Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

L’eroica ballata degli irlandesi traditori

di Antonio Lodetti

Nella guerra fra Stati Uniti e Messico del 1846-48 lasciarono l’esercito dei primi per il secondo. A spingerli furono i soldi e le radici cattoliche. Ora rivivono con le note dei mitici Chieftains

C’è guerra e guerra e disertore e disertore. Qualcuno rimane in sospeso tra l’infamia e la leggenda, come il Saint Patrick’s Battalion (Battaglione di San Patrizio), manipolo di soldati irlandesi che combattè «dalla parte sbagliata» nel conflitto tra Messico e Stati Uniti del 1846-48. Una pagina delicata e dimenticata di storia che a nessuno – men che meno agli Stati Uniti – giova ricordare e che ora i Chieftains (vessilliferi della musica popolare irlandese) e il cercatore di suoni Ry Cooder riportano alla luce con un disco intitolato San Patricios.

I Saint Patrick’s sono un manipolo di emigrati irlandesi, arruolatisi nell’esercito americano e poi passati a quello messicano. Questi uomini venivano maltrattati e discriminati dagli americani e definiti «teste di patata» perché stranieri e cattolici. Così 175 di loro (ma anche ex schiavi neri, francesi, polacchi e italiani) abbandonarono i vessilli dell’America protestante per tornare alle radici cattoliche. Molti lo fecero per motivi religiosi, ma non erano dei santi; i messicani pagavano bene e regalavano terra e cittadinanza a chi combatteva per loro. Per capire l’orgoglio irlandese di questo manipolo di guerrieri basta ascoltare la ballata March to Battle (un’aria popolare famosissima riadattata su testo dello scrittore Brendam Graham che tra l’altro dice: «Siamo i San Patricios un fiero e virtuoso esercito/ quando lottiamo con il nostro vessillo verde non alzeremo mai bandiera bianca/ siamo i San Patricios e abbiamo un solo scopo/ ricacciare gli Yankees sani e salvi dall’altra parte del Rio Grande/ Siamo spariti dalla storia come un’ombra dalla sabbia/ ma se nel deserto, alla luce della luna vedi un gruppo di fantasmi/ sono quegli uomini che sono morti per la libertà lungo il Rio Grande»).

Quindi i Chieftains e Ry Cooder (già famoso per aver riscoperto la cultura popolare di Cuba con il film Buena Vista, e per aver denunciato la distruzione di un quartiere storico di Los Angeles per costruirvi lo stadio di baseball dei Dodgers nel disco e nel libro fotografico Chavez Ravine) raccontano i suoni popolari e gli umori di un popolo. Guidati da John Riley (che servì la bandiera inglese e americana e disertò a Matamoros nell’aprile 1846 diventando luogotenente del mitico generale Pedro de Ampudia) e chiamati con affetto «The colorados», i San Patricios scesero in campo per la prima volta nella battaglia di Monterrey, settembre del ’46. Una bella batosta per i messicani, ma una prova di coraggio degli irlandesi, cui si aggiunsero molti altri disertori, fino a formare un manipolo di 700 uomini. In Irlanda sul glorioso battaglione sono usciti dischi di gruppi folk come i Fenians, Charlie O’Brien, Plankrunners e film come Saint Patrick’s Battalion (1962) di Carl Krueger, The Rogue’s March (1999) di Peter F. Stevens e la fiction del 2006 St Patrick’s Battalion, ma è la prima volta che si affronta l’argomento passando per tutti gli stili musicali messicani, con l’aiuto di personaggi come Linda Ronstadt, Van Dyke Parks e leggende locali come Graciana Silva, Lila Downs, Los Fokloristas. «Gli irlandesi hanno la testa più dura del mondo – dice il leader dei Chieftains Paddy Moloney -, non mollano nemmeno durante una partita di calcio, figuriamoci in battaglia. Ho voluto raccontare questa vicenda eroica ma anche i suoni di un tempo in cui l’America non era ancora gli Stati Uniti e il mondo era completamente diverso».

Infatti quella guerra, voluta dal presidente Polk, aveva come obiettivo l’annessione di California e New Mexico agli Stati Uniti. Una guerra che sulla carta sembrò facile e indolore. Nell’estate 1846 il colonnello Kearney entrò senza opposizione a Santa Fe e proclamò l’annessione del New Mexico, mentre il generale Taylor conquistò la California e il Rio Grande. Ma i messicani non riconobbero la sconfitta se non dopo una serie di sanguinose battaglie. I San Patricios lottarono al fianco del generale Santa Anna a Vera Cruz, a Cerro Gordo, alla fortezza di Chapultepec fino alla disfatta di Churrubusco, quando le truppe messicane deposero le armi e un nuovo governo disposto alla resa prese il potere.

La leggenda narra che i San Patricios fossero sempre gli ultimi ad arrendersi. «Anzi – racconta Moloney -, a Churrubusco quando un soldato alzò bandiera bianca, l’irlandese Patrick Dalton lo uccise, e la scena si ripetè diverse altre volte» (Dalton fu poi impiccato a Chapultepec il giorno in cui sulla fortezza fu issato il vessillo americano). Quelli di loro che furono catturati dagli americani non se la passarono bene. Molti furono anch’essi impiccati; i più fortunati vennero imprigionati, frustati, marchiati sulla guancia destra con la «D» di disertore. Riley fu doppiamente marchiato e poi tenuto prigioniero in Messico, poi fu reintegrato nell’esercito a Mexico City, dove morì nel 1850 e fu sepolto col nome di Juan Reley. Quell’anno 20 degli originali San Patricios tornarono a casa con la benedizione dei messicani. Qualcuno li chiama vigliacchi, qualcuno martiri. L’America li ha cancellati; i messicani li festeggiano il 12 marzo (anniversario della loro esecuzione in massa) e dal 2002 il Congresso messicano li ha nominati «difensori della patria», e gli irlandesi li ricordano il giorno di St Patrick (17 marzo).

Soldati morti invano? Da quella guerra gli Stati Uniti guadagnarono 1 milione 300mila chilometri quadrati di territorio, e versarono 15 milioni di dollari ai messicani per i territori acquisiti. Un manipolo di uomini «che non avevano patria né idee», come li definì il presidente Polk, non potevano fermare la storia. I confini del mondo moderno si delineavano, ma il sacrificio dei messicani e dei San Patricios si abbattè come una maledizione sugli Stati Uniti. La fine della guerra riaprì una serie di lotte regionali e di odi razziali che portarono alla guerra di secessione. «Gli Stati Uniti conquisteranno il Messico – disse Ralph Waldo Emerson – ma, come l’arsenico fa crollare l’uomo che lo inghiotte, così le lotte tra popoli in Messico ci avveleneranno tutti».

(Pubblicato il 31 marzo 2010 – © «il Giornale»)

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