Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La “questione adriatica” prima della “Questione adriatica”. Italia e Serbia alla vigilia della Grande Guerra

di Marcello Rinaldi

Nel panorama delle ultime monografie dedicate alla politica estera italiana, il libro di Fabrizio Rudi Soglie inquiete. L’Italia e la Serbia all’inizio del Novecento (1904-1912), pubblicato da Mimesis Editore, evoca con efficacia, sin dal titolo, l’estrema tensione nella quale la diplomazia europea, nel suo insieme, si trovò ad agire in ciò che, a ragione, può considerarsi una perigliosa fase di obbligata non belligeranza, ossia il decennio che precedette lo scoppio della Grande Guerra. Il riferimento alla soglia, quale dimensione realizzante un consueto processo di risveglio o di «edificazione nazionale», figura in questa sede non soltanto come fattore dalla duplice funzione «simbolica» e «gnostica», ma soprattutto come scaturigine di un altrettanto duplice effetto concreto, ossia di contesa e di compromesso. A tal proposito, l’autore non rinuncia a spiegare in che modo e per quale motivo ciò generalmente avviene, e soprattutto sotto quale specie:

Forse in nessun luogo in Europa come ai confini fra l’Italia e l’Austria-Ungheria e fra l’Austria-Ungheria e la Serbia – fatalmente disposte secondo una non lineare continuità territoriale – l’imminenza degli sconvolgimenti tipici di una “pace armata” come quella che apre il XX secolo potevano essere percepiti. La soglia è un luogo di stasi, e deve essere garantita come tale a ogni costo. Di conseguenza, è un luogo di frizione, poiché ciò che lungo il suo corso stride può essere sufficiente a individuare le cause profonde del conflitto che anima due enti vitali da essa separati.

Per quanto ciò non costituisca affatto una novità nella storia diplomatica, specialmente dalle guerre di successione settecentesche in avanti, Rudi, nella sua trattazione, spiega in che modo un limes conteso costituisca una delle cifre storiche da cui le ultime decadi del XIX secolo e la prima metà del XX secolo si sono caratterizzate: non soltanto motore, ma anche inevitabile risultato di quegli eventi, per arrestarsi ai soli suoi effetti nel breve termine. Sin dall’inizio del libro, Rudi pone immediatamente in chiaro, e con molta decisione, le sue intenzioni intorno allo studio del ruolo avuto dall’Italia nelle relazioni internazionali a cavaliere fra XIX e XX secolo: ricostruirlo sine ira nec studio, non indulgendo unicamente sui demeriti e ponendo l’accento anche sugli inevitabili meriti, ma senza la consueta pretesa di risultare imparziale in forza del grado, quello primario, dei documenti da lui impiegati per la sua ricerca. Con ciò, invita anche il lettore a ricordarsi di quale «enorme responsabilità» la diplomazia italiana si era onerata con la firma del Trattato di Berlino il 13 luglio 1878: quella di garantire la stabilità dei confini nell’Europa balcanica, disponendo per questo di un’adeguata voce in capitolo in tutto ciò che atteneva al mantenimento della pace.

Il Regno di Serbia è, grazie a queste premesse, l’interlocutore privilegiato dell’Italia in questa fondamentale transizione della storia europea: lo era a partire dall’indomani della terza guerra di indipendenza, da quando, cioè, i loro interessi, allora in funzione decisamente anti-austriaca, risultarono comuni sotto ogni loro aspetto, e lo era all’inizio del XX secolo dal momento che, al pari dell’Italia, era un’entità statuale e politica con la quale, seppur su due diversi piani, le Grandi Potenze dovevano fare i conti. A partire dal 1882, tuttavia, la situazione era notevolmente variata a favore della Duplice Monarchia: tanto la Serbia quanto l’Italia vi erano alleate, quest’ultima ai sensi del Trattato della Triplice Alleanza.

