Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La Romania tra Eurasia e Occidente

di Alberto Basciani

Il volume di Keith Hitchins, Romania. Storia e cultura, appena pubblicato in Italia dall’editore Beit di Trieste, rappresenta la sintesi e rielaborazione di due precedenti lavori The Romanians 1774-1886 e Rumania 1866-1947.  La lunga esperienza accademica e la grande familiarità con le fonti edite e inedite della storia romena hanno permesso a Hitchins, uno dei maggiori studiosi mondiali dell’Europa orientale e dell’Eurasia, docente presso l’Università di  Illinois at Urbana-Champaign e condirettore di «Nuova Rivista Storica»,  di estrarre l’essenziale dai due volumi sopracitati e condensarlo sapientemente in un libro in cui il lettore potrà trovare le necessarie coordinate per districarsi agevolmente attraverso le grandi tappe della storia romena. Dal tratto di penna di Hitchins emerge così l’affascinante percorso storico di un popolo che a un certo punto della propria evoluzione, una volta arrestatasi la grande marea ottomana, parve quasi dividere i propri destini. Una parte di esso, quello vivente in Transilvania e nelle regioni Nord occidentali e Nord orientali (Banato e Bucovina), finito sotto il dominio degli Asburgo, sembrò lasciarsi alle spalle il mondo danubiano-balcanico e prendere il bivio per l’Occidente.

Uno dei punti di forza del testo qui presentato sta proprio nella capacità dell’A. di offrire al lettore tutti i necessari riferimenti storici e, allo stesso tempo, di connetterli con i grandi dibattiti culturali e politici che accompagnarono l’evoluzione delle terre romene tra il XVII e il XX secolo. La novità del volume è rappresentata dal fatto che nelle sue pagine la questione culturale diventa vero e proprio tessuto connettivo della narrazione storica e del divenire del popolo romeno. Così l’influsso del mondo greco e della Chiesa di Costantinopoli esercitato sui Principati non viene inquadrato solo nella prospettiva dello sfruttamento attuato dagli avidi principi fanarioti (membri dell’aristocrazia greco-ortodossa provenienti da Costantinopoli e Trebisonda)  nei confronti delle ricche pianure romene e sulle masse oppresse e misere dei contadini, ma diventa anche la chiave per comprendere un tortuoso percorso di crescita intellettuale che dalle corti e dai monasteri sparsi in quei territori avrebbe forgiato una nuova cultura romena più consapevole delle proprie radici, più decisa a intrecciare rapporti e relazioni con il resto dell’Europa civilizzata e quindi pronta a tradursi in un potente strumento di acquisizione di consapevolezza politica e di graduale riscatto nazionale. Sull’altro versante dei Carpazi tra le ubertose valli e le prospere, cosmopolite città transilvane un percorso diverso ma diretto verso lo stesso obiettivo fu compiuto dalle locali comunità romene. Il fallimento delle sanguinose sollevazioni (pensiamo all’ultima grande jacquerie del 1784 che vide protagonisti Horea, Cloșca e Crișan) lasciò definitivamente il passo a un’altra strategia che aveva nel complesso percorso di avvicinamento e unione con la Chiesa di Roma uno dei suoi punti centrali. Il vincolo stabilito con il papato e sostanziato attraverso l’apertura di parrocchie, scuole, seminari, nonché inviando i giovani più brillanti e promettenti in Italia, segnò la svolta decisiva nello sviluppo della comunità romena di Transilvania e della sua lunga ardua rincorsa verso l’acquisizione di nuovi diritti etnici e nazionali.

