conversione: ad esempio le donazioni in denaro o le altre sovvenzioni con cui la Chiesa premiava i passaggi di ebrei e islamici al Cattolicesimo, nell’ottica propagandistica di sottolineare la vittoria della cristianità e della vera religione sulle false fedi”.

​“Donne e inquisizione” mette a punto con originalità e fascino un capitolo fondamentale di storia italiana, mediterranea, ecclesiastica. Ci aiuta a rileggere storie ben note – alcune addirittura trasformate in film da Hollywood – come quella della cortigiana Veronica Franco, “meretrice” veneziana ma anche poetessa e letterata che seppe difendersi con grande arguzia dalle accuse di magia (e anche, con sublime, delicata sfrontatezza, da quelle di “cattivi costumi”), collocandole all’interno di un quadro più vasto. E, come ogni libro di valore, apre la strada a ricerche nuove che inevitabilmente avranno luogo.

La “nostra storia” è sempre più storia di due “generi” coinvolti inevitabilmente – ma sotto ogni aspetto, davvero – nel medesimo destino.

(Pubblicato il 12 marzo 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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