Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Mare nostrum. Una convivenza di culti e culture

di David Bidussa

Il fine di Storie intrecciate. Cristiani, ebrei e musulmani tra scritture, oggetti e narrazioni. Mediterraneo, secc. XVI-XIX (Edizioni di Storia e Letteratura), una raccolta di studi documentati, di grande qualità filologica coordinati da Serena di Nepi, è dimostrare, con successo, va detto a lettura conclusa, che il Mediterraneo in età moderna tra ’500 e ’800, più che un lago salato rigidamente diviso da una barriera verticale tra occidente e oriente, tra area della cristianità e area dell’Islam e disseminato sia qui sia lì di comunità ebraiche sempre di minoranza, è stato luogo di lenta costruzione, di scambio, comunque di voglia di conoscere l’altro più che “sconfiggerlo”.

Da mare diviso, il Mediterraneo in un percorso lungo tre secoli diventa un luogo della mediazione, della conoscenza e anche della costruzione di una possibile convivenza. Un luogo attraversato da molte storie individuali, molto curiose alcune, perfino divertenti. Le conversioni, per esempio, tema su cui si sofferma Felicita Tramontana (pagg. 111-130). Indagine che ha per tema i missionari e che soprattutto è un viaggio nel mondo umano con cui vengono a contatto e in cui si immergono e che coinvolge reciprocamente tutte e tre le fedi abramitiche: ebrei, musulmani, cristiani. Un mondo fatto non solo di uscite e di rientri – come ci hanno raccontato le ricerche di Y. H. Yerushalmi (Dalla corte al ghetto, Garzanti) e poi di Nathan Wachtel (La fede del ricordo, Einaudi) – ma di continui passaggi in cui la conversione non è mai una pratica only one way e for ever, ma è fatta di ritorni e di nuovi abbandoni, di rinnegamenti ripetuti molte volte. Un movimento continuo mosso, più che dalla sopravvivenza fisica o dal pentimento, dall’ansia di ritrovarsi con un «gruppo» e dove convertirsi significa «non essere soli».

Altro tema: quanto è vera la paura del turco?

«Et vinca poi chi vuole, o Franzesi o Svizzeri; e se non basta questo, venga il Turco con tutta l’Asia, e colminsi per un tratto tutte le profetie, ché, a dirvi il vero, io vorrei che quello che ha essere fosse presto, et oltre a quello ho visto, vedrei volentieri più là».Così Francesco Vettori scrive a Niccolò Machiavelli. È il 27 giugno 1513. Dalla caduta di Costantinopoli (1453) alla difesa vittoriosa di Vienna da parte dei cristiani guidati da Giovanni III Sobieski (1683), la questione turca è stata uno tra gli argomenti più sentiti e discussi dalla società europea. “Ossessione”, tuttavia, che non sempre indica fobia. Come dimostra nel suo saggio Massimo Moretti (pp. 131-168) la paura del turco non sollecita mai, né in quel secolo, né successivamente, la voglia di una crociata (anzi quelle che qualcuno propone sono destinate a fallire prima ancora di iniziare).

Lo stesso vale per il confronto a distanza tra cristianesimo e Islam. Tema su cui lavorano a partire da oggetti culturali diversi Andrea Trentini (pagg. 17-41) e Valentina Colonna (pagg. 43-70): il primo analizzando i testi di controversistica, la seconda la formazione delle collezioni private che a partire dal XVI secolo iniziano a includere oggetti provenienti dal mondo islamico. Quel confronto nel corso del XVII secolo si trasforma rispetto alle pratiche proprie del tardo Medio Evo. Iniziato nel 1500 come dimostrazione della inconsistenza, se non della falsità, dell’opinione dell’avversario perché finalizzato a promuovere e sollecitare l’abbandono della sua fede (del resto in continuità con tutta la struttura argomentativa che ha avuto la sua forma di scrittura, ma anche di sceneggiatura pubblica dal vivo nel confronto e nelle dispute teologiche tra XIII e XIV secolo nella Spagna della “reconquista”) il testo di controversia nel corso del Seicento inizia a «cambiare pelle».

Antitheses Fìdei, saggio di controversia composto nel 1638 da Domenico Germano, nativo della Slesia e già missionario in Persia e in Terra Santa, è un testo che marca quel passaggio culturale, sottolinea Trentini. Libro volto a «convincere» più che a «prevalere» e che nasce dalla percezione che il Corano più che distrutto, vada studiato. Processo che con lentezza, conclude l’autore (pagg. 40-41), segna l’inizio della parabola discendente della controversistica e l’avvio di una pratica di studio che connota la moderna islamologia. Processo che parallelamente è segnato dalla crescita nelle collezioni private di oggetti d’arte islamica. Colonna si sofferma sulla realtà romana – una per tutti la raccolta costituita dal cardinale Stefano Borgia (1731-1804) – in cui la visione orientalistica dell’oggetto esotico si accompagna alla percezione, come ci ha spiegato Ernesto De Martino nel suo La fine del mondo,(Einaudi 2002, p. 396) che esso sia la testimonianza di un mondo che c’è, parte di un codice percepito come altro, lontano e, tuttavia, oggetto carico di valore. Una lettura della collezione che riprende l’interpretazione proposta quaranta anni fa dallo storico Krzysztof Pomian (si veda la voce «Collezione» in Enciclopedia Einaudi, vol. III, pp. 330-364). Collezionare, infatti, più che raccogliere oggetti, significa riconoscere loro un valore culturale.

Storie intrecciate propone percorsi d’indagine inconsueti e significativi. Contemporaneamente intende contribuire a indebolire l’idea che non si può dare convivenza, ma solo guerra tra mondi culturali e anche umani. Mondi che si sono a lungo combattuti e guardati con diffidenza, ma che anche hanno provato a coabitare, a stabilire una tregua , infine, a trovare forme di coabitazione, di compromesso. Un programma di ricerca, ma si potrebbe dire anche di educazione al pensare, che ha un precedente nel libro dal titolo Pour en finir avec la croisade (Puf 2004) dello storico Géraud Poumerède. Un “manifesto culturale” che nella traduzione italiana (Il Mediterraneo oltre le crociate, Utet) dà un suono sordo e che, forse, aveva bisogno di un sostegno. Anche per questo, Storie intrecciate ha un merito.

(Pubblicato il 10 aprile 2016 – © «Il Sole 24ore»)

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