Nel corso del lungo risorgimento romeno, così come nel complesso ingresso di quei mondi nella modernizzazione, la questione culturale venne di nuovo a intrecciarsi e a confondersi con il dibattito politico. Furono proprio gli intellettuali e politici eredi della tradizione rivoluzionaria quarantottesca, spessissimo educatisi in scuole e università occidentali, a porre per primi e in maniera tutto sommato convincente il grande quesito su dove e come dovesse incamminarsi il progresso della Romania. Fu questa la fondamentale questione posta al centro del dibattito pubblico romeno dagli uomini riuniti attorno all’associazione Junimea (“Gioventù”). Il grande tema che animò le discussioni tra gli intellettuali e i politici romeni nei decenni precedenti l’unificazione del 1918 fu proprio centrato su quale dovesse essere la natura dello sviluppo romeno. Se esso, cioè, dovesse ricalcare i modelli politici, economici e sociali importati dall’Occidente oppure dovesse seguire vie autonome che tenessero in debito conto la peculiare evoluzione di quei territori e di quelle genti, non solo influenzate dai ripetuti e stretti contatti con il mondo turco-bizantino, ma pure profondamente legate a una civiltà contadina antica e insieme arretrata e sfruttata da qualche centinaio di boiardi proprietari di enormi estensioni di terreno.

Questa fondamentale contraddizione non fu mai superata neppure dalla Romania contemporanea.. L’incalzare degli eventi interni assieme alle mutevoli situazioni internazionali incisero in profondità sull’evoluzione della Romania tanto da costringere le sue classi politiche ad adattarvisi con sorprendente rapidità in attesa dell’occasione più propizia per rafforzare la propria posizione. Bucarest diventò ben presto, più che qualsiasi altro luogo del Paese, l’emblema della moderna nazione romena. Con la Prima guerra mondiale e soprattutto con le sue conseguenze tutto sembrò cambiare sia per il Paese che per la sua capitale. Dalle rovine belliche parve emerge un Paese del tutto nuovo. In virtù di un’estesa riforma agraria che eliminò quasi completamente il latifondo e di una riforma elettorale che estese il suffragio all’intera popolazione maschile la nuova Romania apparve come un Paese che cercava di andare oltre il ruolo di erede naturale del piccolo Regat (regno) danubiano prebellico. Il nuovo e più esteso Stato cercava di presentarsi con una veste del tutto differente rispetto al passato: modernizzato nelle sue strutture socio-economiche e politiche e desideroso di giocare un ruolo nuovo e attivo nell’inedita Europa ridisegnata a Versailles. Non solo saldo baluardo dell’Europa contro il pericolo bolscevico ma anche attore dinamico e propositivo e nelle istituzioni sovranazionali.

Insomma la guerra, pur con il suo tremendo tributo di sangue e distruzioni imposto al Paese, aveva fatto sì che i romeni riaffermassero l’appartenenza a quel mondo i cui principi più nobili e avanzati avrebbero dovuto continuare a rappresentare la stella polare dell’agire della nuova classe dirigente romena. Pareva essere l’occasione propizia per allontanare definitivamente le ombre di un passato fosco in cui i caratteri orientali (almeno nella loro accezione più negativa) troppe volte erano apparsi prevalere sui lumi della ragione e del progresso. Un vasto programma di costruzioni scolastiche, un ambizioso progetto di industrializzazione  - che poggiava anche sul tentativo di riportare in mani romene la principale risorsa energetica romena, il petrolio – sembrarono rappresentare la base necessaria per imprimere un profondo cambiamento del Paese che tra l’altro con le nuove vaste frontiere aveva perso la sua omogeneità etnica e confessionale e si era arricchito di consistenti nuclei di minoranze nazionali: magiari, tedeschi, russi, bulgari, ebrei, ucraini ecc..

La Seconda guerra mondiale colse alla sprovvista un Paese dilaniato da lotte interne, impreparato militarmente, diplomaticamente isolato e dunque schiacciato tra la potenza nazista e quella sovietica. Certo non poteva essere la dittatura personale di un personaggio equivoco come re Carlo II a cambiare i destini della Romania che di fatto nel corso del 1940 senza sparare un solo colpo fu costretta a cedere consistenti porzioni del suo territorio all’Urss, all’Ungheria e alla Bulgaria. Fu l’annus horribilis che segnò la fine della Grande Romania e l’inizio dell’esperienza della dittatura militare di Ion Antonescu che trascinò il Paese in guerra a fianco della Germania nella speranza di recuperare i territori persi e assicurare al Paese un posto d’onore al momento dell’auspica vittoria tedesca e della divisione del bottino. Dopo Stalingrado le vicende presero però una piega ben diversa ma non c’è dubbio che la guerra mondiale per la Romania non ha significato soltanto l’avventura militare a fianco dell’Asse ma anche un lungo viaggio attraverso l’inferno dello sterminio etnico che colpì Ebrei e Rom.

