Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Lo strano caso di Bellomo eroe fucilato dagli Alleati

di Eugenio Di Rienzo

A più di sessanta anni dalla fine della guerra di liberazione, il nostro paese non sembra aver fatto ancora tutti i conti con quella retorica resistenziale che troppo spesso ha mistificato il significato di tanti eventi che si svolsero in quei tragici anni di vita italiana. Il 14 settembre 2006, Bari è stata insignita della medaglia d’oro al valor civile «per l’eroico coraggio dimostrato dalla sua popolazione durante la rivolta contro le truppe germaniche occupanti, il 9 settembre 1943». Eppure, anche nelle più alte dichiarazioni ufficiali che motivavano la consegna dell’onorificenza, non era neppure citato il principale protagonista di quella vicenda: il generale Nicola Bellomo. Con quell’omissione, sicuramente non strumentale, veniva però sospinto nell’oblio l’unico militare italiano decorato della medaglia d’argento al valore militare per il suo contributo al nostro «secondo Risorgimento», che fu poi passato per le armi dopo essere stato condannato da una Corte marziale britannica per  crimini di guerra.

Fa ora finalmente chiarezza su questi episodi l’importante saggio di Emilio Gin, Bari 8 settembre 1943, l’affaire Bellomo, pubblicato sull’ultimo numero di «Nuova Rivista Storica». Dalla ricerca di Gin apprendiamo che la «battaglia di Bari», con la quale si impedì ai tedeschi di distruggere le strutture di un porto che si sarebbe rivelato cruciale per lo sforzo bellico degli Alleati, venne vinta non grazie ad un moto spontaneo di popolo, ma solo in virtù della determinazione di Bellomo e delle sue indubbie capacità tattiche. Questi riuscì a mettere in campo uno spiegamento di forze raccogliticcio ma sicuramente efficiente che in una giornata di duri combattimenti ebbe ragione degli avversari, costringendoli a sgomberare la città dopo aver subito forti perdite. A fronteggiare la Divisione Fallschirmjäger, coadiuvata da un buon numero di altri reparti tedeschi schierati a suo supporto, furono infatti guardie di finanza, marinai, un gruppo di mitraglieri del 51° Battaglione bersaglieri, alcuni distaccamenti della difesa costiera, qualche diecina di impiegati dell’amministrazione ma anche reparti della Milizia fascista passati, dopo il 25 luglio, sotto il comando del Regio Esercito.

Guadagnata la partita, Bellomo si adoperava a stabilizzare la situazione nella città, procedendo ad una drastica epurazione di tutti gli elementi fascisti ma anche tenendo a rispetto gli esponenti più radicali del Comitato Provinciale di Liberazione barese intenzionati in quel momento a favorire una soluzione eversiva destinata a violare lo status quo istituzionale. Fu in buona parte grazie alla sua azione se il capoluogo pugliese riuscì ad essere tranquillamente occupato da un contingente anglomericano nelle settimane successive, per divenire in pochi mesi una delle principali retrovie della Quinta Armata statunitense e una delle prime porzioni della cosiddetta «Italia libera». Proprio in relazione a tutto ciò, destò grande sorpresa la decisione delle autorità alleate di  procedere all’arresto di Bellomo, il 28 gennaio 1944, con l’accusa di aver provocato nel 1941 la morte di un ufficiale inglese durante un fallito tentativo di evasione dal campo di concentramento sottoposto alla sua direzione.

La detenzione del difensore di Bari si concludeva drammaticamente con la condanna alla pena capitale eseguita il 28 luglio 1945. La sentenza veniva emessa nonostante il fatto che il generale fosse stato scagionato da ogni responsabilità da ben tre inchieste italiane, l’ultima delle quali monitorata dalla Croce Rossa Internazionale, che avrebbero dovuto avere effetti decisivi sull’esito del processo. La faziosità del dispositivo della corte militare britannica, contrario alla Convenzione di Ginevra e al più elementare criterio di giustizia, non sfuggì al corrispondente inglese Steve Ray. Il giornalista scriveva infatti al deputato laburista Igor Thomas di ritenere che «il verdetto è contro il peso delle prove, che le capacità di accusa e difesa non erano eque, che insufficiente rilevanza è stata data a chiare circostanze attenuanti e al comportamento di Bellomo tenuto subito dopo l’8 settembre».

Secondo la testimonianza di Ray, l’affare Bellomo sarebbe stato quindi un vero e proprio caso di «giustizia politica», con il quale l’Alto Comando inglese dava libero sfogo alla sua volontà punitiva nei confronti dell’ex avversario di guerra. Questa interpretazione largamente diffusa non convince però Gin che si mostra scettico anche nei confronti della tesi secondo la quale la decisione del tribunale sarebbe stata influenzata da una fitta trama di delazioni orchestrata dagli elementi baresi maggiormente compromessi con la dittatura fascista. Più verosimile appare invece a Gin l’esistenza di una «pista rossa» che avrebbe condotto Bellomo dinnanzi al plotone d’esecuzione. L’inflessibilità del comandante della Piazza di Bari e la sua decisione nel far rispettare rigidamente l’ordine costituito accrebbe il numero dei suoi nemici ben oltre la cerchia dei conniventi con le forze germaniche e dei nostalgici del caduto regime. Il Cnl pugliese non esitava infatti a definirlo senza mezzi termini «un nevrastenico» ed «un ex fascista», accusandolo esplicitamente di essere uno dei maggiori ostacoli alla rinascita della vita democratica nella regione in linea con l’impostazione reazionaria del governo Badoglio.

Inoltre, in quel torbido settembre del 1943 un flusso continuo di denunce, per lo più anonime, relative a casi di favoreggiamento col nemico da parte dei comandi militari italiani, avvenute durante gli scontri successivi all’armistizio, venivano indirizzate alle autorità militari inglesi. Gli stessi Carabinieri Reali non erano rimasti incolumi da quella che apparve ben presto come una vera e propria campagna di criminalizzazione volta a discreditare le forze regolari italiane e l’istituzione monarchica. Di quella campagna Bellomo finì per essere la principale vittima ma con la condanna infamante che pose fine alla sua vita si volle far scomparire soprattutto la memoria della resistenza del ricostituito Esercito italiano che, tra 8 settembre 1943 e 25 aprile 1945, arrivò a schierare circa mezzo milione di uomini, inquadrati in sei Gruppi di combattimento, fornendo un concorso sicuramente più decisivo alla sconfitta delle forze naziste di quello rappresentato dalle sparute formazioni partigiane.

(Pubblicato il 6 gennaio 2010 – © «il Giornale»)

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