Rudi ricostruisce gli effetti immediati del ritorno, al trono di Belgrado, della dinastia dei Karađorđević, dunque del cambiamento della disposizione diplomatica del Regno di Serbia verso l’Austria-Ungheria, della quale, da vent’anni era stretto alleato, e della grande insurrezione che, quasi al contempo, sollevò la Macedonia contro l’Impero ottomano. Tutti gli Stati balcanici di allora, indipendenti o vassalli della Sublime Porta che fossero, erano in buona misura corresponsabili di quell’evento. Le diplomazie russa e austro-ungarica, al tempo guidate rispettivamente dal conte Lamsdorf e dal conte Gołuchowski, dovettero allora rimettere in discussione i termini del loro controllo sulle sorti delle terre balcaniche, optando per una più serrata e sistematica sorveglianza, e tenendo in conto, ancorché malvolentieri, la collaborazione delle altre Grandi Potenze al raggiungimento di quest’obiettivo. Quest’ultimo prevedeva un triplice ordine di riforme: finanziario, giudiziario e amministrativo. L’innovazione maggiore sarebbe dovuta essere la creazione di una gendarmeria internazionale europea, da affiancarsi a quella ottomana, per la garanzia dell’ordine nei Balcani centrali. Sebbene l’Italia, i cui Affari esteri a quei tempi reggeva Tommaso Tittoni, riuscì a far nominare un proprio generale al comando della menzionata gendarmeria europea, nondimeno rischiò di rimanere estromessa da tutti gli altri affari concernenti il programma di riforme per la Macedonia. A questo scopo, non solo rinforzò i propri rapporti con il Regno di Serbia, ma favorì l’allargamento dei suoi già esigui margini di manovra diplomatica verso gli Stati viciniori sostenendo, nel 1904, la sua alleanza con il Principato di Bulgaria, ancora vassallo dell’Impero ottomano, ma penetrato dai capitali austro-tedeschi da lungo tempo.

Nel ricostruire il clima di fiducia di cui, durante la lontananza delle armi russe dallo scacchiere balcanico, perché destinate in Estremo Oriente, Rudi ha fatto un largo ricorso alle fonti diplomatiche serbe edite e inedite, e dal loro attento spoglio i punti di vista italiano e serbo sulla necessità di contenere le mire espansionistiche austro-ungariche «al di là di Mitrovica» emergono con una certa originalità, ma sulla coincidenza, in particolare, Rudi afferma quanto segue:

Il governo di Belgrado non poteva correre il rischio di alienarsi i consensi politici dei Serbi di Macedonia, ancora sudditi del sultano – Abdul-Hamid II – attraverso una dura e manifesta condanna delle cellule rivoluzionarie e del loro operato ex abrupto; doveva, al contrario, assicurare con tutti i mezzi le migliori garanzie per la propria edificazione nazionale, e a tal proposito l’ideale equipollenza degli interessi italiani e di quelli degli Stati balcanici, espressa nella formula politica “i Balcani ai Paesi balcanici”, si poteva rivelare salvifica. Tittoni amava ricordare che l’obiettivo politico in essa racchiuso era per l’Italia “questione di prestigio, di influenza per la tutela della sicurezza, di condizione di Grande Potenza”, e per i Balcani “una questione vitale, che sia o no una questione”.

Se l’Austria-Ungheria avesse espanso la propria giurisdizione anche politica, e non solo amministrativa, in tutto il Sangiaccato di Novipazar, la Serbia e il Montenegro sarebbero presto entrate alle sue dipendenze. Da qui discendeva per l’Italia la necessità di meditare una nuova strategia di intervento, in sinergia con l’Inghilterra e della Francia, in onore della quale aveva da poco appianato i propri dissidi diplomatici per ciò che atteneva alla natura eminentemente difensiva della Triplice Alleanza. Era una strategia di tipo economico e infrastrutturale: nel 1905 veniva fondata in Montenegro la Compagnia di Antivari, mentre in Serbia iniziava a divenire urgente l’idea di una ferrovia detta «transbalcanica», ideata per congiungere il mare Adriatico al mar Nero, e per incrociarsi con la progettata tratta ferroviaria che avrebbe dovuto congiungere il villaggio di Uvac, in Bosnia, sul corso della Drina, con Mitrovica, e, idealmente, Vienna con Salonicco. Per la Serbia, quindi, l’Italia avrebbe dovuto garantire uno «sbocco» sull’Adriatico, ma di non meglio specificabile natura. A questo proposito, Rudi, commentando un dispaccio del ministro plenipotenziario serbo a Roma, Milovan Milovanović, afferma quanto segue:

L’impiego in lingua serba del termine izlaz, nel dispaccio del Milovanović, pone alcuni problemi interpretativi: in lingua italiana, il termine si traduce genericamente in “uscita”, ma non è ancora del tutto chiaro se con esso si intendesse propriamente l’estensione della sovranità serba lungo una ragionevole porzione della costa adriatica, o a un semplice porto.

