Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Benedetto Croce tra De Gasperi e Togliatti

di Francesco Vitali

Il volume di Eugenio di Rienzo, Benedetto Croce. Gli anni dello scontento 1943-1948 (pp. 178, € 14,00) che inaugura la collana dritto/rovescio, da lui diretta per i tipi di Rubbettino Editore, propone un profilo del Croce politico nel critico passaggio degli anni 1943-1948. Un saggio biografico largamente innovativo, rispetto alla consolidata immagine che su Croce si è sedimentata nella storiografia degli ultimi decenni. Attraverso il ricorso ad un ampio ventaglio di fonti inedite, ricavate anche dagli archivi britannici, l’autore evidenzia innanzitutto l’immutata centralità, per il direttore de “La Critica”, della monarchia e dei suoi istituti liberali, anche successivamente al 25 luglio 1943, in contrasto con chi aveva considerato Croce “indifferente” alla forma politica che avrebbe dovuto reggere l’Italia del dopoguerra.

Da un lato, il filosofo si differenziò da una parte consistente del Partito liberale che sosteneva in modo incondizionato Vittorio Emanuele III, condannando ferocemente il sovrano e il suo erede per le loro compromissioni col fascismo. Dall’altro, sperò in una monarchia rinnovata, capace di tornare ad essere emblema dell’Italia costituzionale nata nel 1861. Per cogliere questo obiettivo, Croce propose a più riprese l’abdicazione di Vittorio Emanuele III e la rinuncia al trono dell’ambiguo e imbelle figlio Umberto. La corona doveva essere trasferita ad una figura non compromessa col fascismo che il filosofo indicò nel Principe di Napoli, Vittorio Emanuele Alberto Carlo di Savoia, prevedendo, in vista della sua giovane età, la reggenza di Maria José attiva, fin dal 1942, nei circoli di opposizione al regime.

Il piano di Croce non ebbe esito a causa della combinata opposizione degli Alleati, in particolare la Gran Bretagna, e dello stesso monarca. Churchill, come evidenziato dal filosofo nei Taccuini di lavoro, aveva tutto l’interesse a sostenere lo screditato governo di Vittorio Emanuele III, per mantenere l’Italia in uno stato di minorità e impotenza sul piano interno e internazionale. Oltre a vendicare la decennale politica fascista di contrasto all’egemonia inglese nel Mediterraneo, Londra poteva così in modo punitivo acquisire tutte le posizioni di forza detenute in quello scacchiere dall’Italia.

L’irremovibilità del sovrano fu piegata solo dalla formula della Luogotenenza, escogitata da Enrico de Nicola, che preservava i diritti alla corona di Umberto. Lo stesso Croce obtorto collo accettò la soluzione per evitare che le forze moderate fossero estromesse dal secondo governo Badoglio, nello scenario prodotto dalla “svolta di Salerno”, con il ritorno nella penisola di Palmiro Togliatti e l’ingresso nell’esecutivo del PCI. Tale evoluzione, preparata in realtà dal riavvicinamento diplomatico tra Regno del Sud e Urss, culminato nel rispettivo riconoscimento internazionale, apriva una nuova fase. L’Italia usciva dal precedente isolamento, in cui l’avevano costretta gli Alleati, ma subiva a livello governativo la forte influenza e la linea massimalista dei comunisti, contrastati attivamente da Croce.

Da un lato, il filosofo riaffermava la propria – già emersa – inconciliabilità con il partito d’Azione, appiattito sulla linea antiliberale del partito comunista e incapace di dar vita a una forza politica socialdemocratica di taglio europeo. Dall’altra, proprio a causa della contrapposizione col PCI, egli fu oggetto di una serie di «agguati verbali» in cui veniva qualificato sia come filosofo “fiancheggiatore” del fascismo sia che prototipo del grande proprietario terriero meridionale, esclusivamente interessato come ministro del governo di Salerno a preservare il pieno possesso dei suoi latifondi pugliesi.

Parallelamente, Togliatti promosse una ben congegnata strategia comunicativa, con cui svalutò Croce, rappresentandolo come l’idealtipo di un’Italia ormai superata e inattuale che per il suo gretto conservatorismo aveva favorito volontariamente e “oggettivamente” l’ascesa di Mussolini. Inoltre, il Segretario del PCI squalificò il filosofo come maestro delle giovani generazioni intellettuali, per sottrarle al liberalismo crociano e portarle verso l’approdo con il comunismo gramsciano. Il 19 giugno 1944, Togliatti sosteneva, infatti, sulle pagine de «La Rinascita», che il filosofo aveva ben meritato il titolo di “collaborazionista” del regime fascista.

Benedetto Croce ha avuto, come campione della lotta contro il marxismo, una curiosa situazione di privilegio nel corso degli ultimi venti anni. Egli ha tenuto cattedra di questa materia, istituendosi così, tra lui e il fascismo, un’aperta collaborazione, prezzo della facoltà che gli fu concessa di arrischiare ogni tanto una timida frecciolina contro il regime. L’aver accettato questa funzione, mentre noi eravamo forzatamente assenti e muti, o perché al bando del Paese o perché perseguitati, fino alla morte dei nostri migliori, è una macchia di ordine morale che non gli possiamo perdonare e che egli non riuscirà a cancellare. Quando il contradditore è messo a tacere dalla violenza, cioè in regime di monopolio – come fu con il regime in cui la predicazione antimarxista crociana si svolse all’ombra del littorio – si possono far circolare assai facilmente merci avariate. Oggi, però, tale monopolio non esiste più. Il fascismo è crollato, e noi siamo qui, comunisti e socialisti, vivi e vitali. Noi, quindi, non lasceremo più andare in giro le merci avariate spacciate da Benedetto Croce, senza fare il necessario, per mettere a nudo l’inganno.

