Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Newman mancato Masaniello

Lo storico Musi analizza la figura mitica del capopopolo napoletano e l’utilizzo forzato del suo personaggio come populista ante-litteram, rivelando il progetto di un film sfumato nel 1958


di Titti Marrone

Ci voleva uno storico come Aurelio Musi per raccontarcelo: c’è mancato poco alla realizzazione di un film su Masaniello nientemeno che con Paul Newman come protagonista. L’idea venne vagliata nel 1958 negli studi della Lauro-Amoroso Cinematografica Spa, nata per volere del sindaco di Napoli, e naufragò solo perché produrlo richiedeva cifre blu. E se si legge la descrizione fisica fatta da Alessandro Giraffa, un cronista del 1600, bisogna concludere che, tranne che per il colore degli occhi, l’attore americano sarebbe stato perfetto in quei panni di «homo spiritoso e faceto, di mezzana statura, d’occhio nero, piuttosto magro che grasso, con zazzarina e mostaccetto biondo». Fin troppo evidente che il film mai realizzato avrebbe avuto il senso di esaltare il capopopolo Tommaso Aniello D’Amalfi, postulando analogie lusinghiere con il Comandante. Avrebbe aggiunto, in questo, un ulteriore capitolo alla mitizzazione del pescatore analfabeta che volle farsi viceré.

Ora lo storico napoletano, già autore di un importante saggio sul personaggio nella Napoli barocca, ne rivisita la parabola in chiave di raffronto analitico. Lo fa nell’agile Masaniello appena uscito da Rubbettino (pagine 140, € 14,00) dove, più che sul principe dei lazzari, ci si ferma sul «masaniellismo e la degradazione di un mito» indicato nel sottotitolo come modello riproposto in molte leadership contemporanee. Prima, però, il mito è analizzato in chiave storica, partendo dalle posizioni di Schipa sul leader eterodiretto (dal dottor Genoino), dalla ricostruzione di Rosario Villari e dal rovesciamento che ne fu operato da Giuseppe Galasso, cui si deve la collocazione del moto del 1647 nel quadro della crisi dell’impero spagnolo e dunque ben oltre i dieci giorni che fecero tremare Napoli. Nel solco della ricca biografia di Silvana D’Alessio del 2007, e richiamando i suoi stessi studi sull’argomento, Musi sovrappone anche una lente antropologica e psicologica alla traiettoria del personaggio che ha suggestionato perfino Baruch Spinoza, arrivato a ritrarsi come lui nei panni dell’uomo in lotta con la tirannia, e da Guglielmo Giannini a Achille Lauro a Luigi de Magistris e Vincenzo De Luca, viene suggerito come modello, o suggestione autoreferenziale. Insomma, qui a occupare la scena non è tanto la città barocca, posta da Nino Leone al centro di La vita quotidiana a Napoli ai tempi di Masaniello ripubblicato di recente da Polidoro editore, ma l’uso, o meglio l’abuso, che di Masaniello ha fatto e fa la politica. Fino al conio del termine «masaniellismo» spesso usato in modo intercambiabile con «populismo» o anche con «borbonismo», in una sovrapposizione inappropriata che tende a nascondere le differenze fra tre «Ismi» connotati da molte differenze.

Per Musi travisano la vera storia del «principe dei lazzari» sia le denigrazioni, proiettate sullo stereotipo del napoletano tipo, maschera grottesca e opportunista o peggio folle mossa da moventi irrazionali come la fame e l’attitudine a sopravvivere con l’astuzia, sia le esaltazioni. Queste ultime hanno dato luogo a comparazioni, essenzialmente giornalistiche, perfino con personaggi della cronaca, come Antonio Maino detto Agostino ‘o pazzo, e dello spettacolo, come Pino Daniele («Masaniello è cresciuto, Masaniello è turnato»). Perché è proprio questo il punto, per lo storico: la prospettiva sbagliata sta nel presunto «eterno ritorno» della storia napoletana. Come se il capopopolo – nella realtà storica ricostruita da Musi non tout court contro le istituzioni ma teso a conciliare plebe e popolo in nome di una rivolta contro il viceré, cioè il malgoverno – rappresentasse la sostanza della napoletanità.

Ciò che Musi contesta, insomma, è l’idea di un masaniellismo come tratto storico-antropologico distintivo della vita pubblica napoletana, mito nazionale cittadino che corrobora la copiosa letteratura sul carattere degli italiani. Perché è un’idea che assegna alla città e ai suoi leader la solita, logora maschera di chi fa «ammuina» e vuole «scassare», mentre di ben altro ci sarebbe bisogno.

(Pubblicato l’11 settembre 2019 © «Il Mattino»)

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