Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Governo Monti. Gli atenei del Nord strappano lo scettro alla Sapienza

di Eugenio Di Rienzo

Dunque il sogno della Repubblica di Platone si è infine avverato e oggi il destino dell’Italia è affidato a un governo di sapienti o meglio più modestamente (perché i due termini non sempre coincidono) a un ministero di professori presieduto da Mario Monti, già rettore dell’Università Bocconi di Milano. Nulla di male in questo. Fin dai primi decenni dell’unificazione, infatti, all’Università è stato devoluto il compito di formare i quadri della futura classe dirigente e, dal 1924, alla Facoltà di Scienze Politiche di Roma fu affidato l’obiettivo «di preparare le giovani leve per la vita pubblica altamente intesa, per la diplomazia, per la pubblica amministrazione, per l’attività politica». Una missione che, nella Prima Repubblica, permise a quella Facoltà di fornire alcuni dei nomi più importanti al gotha politico italiano: Aldo Moro, Giuliano Amato, Vittorio Bachelet, nello stesso periodo, in cui altri docenti, provenienti da altri centri universitari (Giovanni Spadolini e Giuseppe Galasso) lasciavano la cattedra per partecipare attivamente alla vita delle istituzioni.

Eppure i professori che oggi compongono l’esecutivo Monti sono molto diversi dai loro predecessori, per tre precise ragioni. 1° La loro derivazione geografica, a quasi intera prevalenza nordista, che ha tagliato fuori le grandi Facoltà economiche, giuridiche, politologiche del Centro e del Mezzogiorno. 2° Il netto prevalere, con poche e poco significative eccezioni, dell’Università privata (Cattolica di Milano, Bocconi, Luiss “Guido Carli”) su quella pubblica. 3° La loro fisionomia politica infine. Se i professori-ministri di ieri non facevano mistero della loro appartenenza a un preciso schieramento ideologico, i professori-ministri di oggi rifiutano con disdegno ogni possibile etichettatura, per presentarsi come emanazione di uno «spirito assoluto», di sapore vagamente hegeliano, che dovrebbe permettergli di condurre, senza compromissioni di parte o di fazione, il nostro Paese verso i più alti destini e progressivi.

Evidentemente, i nostri attuali governanti, un po’ ciurlando nel manico, lasciatemelo dire, stanno confondendo le carte e tentano di giocare sull’equivoco tutto nominalistico tra politica e potere. Nessuno di loro è vero ha in tasca una tessera di partito. Tutti, però, appertengono a forti gruppi di pressione che per decenni hanno condizionato pesantemente e in maniera non trasparente, la vita della nostra Repubblica: i grandi gruppi finanziari nazionali e internazionali, l’euro-burocrazia, alcune correnti del mondo cattolico che non hanno mai smesso di vagheggiare il sogno di una «Santa Alleanza» catto-comunista.

Nel 1927, il filosofo francese Julien Benda raccomandava agli intellettuali di non prendere mai posizione per conservare la loro libertà di pensiero e per non divenire «chierici traditori». Personalmente ritengo quell’appello sbagliato. Eppure più sbagliato e mistificante sarebbe proclamare a parole di non voler commettere quel tradimento, senza poi essere, forse, in condizione di evitare di commetterlo. E mi domando, solo per fare qualche esempio, in che modo potrà essere davvero super partes l’attività di governo di Lorenzo Ornaghi, Beni Culturali (membro del Comitato per il Progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana), di Francesco Profumo, Istruzione, università e ricerca (consigliere di amministrazione di Telecom e Pirelli), di Elsa Fornero, Lavoro, Politiche Sociali (vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo), di Andrea Riccardi, al quale è stato affidato lo strategico dicastero della Cooperazione internazionale e integrazione e che è stato fondatore della Comunità di Sant’Egidio, le cui idee in materia d’emigrazione rispecchiano le vecchie, utopistiche aperture terzo-mondiste della sinistra dossettiana.

Riusciranno questi illustri colleghi a barcamenarsi, per il bene di tutti, fra Dio e Mammona? Ci sforziamo di sperarlo, confidando in quella Provvidenza che sempre ha assistito la gens italica e che, ora, ci ha regalato un Ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, proveniente dalle Forze Armate e un Ministro degli Esteri, Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, uscito dai ranghi della carriera diplomatica, come accade soltanto, tra 1943 e 1944, ai Governi Badoglio che vissero la loro grama esistenza all’ombra della sorveglianza speciale delle Forze anglo-americane.

(Pubblicato il 19 novembre 2011- © «Il Giornale»)

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