Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Benedetto Croce, il crepuscolo della “Nottola di Minerva” e il sole della politica

di Vincenzo Pinto

Benedetto Croce è considerato il principale intellettuale italiano del XX secolo. Il suo pensiero ha influenzato generazioni di storici, filosofi, letterati, e politici. Eppure, a sessantasette anni dalla morte, la sua figura continua a essere mal interpretata o, quantomeno, a essere collocata nel pantheon di movimenti ideali ben lontani dalla sua sensibilità etico-politica. Eugenio Di Rienzo, vecchio modernista “prestato” con successo, ormai da decenni, alla contemporaneistica, ha appena pubblicato nella nuova collana dritto/rovescio di Rubbettino, da lui diretta, un’analisi di una parentesi della vita crociana: quella che va dal 25 luglio 1943 sino alle elezioni politiche del 1948. Il saggio, Benedetto Croce. Gli anni dello scontento, 1943-1948 (pp. 178, € 14,00) tratta della faticosa transizione verso la Repubblica dei partiti e del dibattito circa le sorti della casa regnante savoiarda. Ma è sul tema del liberalismo politico che l’A. tenta di carpire l’attualità del filosofo.

Il saggio è diviso in tre parti, a loro volta divise in tre sezioni. Nella prima parte (Gli affanni di Villa Tritone), l’A. ripercorre l’operato politico di Croce dopo la caduta del fascismo, che si concentrò in particolare sul problema dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III e sulla formazione di un governo rappresentativo di tutti i partiti antifascisti. In questi frangenti, come emerge dagli epistolari e dai Taccuini, il filosofo abruzzese dovette barcamenarsi fra i liberali “di sinistra” (in sintesi il Partito d’Azione) e le resistenze e reticente della casa regnante, conscio della posizione revanscista britannica. Nella seconda parte (Da Brindisi a Salerno, passando per Mosca) l’A. si sofferma sul dibattito “brindisino” circa l’allargamento dell’esecutivo badogliano alle forze antifasciste e la “moral suasion” esercitata sul monarca da Croce e da altre personalità del mondo napoletano per indurlo a fare un passo indietro (o di lato), contestualizzandola nello scenario internazionale (la natura del legame tra partito comunista italiano e Unione sovietica). È proprio in questi mesi che il filosofo abruzzese propone la nota interpretazione del fascismo “come parentesi” della vita politica italiana e ammonisce circa le derive del moralismo politico, contro i quali predica “la moralità della dottrina dello Stato come potenza”. Nella terza e ultima parte (De senectute) l’A. si sofferma sulla crescente consapevolezza che l’interpretazione parentetica non fosse adeguata a spiegare la violenza politica rosso-nera della guerra fratricida. Proprio tra il 1943 e il 1944 il filosofo abruzzese riflette sul tema della “morte della patria” e sulla “soluzione europeista” avanzata quale panacea dei mali bellici. È sintomatico che l’ultimo capitolo sia dedicato al rapporto fra “vecchi” e “giovani”, ovvero tra i liberali à la Croce e tutti gli “utili idioti” che inconsapevolmente e spesso partendo da ideali sinceri e generosi, prepararono il campo all’egemonia culturale comunista nell’Italia repubblicana.

L’obiettivo manifesto del saggio di Eugenio Di Rienzo è quello di fornire un’immagine storicamente veritiera della posizione politica di Benedetto Croce, partendo da un esame dettagliato della sua produzione pubblicistica e delle sue carte private. Ma è indubbio che vi sia ben altro – e diremmo nobile – sforzo dietro al lavoro. Mentre nel saggio su Ciano lo storico romano aveva evidenziato lo stretto legame tra umane debolezze e pulsioni geo-storiche, qui emerge con chiarezza il grande dilemma di ogni intellettuale che si rispetti, ovvero quanto e come sacrificare la propria “visione” delle cose, se preferire, insomma, il tardo volo crepuscolare della “Nottola di Minerva” all’immediatezza urgente del “sole della politica”.

Che tra il “pensiero” di Croce e l’”azione” del filosofo non ci sia mai perfetta identità ma spesso patente contraddizione è la morale ultima del volume di Di Rienzo. E che dire del tortuoso rapporto fra liberalismo e liberismo, cioè fra politica ed economia, dove il primo rischia, oggi, di essere divorato dal secondo? Argomento di strettissima attualità, pensando alla globalizzazione oppure alla farraginosa creazione di un’Unione politica europea. Tutti temi su cui, forse, ci sarebbe bisogno di un altro intellettuale conservatore, come Croce, dotato di sano e lungimirante realismo.

(Pubblicato il 29 agosto 2019 © «Il Foglio»)

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