Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Quando l’Italia faceva politica estera. Aldo Moro e il Medio Oriente

di Vito Saracino

Aldo Moro fu, come rilevato da molta storiografia e pubblicistica politica, negli anni in cui detenne la direzione sul ministero degli Affari Esteri e, in misura meno evidente, anche nel periodo in cui fu alla guida del governo, l’iniziatore della «fase mediterranea» delle relazioni internazionali dell’Italia. Ciò significò, essenzialmente, un rio-rientamento dell’atteggiamento dell’Italia nei confronti dei paesi arabi, che permise all’Italia di passare indenne attraverso le numerose crisi che funestarono quell’area, evitando, unico tra gli Stati dell’Europa occidentale, rotture diplomatiche con quei governi. Le ragioni di questa prudente, ma originale, linea politica sono state cercate negli interessi economici, trascurando, forse oltremodo, considerazioni di geografia e di interesse nei confronti di un mondo che si affacciava ai confini dell’Italia, occupando le sponde meridionali e orientali del Mediterraneo.

Questa politica, oltre ad avere degli interessi e delle motivazioni, ha anche delle fonti di ispirazione molto forti, come è messo in evidenza in molti dei contributi del nuovo volume curato da Luciano Monzali, Federico Imperato e Rosario Milano: Fra diplomazia e petrolio. Aldo Moro e la politica italiana in Medio Oriente (1963-1978), Bari, Cacucci, 2018. Moro sentì sicuramente molto forte l’influenza di Amintore Fanfani, insieme a lui esponente di primo piano della Democrazia Cristiana negli anni Sessanta, e anticipatore di molte scelte politiche che lo statista pugliese avrebbe fatto proprie, dall’apertura a sinistra a una politica internazionale più allargata rispetto alle declinazioni atlantiste ed europeiste che le aveva dato De Gasperi nei primi anni del secondo dopoguerra. Fanfani, specialmente all’epoca della costituzione del suo secondo gabinetto, nel 1958, gettò le premesse di una politica mediterranea, che, di fatto, costituiva una novità per l’Italia repubblicana.

Dietro a questa impostazione inedita della politica estera italiana c’erano non solo gli echi suggestivi di ideali vicini alla Democrazia Cristiana di quegli anni – si pensi solo all’ecumenismo di Giorgio La Pira, che trovava nella situazione del Mediterraneo e del Medio Oriente terreno fertile – ma anche, e forse soprattutto, la necessità di fornire sostegno e copertura istituzionale alla politica energetica dell’ENI di Enrico Mattei e al suo tentativo di rompere il cartello petrolifero delle cosiddette «sette sorelle» per procurarsi fonti autonome di approvvigionamento di petrolio greggio.

Quando la leadership della DC passò a Moro, che seppe portare a termine quel processo di apertura a sinistra, nei confronti del Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni, iniziato negli anni di Fanfani, ponendosi alla guida anche degli esecutivi di centro-sinistra, tra il 1963 e il 1968, egli puntò a costruire un sistema di influenza politica ed economica in Medio Oriente, intensificando soprattutto i rapporti con i paesi arabi. Si soddisfacevano, in questo modo, anche esigenze di politica interna, favorendo la politica di apertura alle sinistre socialista e comunista, oltremodo filoarabe e terzomondiste.

L’esperienza non propriamente soddisfacente del primo centro-sinistra, che mancò di diventare la coalizione riformista che l’Italia post-boom si aspettava, rafforzò la concezione del ruolo speciale che Moro attribuiva, in quel momento storico, alla Democrazia Cristiana. Un partito che avrebbe dovuto abbattere tutti gli steccati, politici, economici, sociali, propri di una società divisa, qual era quella italiana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, per comporli in una «democrazia integrale», in cui anche i comunisti non potevano essere esclusi, ma che, in una prospettiva storica, bisognasse, invece, iniziare a comprendere.