Ciò che impediva all’Italia di promettere alla Serbia quanto le sarebbe spettato era costituito dagli accordi che aveva preso all’inizio del XX secolo con l’Austria-Ungheria con riguardo all’Albania. Erano accordi di reciproco disinteressamento, sui quali, però, si incardinava una «sotterranea competizione» sulla maggiore o minore influenza da esercitare su quella terra a scapito ora dell’una ora dell’altra alleata. Ed una più ampia e concitata competizione si sarebbe avuta sotto il profilo economico e finanziario fra le Potenze confinanti in area balcanica. Rudi, in tal merito, dedica un’analisi assai particolareggiata al procedere della guerra doganale austro-serba, questa volta ricorrendo con coscienziosa pazienza alla documentazione primaria italiana ad essa riferentesi. Da quest’ultima emerge che l’Italia seppe trarre da quella lotta, silenziosa, affatto moderna, una preziosa lezione della quale valersi. L’Austria-Ungheria, in effetti, aveva giustificato l’inizio della sua guerra doganale contro la Serbia avendo giudicato irregolare, sotto il profilo del diritto internazionale, il Trattato di commercio serbo-bulgaro del 1905, tacendo che quest’ultimo era in realtà altamente lesivo degli interessi commerciali e finanziari austro-tedeschi nel sud-est europeo.

Allo scopo di contenere le pretese della sua imperiale e regia alleata, l’Italia, quindi, non solo rinsaldò la propria presenza commerciale con il mondo slavo, ma si fece una volta per tutte promotrice della creazione di un sindacato internazionale utile a stanziare i fondi e le risorse per la costruzione della ferrovia adriatica. Ma i tempi era cambiati: ai Ministeri degli esteri russo e austro-ungarico c’erano due uomini in diversa misura di più decisa azione dei loro predecessori, Aleksandr Izvol’skij e il barone von Aehrenthal, e a Costantinopoli prendeva piede la rivoluzione costituzionale dei Giovani Turchi, che tutto volevano fuorché l’ingerenza europea negli affari interni dell’Impero, specialmente per ciò che riguardava la ferrovia. Nella specie:

I Giovani Turchi promettevano ingenti riforme infrastrutturali, senza considerare – o rifiutandosi di accettare – il fatto che la Banca Ottomana e il debito pubblico ottomano si trovassero nelle mani dei capitalisti europei. Seppure c’era la consapevolezza per cui le garanzie chilometriche avevano contribuito alla rovina delle finanze ottomane, pure il non richiederle avrebbe determinato un netto regresso tecnologico di quello stesso Stato che ambiva a occidentalizzarsi una volta per tutte.

Nel ricostruire, sulla base di nuovi documenti diplomatici italiani e serbi, le travagliate vicende della crisi bosniaca del 1908-1909, Rudi offre una meritoria prospettiva delle cause profonde e degli intimi intendimenti che hanno determinato le scelte politiche di Aehrenthal, di Izvol’skij e di Tittoni nel corso della medesima: tutte e tre risposero a ben congegnati progetti futuri, indipendentemente dalla loro realizzazione, e non furono dettati da valutazioni errate perché viziate da ambizione personale o manifesta incapacità. La crisi diplomatica del 1908-1909, avvicinò certamente gli equilibri europei alla rottura e alla guerra. Causò alla Serbia, militarmente impreparata priva di alleanze politiche – l’unica essendo stata spezzata nel 1905 per l’intervento dell’Austria-Ungheria – un grido di dolore, e all’Italia uno smacco al quale, pure, riuscì prontamente a porre rimedio.

