Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Toby e la guerra senza odio, 1914-1918

di Catia Papa

Quella di Louis Vissol – Toby per i suoi commilitoni francesi nella Grande Guerra – è la «storia esemplare di un (qualunque) soldato d’Europa»: così recita il sottotitolo del volume che ne raccoglie le lettere e i taccuini. Di estrazione borghese e patriottica, né militarista né pacifista, Toby parte per il fronte convinto delle ragioni della Francia e dell’obbligo morale di servire la patria in armi, trovandosi in breve a cercare di sopravvivere in quella che giudicherà solo una «guerra di sterminio», un massacro di milioni di uomini ottusamente perseguito dai comandi militari malgrado la concreta prospettiva di «ottenere alla fine pochi vantaggi» (lettera al padre durante la battaglia di Verdun, aprile 1916). Parole nette e drammatiche, peraltro infrequenti nei suoi scritti come in quelli di larga parte dei combattenti dai fronti europei, perlopiù indotti ad autocensurarsi sul vissuto di guerra e la sua ragionevolezza nelle lettere ai familiari e persino nei diari, benché fra le righe potesse leggersi, in forma altrettanto generalizzata, la sofferenza per le condizioni di vita e di morte in trincea e il disprezzo verso i vertici militari giudicati incompetenti e disumani. Un simile racconto corale dell’esperienza dei soldati durante il primo conflitto mondiale emerge ormai con sempre maggiore nitidezza dalle tante raccolte di scritti pubblicati anche in occasione del Centenario della Grande Guerra. Questo volume si segnala tuttavia per una sua specificità, evidenziata sin dal titolo che dà conto di una significativa scelta editoriale: presentare al pubblico anche le lettere di Toby scritte al padre durante un soggiorno di lavoro in Germania dal maggio 1913 al giugno 1914, quando il giovane torna in Francia per la leva militare, prevista in ottobre e assolta invece a inizio agosto, nel quadro della mobilitazione generale.

La selezione degli scritti di Toby, e il lungo saggio introduttivo che li esamina e contestualizza, sono del nipote, lo storico Thierry Vissol: Toby, dalla pace alla guerra, 1913-1918, Roma, Donzelli, 2014. A lui si deve la salda chiave di lettura che sottende il volume, l’idea cioè che la Prima guerra mondiale sia intervenuta a dissipare e recidere il patrimonio di scambi intellettuali e professionali, di reti economiche, accademiche o anche solo familiari e amicali che nei decenni precedenti avevano sostanziato il concetto astratto di Europa, rendendo quest’ultima uno spazio tangibile di esperienze culturali e sociali. Le convinzioni europeiste di Vissol ne orientano la penna, senza perciò che ne risulti inficiata la tesi interpretativa, la cui fondatezza è d’altronde attestata dagli studi storici. Se la storia è indagine della complessità, il quadro europeo dell’anteguerra non può che risultare articolato tra pulsioni nazionaliste e visioni cosmopolitiche, tra rivendicazioni di presunti primati nazionali e riconoscimento di una comune appartenenza alla civiltà europea (fosse anche in chiave di supremazia nel contesto imperialista), tra politica di potenza e aspirazioni pacifiste e federaliste: ereditato dall’internazionalismo del secondo Ottocento, il sogno degli Stati Uniti d’Europa, seppure reso afasico dalla propaganda di guerra, attraversa gli anni di conflitto offrendosi a successive, rinnovate elaborazioni. Che l’«Europa sia nata in trincea», come scrive Paolo Rumiz nella Prefazione al volume pensando alle tregue informali o agli episodi di cameratismo fra combattenti degli opposti fronti, è forse una tesi azzardata, a cui si contrappone tuttavia la visione altrettanto semplificata – auspice una corrente storiografica francese – di una “cultura di guerra”, contrassegnata dall’odio e dalla violenza, che avrebbe permeato tutte le coscienze europee nel corso del conflitto. Non così per Toby, scampato alla guerra e deciso, nei decenni successivi, a mantenere un ostinato silenzio su ogni aspetto della propria vita al fronte tranne uno: l’assenza di qualunque animosità verso i tedeschi. E sessant’anni dopo, quando il nipote scopre la cassetta di legno contenente i documenti della «guerra 14-18», è proprio Toby a insistere affinché legga anche le lettere d’anteguerra dalla Germania, testimonianza di un’Europa senza passaporti. Un’Europa nel cui seno persino la  competizione tra culture nazionali può ancora svolgersi nel quadro condiviso del progresso.

