Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

1920. Una pace senza pace

di Luciano Monzali

Il centenario della prima guerra mondiale e della dissoluzione della Russia zarista e dell’Impero asburgico e ora il prossimo anniversario della Pace di Parigi (21 gennaio 1920), hanno rianimato la discussione storiografica e pubblicistica sul significato e sul valore dell’eredità, nella storia europea e mondiale, dei grandi Imperi dinastici multinazionali: Impero asburgico, Russia zarista, Osmanli Imparatorlugŭ (Sublime Stato ottomano).

Nel corso degli ultimi cento anni le interpretazioni e i giudizi sui grandi Imperi sono mutati radicalmente: siamo passati dall’assoluta denigrazione dell’esperienza storica di queste entità politiche, ritenute reazionarie e antidemocratiche, in nome di un’esaltazione incondizionata della forma di Stato nazionale, caratteristica, per esempio, delle culture europee fra le due guerre mondiali, alla loro più recente rivalutazione, come modello concreto di convivenza fra popoli di lingua, cultura e religione differenti, sorta di anticipazione arretrata e imperfetta di forme in divenire delle società multietniche e multiculturali contemporanee guidate dai valori superiori del capitalismo liberaldemocratico d’ispirazione anglo-americana.

È ovvio che queste interpretazioni e giudizi assai spesso sono stati il prodotto del bisogno di legittimazione da parte delle forze temporaneamente vincenti della storia euro-asiatica o del perseguimento di obiettivi politici da parte di gruppi e forze politico-culturali ben determinati. Pensiamo solo agli apologisti anti-asburgici dei nazionalismi centro-europei, o all’esaltazione del modello ottomano di coesistenza interreligiosa da parte di alcuni storici cattolici desiderosi di affermare l’idea della possibilità di un pluralismo religioso in Medio Oriente; alla rivalutazione dell’esperienza storica asburgica da parte di studiosi ucraini per dimostrare l’estraneità dell’identità dell’Ucraina dal mondo russo ortodosso e da parte di tanti storici austriaci e tedeschi come legittimazione e giustificazione di un ruolo predominante della Germania e dell’Austria nell’Europa centrale post-1989.

Personalmente non condividiamo la visione benigna degli Imperi dinastici multinazionali che crollarono fra il 1917 e il 1923. Certamente l’Impero asburgico, quello zarista e quello ottomano erano strutture politiche che avevano ancora forti elementi di solidità interna e potenzialità di positivo sviluppo economico e sociale al momento dello scoppio della prima guerra mondiale. Ma non dobbiamo dimenticare che erano entità autoritarie che tolleravano la diversità e il pluralismo etnico-nazionale e religioso solo in un quadro di netta e indiscussa subordinazione dei popoli sottomessi alle gerarchie e alle culture dominanti. La spinta di molti popoli europei e asiatici sottomessi agli Asburgo, agli Zar e agli Ottomani all’autodeterminazione nazionale sul piano politico era qualcosa di genuino e antico, che non a caso ha dominato lo politica europea fino ai giorni nostri.

Ovviamente gli storici e le opere storiografiche non sono qualcosa di asettico, neutro, ma si nutrono delle idee e dei valori delle persone che fanno ricerca storica e dei condizionamenti che gli storici subiscono dalle culture in cui nascono e si formano, dall’influenza dei problemi e dei drammi delle epoche in cui vivono e scrivono. Ma dovere dello storico dovrebbe essere quello di ricostruire e di raccontare il passato in maniera rigorosa ed equilibrata, complessa e non semplicistica, stimolato ma non dominato dalle proprie passioni e convincimenti. Tutto ciò se si vuole svolgere appieno quello che dovrebbe essere il ruolo dell’uomo di cultura in una società libera e pluralista: tentare di fare sopravvivere quello che si scrive al di là delle contingenze ristrette del proprio tempo.

Uno sforzo lodabile in tal senso e un contributo significativo ad una riflessione equilibrata sulle conseguenze del crollo dei grandi imperi, zarista, asburgico, ottomano e prussiano-tedesco, fra il 1917 e il 1923, ce lo ha offerto di recente il bel libro dello storico tedesco Robert Gerwarth, docente presso l’University College di Dublino, La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923, opera pubblicata in Italia da Laterza, nel 2017, ma che, a parere di chi scrive, non ha ricevuto nel nostro Paese l’attenzione che merita.

Gerwarth è uno studioso che ha come punto di forza la capacità di fondere nei suoi libri alcuni dei pregi della storiografia tedesca con quelli della ricerca storica anglo-americana. Da una parte, il gusto della precisione e della accuratezza delle ricostruzioni, l’attenzione e l’apertura verso il mondo centro-europeo e la Russia, caratteristici della migliore storiografia tedesca; dall’altra, la ricerca di un linguaggio e di una scrittura semplici e chiare, la mancanza di complessi nel ricercare analisi e spiegazioni globali e definitive di complessi fenomeni storici, tipici di tanti scrittori di storia britannici e americani.

Gerwarth non soffre poi dell’handicap dello scrivere e pubblicare in tedesco – che ha impedito ad alcuni grandi storici tedeschi, ad esempio Hans-Peter Schwarz, magnifico biografo di Adenauer e Kohl, uno dei più grandi storici europei degli ultimi  decenni, di ottenere una meritata notorietà internazionale: il suo operare in un Paese di lingua inglese quale l’Irlanda, il pubblicare in inglese e la sua capacità di orientare la sua produzione storiografica alle esigenze del mercato librario anglo-americano hanno fatto di Gerwarth, poco più che quarantenne, uno degli storici tedeschi più noti sul piano internazionale.