Rudi a tal proposito pone l’accento sul sottile calcolo politico su cui furono basate le tre soluzioni che Tittoni, alla fine del suo mandato al Ministero degli esteri, prese a tale scopo: dell’accordo di Racconigi riconosce la portata immensa per il riconoscimento dei suoi diritti mediterranei; negli accordi sul Sangiaccato vede il tentativo di conciliare l’eseguibilità dell’articolo VII della Triplice Alleanza senza che il diritto allo sviluppo degli Stati balcanici venisse conculcato; nella nomina di un rappresentante italiano per la Commissione centrale di riorganizzazione ed ispezione delle finanze ottomane scorge, infine, il passo idoneo a scongiurare il rischio di essere esclusi dalla questione d’Oriente.

Ma ecco che, al sopravvenire della seconda crisi marocchina, in occasione della quale i termini della Conferenza di Algeciras, risolutiva della prima, vennero infranti, gli equilibri europei iniziarono a venire meno come ad effetto di una reazione chimica i cui elementi, attivatori e catalizzatori, a stento tenuti sotto controllo durante la crisi bosniaca, iniziarono a produrre, questa volta con un ritmo serrato, le premesse per un nuovo assetto territoriale nell’Europa balcanica.

La Serbia, dal canto suo, prese definitiva coscienza della sua necessità di agire proprio durante le prime due rivolte albanesi del 1910 e del 1911. Era la prova del fallimento al quale il regime dei Giovani Turchi oramai andava incontro. Il suo programma accentratore si era procurato le inimicizie del popolo più fedele alla Turchia, e se la guerra italo-turca del 1911 costituì il pretesto morale, per tutti i Balcani, adatto per spartirsi la Turchia europea, i torbidi in tutto l’Impero, specialmente nella penisola arabica, ebbe come principale conseguenza il disimpegno della difesa militare ottomana dalla Macedonia, costringendo Costantinopoli ad accelerare le trattative per la concessione delle autonomie ai Malissori. Il sultano, che sempre più si trovava contestato dal Comitato per l’Unione e il Progresso, sapeva che gli Albanesi potevano creare un grave precedente per la Serbia, la Bulgaria e la Grecia. E così fu.

Per l’Italia, il momento per rendere giustizia ad una lunga e faticosa preparazione diplomatica per la tutela dei propri diritti sulla Libia fu offerta dalla seconda crisi marocchina. Dalla corrispondenza del marchese Antonino Di San Giuliano, grazie al quale la politica balcanica italiana cambierà completamente, si può arguire che l’Italia sia intervenuta nell’Africa settentrionale per una ragione in realtà molto semplice: per paura dei Francesi. E anche per questa ragione, valutò anche l’importanza di difendersene attivando tutti i dispositivi offerti dal Trattato della Triplice Alleanza, allo scopo di mettere in applicazione, una volta per tutte, il principio di disinteressamento verso l’Albania, da condividere con l’Austria-Ungheria, per neutralizzare per sempre la sotterranea competizione che dal 1878 ingaggiava con essa.

Questo significava, in poche parole: non spartirsi l’Albania, ma farne uno Stato. E ciò comportava un sacrificio ben preciso: lo sbocco serbo sull’Adriatico. È pur vero un fatto: l’Italia non ha mai promesso veramente alla Serbia di impegnarsi per questo sbocco, ma solo per la sua prosperità economica e politica. Non si può dire che l’Italia abbia fatto un voltafaccia alla Serbia, né che ha offerto false promesse. Ma per la Serbia, la prosperità economica si otteneva soprattutto grazie ad una finestra sull’Adriatico.

In conclusione, l’autore offre un’analisi del tema affrontato su tre piani: storico, diplomatico e geopolitico. Da essa risulta una ricostruzione effettuata in maniera completa ed esaustiva, nella quale il sussistere delle relazioni bilaterali del Regno d’Italia e del Regno di Serbia è giustificato dalla più ampia cornice dei rapporti internazionali europei e mondiali di un’epoca inquieta quante altre mai.

(Pubblicato il 24 febbraio 2020 ©  «Giornale di Storia»- Recensioni)

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