L’azione di Croce e dei liberali, a fronte del radicalizzarsi della scontro politico, proseguì vigorosa, nonostante queste intimidazioni, in direzione decisamente avversa ai governi che comprendevano le forze dell’antifascismo di sinistra. Fu, infatti il PLI a provocare la crisi del gabinetto Parri, mettendo fine alla logica di coalizione degli esecutivi del CLN. In secondo luogo, Croce, sviluppò una convergenza – non priva di forti distinguo e tensioni che non riguardarono soltanto l’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione, destinato a regolare le relazioni tra Stato e Chiesa – con la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi.

Già dall’autunno del 1944 si dissolse la diffidenza che Croce, fermatamene laico sì ma non laicista né anticlericale né affetto da «mentalità massonica», aveva nutrito, in un primo momento, per la DC temendo da essa una «vaticanizzazione» della vita pubblica. Da questa diffidenza, infatti, il filosofo si sarebbe sostanzialmente liberato, dopo il colloquio con Giovanni Battista Montini del 1° dicembre 1945. Allora, infatti, dopo aver insistito «sulla difficoltà delle intese coi democratici-cristiani, che sono alleati difficili», si disse, comunque pago delle assicurazioni del Sostituto della Segreteria di Stato, «quando questi mi disse, senza contestare la giustezza delle mie osservazioni, che la Chiesa non interferisce in quel partito nella sua azione propriamente politica (il che credo vero e che mi è stato assicurato da altre parti)».

In quella stessa occasione, Croce, sostenne con il più stretto collaboratore di Pio XII, la necessità, ineludibile nell’ora presente, di una stabile alleanza, pur nel rispetto delle insopprimibili differenze, della Santa Sede, del partito cattolico e dei liberali, per avversare l’avanzata del comunismo in Italia e in Europa.

Ho detto a Montini che il liberalismo e la Chiesa cattolica certamente non coincidono, perché pei liberali la libertà è un assoluto e per la Chiesa è un relativo, da valersene o da abbandonarla secondo che convenga ai suoi interessi particolari o superiori. Ho aggiunto, però, che se la confluenza dei liberali con la Chiesa nella difesa del regime liberale è accaduta solo sporadicamente e labilmente, a me pare che ora si entri in un’età di più lunga alleanza, perché liberalismo e cattolicesimo hanno di fronte lo stesso nemico, il materialistico e dittatorio e totalitario regime bolscevico che minaccia la civiltà occidentale e i suoi principi.

Da quel momento tra Croce e De Gasperi si strinse un rapporto confidenziale, quasi affettuoso, sviluppatosi in un serrato carteggio che toccò il suo culmine nella lettera del 26 dicembre 1949, dove, ricordando la lapidazione cui lo statista trentino era stato sottoposto dalle sinistre e le difficoltà incontrate nel suo stesso partito e tra le forze di area laica, il filosofo scriveva:

Io penso spesso a te, non solo politicamene ma umanamente, e mi fo presente la vita che sei costretto a condurre e ti ammiro e ti compiango, e ti difendo contro la gente di poca fantasia, che non pensa alle difficoltà e alle amarezze che è necessario sostenere a un uomo responsabile di un alto ufficio per fare un po’ di bene e per evitare un po’ di male. Che Dio t’aiuti (perché anche io credo, a modo mio, a Dio, a quel che è a tutti Giove, come diceva Torquato Tasso), che Dio t’aiuti nella tua buona volontà di servire l’Italia e di proteggere la sorte pericolante della civiltà, laica o non laica, che sia.

L’ultimo grande tornante in cui il Croce politico agì da protagonista fu, comunque, la questione della ratifica del trattato di Pace di Parigi, imposto all’Italia il 10 febbraio 1947. Il filosofo divenne, allora, il leader del pur ridotto schieramento che non intendeva approvare il diktat stilato dalle Potenze vincitrici, ritenendolo un vulnus profondo all’integrità nazionale italiana (storica e culturale), con riferimento in particolare alle gravi amputazioni territoriali subite sul confine orientale, a beneficio della Jugoslavia socialista.

Nel contempo, proprio alla luce delle imposizioni draconiane imposte al nostro Paese, con “una pace punitiva e non ricostruttiva”, Croce meditò in chiave pessimistica (diversamente dalla posteriore, discutibile, e artefatta fama di “padre dell’europeismo”), sulla perdita di centralità politica del “Vecchio Continente”, sull’inevitabile Finis Europae, caratterizzata dalla crisi dei suoi Stati-Nazione, ormai fagocitati dagli appetiti del Neo-zarismo russo, dell’imperialismo americano e dalla mai sopita volontà di supremazia inglese. In questo problematico quadro, Croce accolse positivamente l’adesione italiana al Patto Atlantico, come unico remedium all’avanzata del bolscevismo internazionale tenendo ben fermo, però, sia il carattere difensivo del trattato sia l’esigenza di poter operare al suo interno con adeguata autonomia ed effettiva libertà di manovra.

(Pubblicato il 26 giugno 2019 © «Giornale di Storia» -  Recensioni)

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