Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Quando gli inglesi finanziarono i Mille e Garibaldi

Il braccio di ferro tra Londra e re Ferdinando di Borbone

di Luciano Garibaldi

Una esaustiva e definitiva conferma del principio che vuole i destini d’Italia strettamente connessi alle volontà di Londra: verità storica rimasta valida, quanto meno, fino all’indomani della seconda Guerra mondiale. La conferma viene da un libro di sicura importanza storica, che piazza definitivamente la casa editrice calabrese Rubbettino tra i più autorevoli produttori italiani di testi storici. L’autore è Eugenio Di Rienzo, docente, accademico, ma anche grande divulgatore. Il titolo è Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861). Il primo a essersi accorto della validità di questo lavoro è stato Paolo Mieli, non a caso direttore dei libri Rizzoli, che gli ha dedicato due intere pagine sul Corriere della Sera.

Partiamo dal protagonista del libro, Fedinando II di Borbone. Il «Re bomba» (soprannome con cui si cercherà di ridicolizzarlo, soprattutto dopo la morte) sale al trono nel novembre 1830, alla morte del padre, Francesco I. Da oltre vent’anni l’Inghilterra è di fatto la protettrice del Regno, ma anche la sua sfruttatrice, non tanto delle risorse agricole del territorio, quanto delle miniere di zolfo della Sicilia, preziose per la produzione dell’acido solforico indispensabile per fabbricare la polvere da sparo. Ferdinando mostra fin dall’inizio insofferenza verso quella sorta di protettorato e aperte simpatie nei confronti della Francia, grande rivale dell’Inghilterra nella gara per il dominio del Mediterraneo. L’unità d’Italia sarà il frutto di un intrigo internazionale nel quale Londra giocò un ruolo determinante «ponendo fine, una volta per tutte», come scrive Di Rienzo, «alle velleità di autonomia del più grande “piccolo Stato” della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del diritto pubblico europeo della storia contemporanea». Due le più clamorose intromissioni britanniche nelle sorti del Regno delle Due Sicilie. La prima ebbe luogo nel corso della rivolta di Palermo della primavera del ’48, che diede il via alla serie di rivolte e ribellioni in tutta Europa passate alla storia come «il Quarantotto». Come dimostra, prove alla mano, il libro di Di Rienzo, la rivolta fu appoggiata e finanziata dal plenipotenziario inglese Henry Gilbert Elliot e dal ministro degli Esteri britannico John Temple, visconte di Palmerston. Gli inglesi premevano per sostituire i Borbone con un membro di Casa Savoia, mentre la Francia premeva per il figlio del Granduca di Toscana. Ma entrambe le superpotenze avevano fatto male i loro calcoli. Sui quarantottini ebbero la meglio Ferdinando II e le sue truppe guidate da Carlo Filangieri. Le ostilità proseguirono su un piano non più strettamente militare, con le dure proteste inglesi per l’arresto, avvenuto a Napoli, di Carlo Poerio, già ministro della Cultura napoletano, ma considerato dal Re Ferdinando un traditore, e la sua condanna a 24 anni di galera. Assieme alle proteste, l’accusa al Re di avere voluto un feroce trattamento dei prigionieri politici.

Nel gennaio ’55 Re Ferdinando respinge l’invito a schierarsi a fianco di Gran Bretagna e Francia nella guerra di Crimea, contrariamente al Regno di Sardegna, dove Cavour non aveva esitato a entrare in guerra accanto alle grandi potenze occidentali contro la Russia degli Zar. Convinto che i russi avrebbero avuto la meglio, Re Ferdinando promulgò un decreto che prevedeva «il divieto di concedere passaporto ai sudditi del Regno delle due Sicilie per evitare possibili arruolamenti nella Legione anglo-italiana». La reazione di Palmerston non si fece attendere: aperta accusa al Regno di Napoli di essere diventato «uno Stato vassallo della Russia». Pochi giorni dopo, Palmerston finanziò una spedizione per liberare Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e Filippo Agresti, già condannati a morte nel ’49, con condanna poi tramutata in ergastolo nell’isola di Santo Stefano. Ma la spedizione fallì. Seguirono numerose manifestazioni di ostilità da parte britannica, compresa una violenta campagna di stampa del Times che invocava, una spedizione punitiva di navi inglesi, con la scusa che non era più tollerabile un nemico come il Regno dei Borbone «a poche miglia da Malta». Vi si oppose la regina Vittoria con un messaggio al governo riscoperto da Di Rienzo, nel quale si leggeva: «La Regina, dopo avere esaminato la documentazione da voi allegata, ha espresso la più decisa contrarietà ad una dimostrazione navale indirizzata a ottenere cambiamenti nel regime politico delle Due Sicilie». Il 1856 fu l’anno della ripresa dei moti rivoluzionari antiborbonici, con un attentato alla vita di Re Ferdinando progettato da Agesilao Milano e sventato all’ultimo istante. L’anno seguente, Carlo Pisacane si bruciò, assieme ai suoi compagni, nella fallita spedizione di Sapri. Il piroscafo “Cagliari”, dal quale erano sbarcati gli insorti, era condotto da due macchinisti inglesi, arrestati dai gendarmi del Re. Poi, nel maggio ’60, la scena passò a Giuseppe Garibaldi e ai suoi Mille, con le navi da guerra di Sua Maestà britannica schierate nella baia di Marsala per proteggere lo sbarco. Scontato anche il fatto che l’azione fu finanziata dagli inglesi, circostanza che – come scrive Di Rienzo – «la storiografia ufficiale ha sempre accantonata, spesso con immotivata sufficienza». Non mancano neppure le prove degli accordi tra camorra campana e insorti filo-garibaldini, per favorire la vittoria dell’Eroe dei Due Mondi. In una nota del 9 luglio 1860 inviata dal diplomatico Henry George Elliot al Foreign Office si legge che «numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani rimasti fedeli alla dinastia borbonica, per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi, e per controllare le vie d’accesso a Napoli al fine di rendere possibile l’ingresso dei volontari di Garibaldi». Non mancarono i dissensi. In piena Camera dei Comuni il deputato conservatore parlò apertamente di «dirty affair» (sporco affare): una dura e sfrontata intromissione inglese negli affari della Penisola che si sarebbe ripetuta più volte nei decenni seguenti.

(Pubblicato il 7 febbraio 2012 – © «Secolo d’Italia»)

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