Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La Tiara contro il Turbante. Le Crociate del Papa in Ungheria

di Francesco Vitali

Nell’Europa dilaniata da conflitti religionis causa e segnata dal prevalere del “particulare” dei suoi Stati, il pontefice Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini, figlio del noto esule antimediceo Salvestro, diede grande impulso alle istanze crociate nel corso del suo lungo pontificato (1592-1605). Secondo quanto Giampiero Brunelli sottolinea nel suo recente volume, (La santa impresa. Le crociate del Papa in Ungheria, 1595-1601), Salerno editrice), papa Aldobrandini si avvalse delle istanze crociate per opporsi all’Impero ottomano,  giunto ad espandersi nel cuore dell’Europa danubiana. La Sublime Porta aveva esteso il proprio dominio sul quaranta per cento delle terre ungheresi, rendendo suoi tributari Moldavia, Valacchia e Transilvania. Gli stessi Asburgo – da Ferdinando a Rodolfo II – avevano barattato l’ottenimento di periodi di tregua, l’ultima volta nel 1590, con il versamento di un cospicuo donativo agli ottomani. Tuttavia, la linea di “buon vicinato”, perseguita da Rodolfo II, fu messa in crisi dalla conclusione della guerra tra la Persia Safavide e la Sublime Porta (1578-1590). Fin dall’anno seguente iniziarono movimenti e scaramucce sul confine croato che nel 1593 sfociarono, per l’aumentata dimensione delle forze in campo e delle rispettive iniziative, in guerra aperta. Una dinamica bellica, come rileva l’autore, che si caratterizzò secondo un peculiare ritmo stagionale, scandito da attivismo estivo e lunghe stasi invernali, con movimenti di scarsa importanza strategica e poche battaglie decisive, e che ebbe una immediata grande eco nei palazzi e nelle piazze d’Europa. Fu in particolare la pubblicazione dei fogli manoscritti di notizie, gli Avvisi, raccolte dagli antesignani dei più “tardi corrispondenti esteri” nelle città più prossime al conflitto come Vienna, Costantinopoli, Venezia a tenere desta l’attenzione delle corti europee.

A Roma, dove questi Avvisi circolavano diffusamente, Clemente VIII avviò una intensa attività diplomatica, volta a ricreare, sulla falsariga della coalizione che aveva vinto la battaglia di Lepanto, un ampio schieramento antiottomano comprensivo di Spagna, Venezia, Polonia, Transilvania, Valacchia, Moldavia, Moscovia e Persia. Strumento deputato a tale opera fu innanzitutto la rete dei nunzi pontifici stabili, potenziata dall’invio di rappresentanti straordinari come Camillo Borghese, futuro Paolo V, mandato a Madrid nell’autunno del 1593.

Il rifiuto spagnolo, accompagnato dai dinieghi di molti degli altri Stati interpellati, ad eccezione di Transilvania, Valacchia e Moldavia, non scoraggiarono il pontefice, che passò, nei mesi successivi alla presa ottomana di Giavarino – fondamentale fortezza ungherese sulla riva destra del Danubio – nel luglio 1594, ad una vera e propria mobilitazione militare. Il deteriorarsi della situazione bellica convinse Rodolfo II, in precedenza contrario ad una partecipazione diretta del pontefice al conflitto per la nota avversione antiromana dei principi protestanti dell’Impero, ad avallare l’intervento romano.

Lo sforzo militare del papa fu – come documentato da Brunelli – significativo e tutt’altro che lasciata al caso. In primo luogo, fin dalla sua elezione, il pontefice aveva affidato la supervisione di una riforma strutturale delle sue milizie a Leone Strozzi, fiorentino trapiantato a Roma, nominato luogotenente generale. In secondo luogo, il comando delle operazioni in Ungheria fu affidato a Giovan Francesco Aldobrandini, sposo della nipote del pontefice, Olimpia, e capitano generale di Santa Chiesa, già distintosi per la repressione del banditismo che aveva infestato lo stato ecclesiastico nel 1592 e 1593.

Aldobrandini esordì sulla scena internazionale come inviato del pontefice a Madrid alla fine del 1594, chiedendo senza successo l’adesione della Spagna alla lega antiturca. Poi, nell’agosto 1595 si presentò alla guida di un contingente di 9 mila uomini al campo imperiale in Ungheria. Paolo Paruta, ambasciatore veneziano a Roma, ritenne Francesco Giovanni Aldobrandini un uomo qualunque, riconducendo la sua ascesa a logiche meramente nepotistiche. Probabilmente il giudizio negativo di Paruta fu anche condizionato dalla contrarietà di Venezia, in quel momento in buoni rapporti con il sultano, a sostenere in qualsiasi modo conflitti bellici con la Sublime Porta.