Dalle pagine del libro emerge il dramma vissuto da queste comunità sacrificate a volte attraverso pogrom bestiali in altre attraverso operazioni ben pianificate, dalle istituzioni civili e militari di un Paese debole a sua volta, incapace di risolvere per via pacifica le proprie contraddizioni interne e internazionali e vittima predestinata dei grandi totalitarismi del Novecento. La liberazione dal nazifascismo significò, infatti, per la Romania cadere poco dopo sotto il tallone della dittatura comunista imposta dalla soverchiante superiorità militare sovietica e dai nuovi equilibri internazionali determinati dagli esiti della guerra.

Per il Paese furono anni di ferro: un intero sistema di valori, che sia pur con molte contraddizioni aveva avuto l’Occidente, fu spezzato via.  Forse dei tanti aspetti nefasti rappresentati dal comunismo romeno quello della chiusura con l’esterno, segnato dall’interruzione di ogni relazione con qualsiasi altro spazio culturale che non fosse quello con gli altri Paesi in varia misura assoggettati al dominio di Mosca, ha rappresentato uno dei traumi maggiori procurati dell’esperienza comunista alla civiltà romena.  Allo stesso tempo il potere non ignorò mai l’importanza della cultura quale strumento atto a facilitare la sua legittimazione presso la popolazione e, dopo il 1953, anche per garantirsi maggiori spazi di autonomia nei confronti della potenza dominante sovietica.  Si trattava di aperture del tutto strumentali che non implicarono mai una vera discussione sul potere, sulle sue strutture di comando né tanto meno sugli indirizzi di sviluppo economico e culturale impressi al Paese. Anzi negli anni più bui del regime di Nicolae Ceauşescu il controllo asfissiante esercitato sulla società aveva quale risvolto nelle politiche culturali una umiliante provincializzazione della cultura romena.

Alla fine degli anni Ottanta la dittatura comunista di Bucarest poteva ancora sopravvivere solo in virtù del rigido controllo esercitato su ogni aspetto della stessa vita quotidiana dalla polizia politica del regime che costringeva a un angolo gli sparuti oppositori e dagli interessi, anche materiali, che legavano a doppio e triplo filo gli alti dirigenti del partito e i membri della nomenclatura con il capo supremo. Per questo motivo penso si possa affermare che più di qualsiasi altro popolo dell’Europa centro-orientale per i romeni la fine sanguinosa di quel regime, la difficile rinascita democratica, e l’improbo lavoro di ricostruzione di un tessuto economico, sociale, morale e finanche mentale, hanno significato per prima cosa riprendere immediatamente le fila di quel dialogo con il resto della civiltà occidentale che pur logorato anche negli anni della Seconda guerra mondiale era in qualche modo sopravvissuto per poi spezzarsi in maniera netta dopo il 1945.

In tal senso il volume di Hitchins forse rappresenta qualcosa in più di una pur eccellente opera di storia, le sue pagine così dense di fatti e riflessioni, caratterizzate da una narrazione dai toni pacati ma allo stesso tempo incisivi sono anche una sorta di doveroso omaggio intellettuale alle complesse vicende di un popolo che nel corso della sua storia contemporanea pare abbia dovuto rivendicare e quasi gridare con forza e disperazione la sua piena appartenenza all’Europa e alla sua più nobile tradizione culturale e civile pur, naturalmente, con le sue peculiarità e con i suoi tratti distintivi.

(Pubblicato il 23 giugno 2015 – © «Il Corriere della Sera» – La nostra storia)

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