Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Il filoarabismo neofascista del primo dopoguerra. Tra anti-imperialismo, “Grande Gioco Mediterraneo” e scelta atlantica

di Francesco Carlesi

La Fiera del Levante, l’Istituto di Studi per il Medio e l’Estremo Oriente, Radio Bari, Mussolini e la spada dell’Islam furono solo alcuni esempi dell’attenzione verso il mondo arabo espressa dal regime fascista, in continuità con alcune pulsioni politiche emerse sin dall’Unità d’Italia. Queste impostazioni, ondivaghe a seconda degli scenari internazionali ma comunque ben presenti nella mente di molti gerarchi, conobbero un momento fondamentale con il tentativo italiano di cavalcare il panarabismo durante la guerra in funzione anti-inglese ma anche in buona parte anti-nazista. Nonostante il dramma e il fallimento della guerra, questo lascito ideale non scomparve del tutto ma fu portato avanti dal Movimento Sociale Italiano, che raccolse l’eredità fascista nel nuovo contesto democratico. Ad esplorare il dibattito sul tema che caratterizzò il neofascismo dal 1945 al 1973 ci hanno pensato tre studiose (Elisa D’Annibale, Veronica De Sanctis, Beatrice Donati) nel volume fresco di stampa Il filoarabismo nero. Note sul neofascimo italiano e mondo arabo, 1945-1973, pubblicato dalle Edizioni Nuova Cultura.

Le autrici ci riportano dentro gli infuocati dibattiti di un ambiente messo ai margini dalla cultura ufficiale, ma che nondimeno espresse analisi e giudizi variegati e degni di nota. Per quasi tutti i missini la proiezione mediterranea della nazione rimaneva centrale, con l’Italia che avrebbe dovuto ricoprire un ruolo fondamentale verso l’«integrazione economica, politica e strategica tra Europa e Africa» (come si legge nella mozione finale del Congresso del ’54). L’idea di fare del Paese il perno politico tra le religioni e le nazioni dell’area, in un rinnovato protagonismo contrapposto a quelle che venivano considerate le timidezze democristiane, animò l’ala sinistra del Msi in cui figuravano Giorgio Almirante e il geopolitico Ernesto Massi. «Antisemita, antisionista, terzaforzista e antioccidentale» fu invece la corrente di «Ordine Nuovo» di Pino Rauti, ispirata dal filosofo Julius Evola, che uscirà dal partito con il prevalere della fazione «moderata» guidata da Michelini. Quest’ultimo promosse la «svolta atlantica» del partito e fu tra i primi ad esprimere apprezzamenti verso Israele.

Le pulsioni filo-arabe rimasero comunque largamente prevalenti per lungo tempo nel partito, come dimostra «la solidarietà pressoché unanime verso l’Egitto e le popolazioni arabe impegnate contro l’imperialismo europeo» durante gli anni ’50. Dalla guerra dei Sei Giorni per arrivare a quella dello Yom Kippur (dove l’Msi-Dn diede il proprio sostegno a Israele) la situazione divenne più sfumata, e accanto a queste impostazioni si cominciò ad affacciare un’attenzione più marcata verso lo stato ebraico, per le sue attitudini sociali e guerriere che secondo alcuni ricordavano i principi fascisti. Giano Accame fu l’intellettuale più noto ad abbracciare queste posizioni. Anche l’anticomunismo recitò un ruolo nel raffreddamento degli entusiasmi verso i popoli arabi, spesso vicini a Mosca in ottica anti-inglese ed anti-americana. Le frizioni interne e le discussioni non si arrestarono mai. Nel 1967 Pino Romualdi ricordò in parlamento che «vi sono dal Mar Rosso al Mar Mediterraneo circa 80-90 milioni di arabi con i quali noi abbiamo oggi e avremo domani degli interessi, dalla cui vita e dalle cui condizioni di sviluppo né l’Italia né gli altri Stati dell’Europa possono prescindere». Nel frattempo la Repubblica Araba Unita finanziava «Ordine Nuovo» mentre una serie di riviste, come «L’Orologio» del reduce della Rsi Luciano Lucci Chiarissi, sposava posizioni anti-atlantiste per «il diritto di tutti i popoli in lotta alla loro autonomia nazionale, insomma per avere in mano le chiavi della propria casa» come scrisse lo stesso direttore. Da questa tribuna furono espressi apprezzamenti per alcune posizioni di Fanfani e soprattutto di Mattei, alfiere degli interessi geopolitici e mediterranei della penisola. In sostanza, emerge uno spaccato di un mondo politico particolare, frastagliato e vitale, che ci restituisce anni tesi e difficili della nostra storia. Le tensioni nazionali e internazionali erano all’ordine del giorno e l’interesse e la potenza della nazione rimasero sempre le stelle polari della produzione culturale dell’ambiente neofascista, in una chiave ormai lontana da tentazioni neocoloniali e spesso avversa agli imperialismi occidentali.

(Pubblicato il 12 settembre 2019 © «Corriere della Sera» - La nostra storia)

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