Nel corso della campagna militare, Aldobrandini svolse immediatamente un ruolo di primo piano. Da un lato, persuase il Consiglio di Guerra ad attaccare in forze Strigonia, dal 1543 in mano turca. Dall’altro, il suo apporto, al comando delle truppe pontificie, fu decisivo nell’assicurare l’esito positivo dell’attacco. In modo altrettanto energico, seppur invano, tentò inoltre a più riprese di convincere Rodolfo II dell’importanza della conquista di Buda. Non meno tempestivamente infine decise di anticipare il ritiro dalla campagna dei suoi soldati, visti i crescenti dissidi sorti con gli alemanni per la scarsità delle vettovaglie e tenuto conto del concomitante cospicuo assottigliamento della fanteria papale, che si era ridotta a tremila uomini.

All’indomani della gravissima débâcle subìta presso Agria dalle truppe di Sigismondo Báthory, voivoda di Transilvania, e dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo tra il 22 e il 26 ottobre 1596, alla guida di una nuova armata pontificia, Aldobrandini tornò sul fronte ungherese. Neanche in questa occasione riuscì a persuadere il Consiglio di Guerra a puntare su Buda, ma le truppe pontificie offrirono comunque un sostanziale contributo alle vittorie di Pápa, Tatta e Vác. Soprattutto a Vác, le milizie papali risultarono decisive, esibendo tutto il loro valore, prima di essere richiamate da Clemente VIII nella penisola alla fine del 1597 per la devoluzione del Ducato di Ferrara e l’annesso pericolo di guerra.

Per la terza volta Giovan Francesco Aldobrandini, a capo di una nuova armata pontificia, fu inviato in Ungheria dal pontefice nel 1601, in una fase ancora una volta molto delicata del conflitto. La situazione militare degli Asburgo era stata fortemente aggravata dalla caduta nelle mani ottomane di Canisa, una delle città ungheresi più vicine alle terre ereditarie austriache. Nel contempo essi risultavano assai divisi sul da farsi. Rodolfo II, l’arciduca Mattia e i protestanti della corte imperiale erano disposti a trattare con il sultano. Viceversa, il giovane arciduca Ferdinando di Stiria cattolico devoto, futuro imperatore e protagonista della Guerra dei Trent’anni, era ormai considerato da Roma l’unico interlocutore attendibile per continuare la lotta antiottomana, anche se molto giovane e privo di esperienza bellica.

Ad ogni modo in agosto Rodolfo II autorizzò l’attacco a Canisa. Aldobrandini però non vi partecipò perché intanto, colpito da febbre, dovuta a eccessi alimentari, era deceduto il 17 settembre. Il venir meno della sua autorevolezza compromise l’esito della campagna. Emblematico fu che, come evidenziato da Brunelli, quando il 17 novembre i soldati papali, ormai guidati da Flaminio Delfini, riuscirono valorosamente ad approssimarsi alle mura della città, attesero invano il concorso asburgico. Essi erano stati estromessi dal più alto livello decisionale e il Consiglio di guerra a loro insaputa aveva deciso, non senza ulteriori fratture, di non proseguire nell’assedio. La conseguente ritirata della coalizione verso Pettovia si trasformò, anche a causa delle avverse condizioni climatiche, in una rotta rovinosa, che falcidiò il contingente papale. Tale fu il disappunto del pontefice che, in seno alla Congregazione cardinalizia per gli affari di Germania, si mise addirittura in discussione l’opportunità di proseguire l’erogazione di sussidi agli Asburgo.

In realtà, nonostante l’amaro epilogo, Clemente VIII non abbandonò mai, fino alla fine del suo pontificato una attiva politica antiottomana, il cui anelito e i cui risultati furono trasfigurati nel grande rilievo in marmo progettato dallo scultore vicentino Camillo Mariani sulla tomba clementina, poi terminato da Francesco Mochi. Il rilievo immortalava Giovan Francesco Aldobrandini nell’atto di comandare l’assalto decisivo al castello di Strigonia, carismatico protagonista di una storia che il pontefice voleva suggellare a imperitura memoria e che ora Giampiero Brunelli ha avuto il merito di ricostruire e valorizzare in tutta la sua importanza.

(Pubblicato il 4 agosto 2018 – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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