Va detto che La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923 dimostra che la notorietà di Gerwarth è certamente meritata. Lo storico tedesco ha la capacità di presentare in maniera chiara e convincente processi e fenomeni storici complessi come la dissoluzione della Russia zarista o dell’Austria-Ungheria. Essendo un esperto di storia della Germania, le parti più efficaci del libro sono quelle che lui dedica alla fine della guerra mondiale e al primo dopoguerra nei Paesi di lingua tedesca, Germania e Austria. Ma non prive di interesse, e scarsamente conosciute pure al lettore di lingua italiana, sono le ricostruzioni degli eventi politici in Russia e nei Balcani fra il 1917 e il 1923. Lo storico tedesco è particolarmente bravo in un uso efficace della memorialistica e della narrativa per spiegare e comunicare i processi storici da lui studiati e narrati, consapevole che spesso sono proprie le opere letterarie e gli scrittori le voci più abili e efficaci nel raccontare i momenti dolorosi o felici, tragici o lieti, della storia di un popolo.

Tesi di fondo di Gerwarth è che la prima guerra mondiale, provocando la crisi e la dissoluzione dei grandi imperi multinazionali, creò una situazione di grave instabilità in Europa centro-orientale e in Asia, che divennero terreno fertile per la radicalizzazione e la brutalizzazione delle lotte politiche che si manifestarono a partire dal 1917. La prima rivoluzione russa e il crollo dell’Impero zarista portarono alla rapida trasformazione della prima guerra mondiale, combattuta fra Stati che seguivano regole convenzionali, in una serie di conflitti (guerre di liberazione nazionale, guerre civili, guerre di classe per l’affermazione di una rivoluzione sociale) interconnessi con logiche e scopi molto più pericolosi e destabilizzanti: “conflitti per la vita o la morte, combattuti per annientare il nemico, etnico o di classe che fosse, secondo una logica genocida che in seguito sarebbe diventata dominante in gran parte dell’Europa fra il 1939 e il 1945”.

E’ certo che gli errori delle Potenze vincitrici, soprattutto Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, in buona misura, Giappone, e in proporzione assai minore Italia, contribuirono al perdurare e all’aggravarsi del disordine provocato dalla guerra. Il nuovo ordine internazionale creato dai trattati di pace evidenziò ben presto gravi elementi di fragilità e debolezza: lo scarso sforzo da parte dei vincitori di includere e far partecipare gli Stati sconfitti al processo di costruzione della pace postbellica; la mancanza di compattezza fra le Potenze che avevano vinto la guerra, con il sorgere di tendenze isolazionistiche da parte americana e il comparire di forti rivalità fra Italia, Francia, Gran Bretagna e Giappone nel primo dopoguerra; la poca attenzione all’esigenza di rafforzare le basi politiche e territoriali della pace assicurando condizioni di prosperità economica a tutti i popoli, vincitori e vinti.

Il difficile e lungo dopoguerra, con prolungati sconvolgimenti politici, sociali ed economici, violenza diffusa e lunghe guerre e conflitti in vasta parte del continente europeo e del Medio Oriente (Russia, Polonia, Turchia, Balcani), non favorì il pacifico e incontrastato avvento del liberalismo democratico d’ispirazione anglo-americana  in Europa, come auspicato dal presidente statunitense Woodrow Wilson fra il 1917 e il 1919, quanto piuttosto l’affermarsi di regimi autoritari e totalitari, ritenuti da molti popoli europei i migliori garanti dell’ordine sociale interno, della giustizia sociale o degli interessi statuali nazionali sul piano internazionale. La prima guerra mondiale inaugurò quindi un’epoca della politica europea e mondiale dominata da personalità politiche forti e carismatiche, spregiudicate e senza scrupoli, scarsamente interessate al rispetto dei diritti degli individui e dei popoli, quali Mussolini, Lenin, Stalin, Kemal Ataturk, per citarne solo alcuni.

Il libro di Gerwarth ci racconta con penna felice e spirito equilibrato e conciliatorio tante vicende drammatiche e terribili della storia europea del primo dopoguerra. Ovviamente affrontando un tema così vasto e complesso come la storia europea fra il 1917 e 1923 inevitabilmente si rischia talvolta la superficialità e lo stereotipo. Insoddisfacente e inadeguata è, per esempio, la visione di Gerwarth, che riprende quella tipica della prevalente letteratura storica anglo-americana sulla storia mondiale di quegli anni, del ruolo dell’Italia liberale nelle vicende politiche e diplomatiche durante e dopo la prima guerra mondiale, trascurando e sottovalutando il peso dell’azione dei governi di Roma nelle vicende dei Balcani, dell’Europa danubiana e del Medio Oriente: non a caso due importanti statisti italiani ed europei come Sidney Sonnino e Carlo Sforza sono completamente assenti dalla ricostruzione di Gerwarth.

Ciò comunque non diminuisce il valore complessivo del libro dello storico tedesco, che è un’opera che coinvolge il lettore e lo fa riflettere sulle tante tragedie e i molti drammi della storia europea. Nella speranza che gli europei di oggi sappiano evitare gli errori dei loro antenati e imparino dalle vicissitudini di questi.

(Pubblicato il 15 ottobre 2019 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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