Un ragionamento politico che, dalla parte opposta, iniziava a fare anche Enrico Berlinguer, disposto a fare del PCI un vero e proprio puntello democratico al tentativo di svolta a destra preconizzata da settori «deviati» delle forze dell’ordine e dei servizi segreti e dal cosiddetto «partito americano». Sulla preparazione della svolta politica comunemente conosciuta sotto il nome di «compromesso storico» pesò, infatti, un contesto politico internazionale attraversato da una serie eccezionale di tensioni all’ordine stabilito circa trent’anni prima a Yalta. Per rimanere all’ambito geopolitico analizzato nel volume, occorre ricordare l’inizio, nell’ottobre del 1973, nel deserto del Sinai, della guerra dello Yom Kippur, alla quale doveva seguire un notevole shock petrolifero per la bilancia dei pagamenti italiana, e, nel dicembre dello stesso anno, la strage all’aeroporto di Fiumicino, ad opera di terroristi palestinesi, che doveva ricordare quanto l’Italia fosse fragile, esposta e impreparata alle conseguenze di quel conflitto.

A ciò deve aggiungersi la rinnovata attenzione che l’amministrazione Nixon riservava all’Italia, paese posto strategicamente al centro del Mediterraneo e punto nodale della presenza americana in quel settore, oltre che garanzia della efficacia del suo sostegno a Israele. Da tutto questo derivò, in politica interna, come detto, lo sforzo nel perseguimento della «strategia dell’attenzione» nei confronti del PCI, e in politica estera, un’accentuazione della politica pro-araba. La crisi petrolifera investiva, infatti, soprattutto i paesi europei e l’Italia in particolare, data la mancanza di una politica energetica dopo il tentativo, abortito con la tragica e misteriosa morte di Mattei, di avviare una politica indipendente e la dismissione del programma nucleare con la liquidazione del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) di Felice Ippolito.

La vulnerabilità energetica fu sicuramente un elemento di importanza fondamentale che impedì all’Italia di aspirare in pieno ad uno status di potenza nel Mediterraneo. Moro era, poi, consapevole che il suo filo-arabismo avesse limiti naturali e invalicabili nella opposizione dei partner CEE e degli Stati Uniti. Proprio a partire dal 1973 cercò, con intelligenza, di aggirare questi ostacoli, legando al quadro europeo la politica araba dell’Italia, un tentativo rimasto incompiuto per l’incapacità, da parte delle cancellerie europee, di rinunciare ai propri interessi particolari per dotarsi di una politica estera comune.

La tragica morte dello statista pugliese, di cui, in questi giorni ricorre il 40° anniversario, costellata di sospetti su infiltrazioni e complicità di istituzioni e organizzazioni straniere – è documentato un contatto tra il Mossad, il servizio segreto israeliano, e le Brigate Rosse, da cui cercò di ottenere informazioni sui gruppi armati del terrorismo palestinese, con cui esistevano certamente dei rapporti – non comportò un mutamento di linea nella politica mediterranea e mediorientale dell’Italia. L’«equidistanza» italiana si caratterizzò per essere, allo stesso tempo, equilibrata e attiva, cercando di conciliare il diritto all’esistenza di Israele con il riconoscimento dei diritti nazionali del popolo palestinese.

Concludo ricordando un non discorso di Aldo Moro, fatto pronunciare al personaggio di Moro dal regista Elio Petri nel film assai criticato e definirei pasoliniano Todo Modo del 1976. In queste poche frasi l’attore Volonté, come solo l’arte cinematografica sa fare, riesce a riassumere lo spirito del tempo rappresentato da Moro e dalla classe dirigente di cui fa parte e l’inizio della fine di una fase storica in atto:

“Ora straccio quel che avevo scritto. Vedete amici, straccio tutto. Nessun discorso preparato, se vogliamo partire da zero come dobbiamo. Io credo che sia venuto il momento di riandare con il pensiero ai trent’anni che ci hanno visto alla guida del paese. Trent’anni in cui abbiamo svolto una difficile, sofferta, forse angosciosa conciliazione, riconciliazione fra passato, futuro e presente, fra fede religiosa e pratica politica. Riconciliazione tra impresa pubblica e privata, tra stasi e sviluppo, tra nord e sud, tra destra e sinistra, tra ricchi e poveri, tra prezzi e salari, tra noi e gli altri. Adesso, nessuno vuole più riconoscere la necessità di una riconciliazione, purché sia della nostra stessa funzione, chiedono chiarezze e allora che fare?”

(Pubblicato il 9 maggio 2018  – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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