Occorre tuttavia rilevare che per formazione e cultura Toby non è affatto rappresentativo di un «qualunque» combattente nella Grande Guerra, perché figlio di una borghesia europea dei commerci naturalmente transnazionale e in genere meno esposta a quelle ansie di riconoscimento che all’epoca alimentano il demone della retorica nazionale nelle borghesie intellettuali. Negli anni immediatamente precedenti al conflitto Toby viaggia in Europa per approfondire la conoscenza delle lingue, recandosi infine in Germania per compiere la consueta esperienza di lavoro all’estero in un’azienda legata a quella di famiglia. Osserva con curiosità e stima la società tedesca e ne ammira in particolare la cultura del corpo, di cui non coglie le valenze nazionalistiche tanto da iscriversi a una società ginnastica locale con lo stesso spirito con cui, nel marzo 1914, confermerà al padre di voler svolgere il servizio militare in fanteria: «vorrei comunque fare un po’ d’esercizio o almeno non passare questi tre anni in ufficio» (p. 230). Nel giugno 1914, sulla via di casa in vista della leva, l’eventualità di un conflitto europeo non rientra nei suoi orizzonti mentali, eppure corre ad arruolarsi con due mesi di anticipo perché non può eludere il principale imperativo della virilità nazionale e borghese: servire la patria in guerra. Un imperativo introiettato dalle giovani generazioni borghesi, in Francia come altrove in Europa, sui banchi di scuola, in famiglia e nelle pratiche del tempo libero, mentre è ragionevole supporre che le masse contadine si siano acconciate a partire per il fronte in ragione di un’obbedienza passiva ad autorità locali vissute come naturali e immutabili: il sindaco, il maestro, il gendarme o il parroco.

Quella di Toby, dunque, è una delle tante possibili storie di giovani europei travolti dalla guerra, con i suoi tratti esemplari e singolari. Gli anni di formazione aiutano a capire la resistenza opposta, nelle infangate trincee francesi, a ogni demonizzazione dei tedeschi, guardati sempre con rispetto per le loro capacità organizzative e poi semmai con compassione per le comuni sofferenze. L’assenza di livore verso il nemico è un aspetto marcato dell’esperienza di Toby, riscontrabile tuttavia in altre testimonianze di combattenti europei più o meno celebri, come dimostra l’ampia analisi comparativa di lettere e memorie svolta da Thierry Vissol nella sua Introduzione. Fra gli italiani campeggia Emilio Lussu e il suo famoso rifiuto di uccidere un ufficiale austriaco inconsapevole di essere esposto a un fuoco che nemico non sarà: «Fare la guerra è una cosa [...] uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo» (p. 188). Le valutazioni sulla veridicità di questo episodio non ne inficiano il messaggio: la violenza autentica è quella di Stato e dei comandi militari pronti a decimare i propri reparti come fossero «una mandria di bestiame» (p. 348). Una progressiva disillusione patriottica accompagna la guerra di Toby, sino a un secco: «Mi vergogno della Francia» pronunciato in occasione del ricovero in un ospedale militare, alla prova – qui come in trincea – dell’indifferenza delle istituzioni verso il benessere dei soldati (lettera al padre del settembre 1916, p. 347). La frattura delineatasi nel corso del conflitto tra combattenti e vertici politici e militari, e poi ancora tra combattenti e popolazioni civili annebbiate dalla propaganda per ingenuità o disinteresse, è uno dei temi – si è detto – più ricorrenti negli scritti di guerra. Anche in quelli prodotti sul fronte italiano, dove Toby arriva nei giorni della rotta militare verso il Piave, annotando le pessime condizioni dell’esercito italiano e ironizzando sulla macchina propagandistica messa in moto per «nutrire» almeno le menti dei soldati (p. 389). Per alcuni intellettuali interventisti – penso a Giovanni Amendola o Giuseppe Prezzolini – la disfatta di Caporetto è l’esito prevedibile di una guerra condotta con cieco campanilismo specialmente ma non solamente dai comandi militari italiani. Durante il conflitto, nel suo diario al fronte o nelle retrovie, Prezzolini si protesta insistentemente «europeo», immaginando un diverso e più giusto equilibrio continentale conseguito attraverso le armi dell’Intesa (Giuseppe Prezzolini, Diario 1900-1941, Milano, Rusconi, 1978). Che una guerra possa aprire orizzonti di cooperazione e giustizia, come ventilato dalla propaganda alleata specialmente nell’ultimo anno di conflitto, è ancora argomento di accesa discussione, certamente così non è stato nel caso della Grande Guerra, da cui l’Europa è uscita disgregata, attraversata da torsioni identitarie e pulsioni revansciste sulle quali le visioni europeiste hanno saputo prevalere solo a seguito di un secondo sanguinoso conflitto e con fortune alterne sino ai nostri giorni.

(Pubblicato il 9 ottobre 2015 - © «Il Corriere della Sera» – La nostra storia)

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