Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Federico II di Svevia e il demone della politica

di Eugenio Di Rienzo

L’arma della criminalizzazione dell’avversario politico, come si sa, è vecchia come il mondo. E se in questi ultimi mesi abbiamo visto paragonare un presidente del Consiglio liberamente eletto dalla maggioranza degli italiani a Hitler, Mussolini e al golpista argentino Videla, molto peggio era accaduto a Federico II di Svevia che alla metà del XIII secolo cercò di ripristinare la grandezza del Sacro Romano Impero della Nazione germanica fondato nel 962 da Ottone I di Sassonia. Se i ghibellini videro in lui lo strumento del giusto castigo divino che avrebbe punito lo strapotere del clero, il suo grande rivale, il pontefice Gregorio IX, dopo averlo scomunicato nel settembre del 1227, lo bollò del titolo di Anticristo. Da quel momento, la propaganda guelfa dipinse l’Imperatore come un convertito all’Islam, un eretico negatore di tutte le religioni, diffondendo una leggenda nera che Dante avrebbe ripreso nella sua Commedia.

Salimbene de Adam avrebbe arricchito questa saga oscura di nuovi tenebrosi particolari nella sua Cronaca e nel libello, poi andato perduto, Le dodici scelleratezze di Federico Imperatore. Anche il monaco cistercense Gioacchino da Fiore fece la sua parte stilando una profezia che avrebbe dato luogo al mito secondo il quale Federico II sarebbe ritornato a vivere, dopo mille anni dalla sua morte, per ripresentarsi a flagellare la cristianità nelle vesti di un nuovo Nerone. Infine, nel primo decennio del Settecento, un erudito olandese rivelava che l’Imperatore tedesco doveva considerarsi come uno dei probabili autori del Trattato dei tre impostori, dove Mosè, Cristo, Maometto erano ritratti come degli avventurieri che avevano strumentalizzato la credulità dei loro adepti per soddisfare la propria brama di potere.

Proprio a partire dal XVIII secolo, la leggenda nera fredericiana si tramutava tuttavia in leggenda aurea. Un pensatore che avrebbe anticipato molti temi dell’Illuminismo, come Pietro Giannone, esaltava nel principe svevo il creatore di un modello statale capace di avere ragione non solo delle forze disgregatrici del feudalesimo ma soprattutto dell’ingerenza ecclesiastica nella vita pubblica. Dopo il 1870 e fino alla seconda metà dell’Ottocento, numerosi storici tedeschi (Gierke, Treischke, Droysen) fecero di Federico il primo fondatore dello Stato assoluto superiore a ogni interesse particolare e idoneo a dare impulso alla volontà di potenza germanica. Nel 1933 anche il grande Ernest Kantorowicz, colpito da un procedimento di epurazione dall’insegnamento a causa delle sue origini ebraiche, scriveva, per scongiurare quella misura, al ministro dell’Educazione del Terzo Reich che «i miei scritti sull’Imperatore Federico II attestano pienamente il mio favore per una Germania nuovamente orientata in senso nazionale».

Molto diversa da tutte queste letture ideologiche è la monumentale biografia di Wolfang Stürner (Federico II e l’apogeo dell’Impero, Salerno Editore, pp. 1127, € 84,00), che dichiara di aver voluto «proporre una ponderata interpretazione dell’Imperatore che ne evitasse ad un tempo l’eccessiva esaltazione come pure la sottovalutazione». Questo importante contributo sarà utile al pubblico italiano per evitargli di cadere in un altro diffuso fraintendimento della verità storica. Proprio nel nostro paese, infatti, si propagò negli anni Trenta, con Ernesto Pontieri e Gabriele Pepe, l’ipotesi che la creazione del Regno di Sicilia (comprensivo in realtà di gran parte del Meridione), da parte di Federico II, sarebbe stato il mezzo per sanare la frattura tra le «due Italie» che avevano progressivamente divaricato il loro percorso a partire dal crollo dell’Impero romano.

Il Nord, sottoposto all’influenza della cultura germanico-romana, e il Sud, soggetto all’egemonia di quella bizantino-islamica, avrebbero potuto ricomporre la loro antica ossatura unitaria, proprio perché il nuovo Regno sarebbe stato unito nella persona di Federico all’Impero germanico che dominava almeno formalmente, se non più ormai effettualmente, il comparto centro-settentrionale della Penisola e una delle regioni più ricche dell’Europa come la Borgogna. Da questa saldatura con l’antica Lotaringia sarebbe stato il Mezzogiorno a godere dei maggiori vantaggi, sfruttando a suo beneficio l’impulso economico e commerciale delle repubbliche marinare di Pisa, Genova, Venezia e le nascenti forze bancarie di Siena e Firenze. Inoltre, la simpatia dell’Imperatore svevo per la civiltà araba e la sua amicizia personale con il nipote del grande Saladino avrebbero fatto dei suoi porti un ponte teso tra cristianità e mondo islamico mentre la sua energica azione di governo sarebbe stata in grado di reprimere gli «abusi del baronaggio». Soltanto la morte di Federico, avvenuta nel dicembre 1250, concludeva questa interpretazione, avrebbe interrotto il «grande disegno italocentrico» che doveva fare del Regnum Siciliae et Apuliae, primo nucleo di una Penisola unificata politicamente seppur nell’orbita imperiale, l’erede in linea diretta dell’egemonia mediterranea di Bisanzio.

Il volume di Stürner ha il grande merito di demolire questa congettura, ricordandoci come i poteri effettivi, di colui che fu definito dai suoi contemporanei stupor mundi, fossero in realtà del tutto inadatti a raggiungere questo obiettivo. In linea di principio, il diritto romano codificato dal grande Giustiniano e l’unzione divina che aveva accompagnato la sua incoronazione sancivano pienamente la sua autorità. Nella realtà Federico mancava però di quel monopolio della decisione politica che caratterizzerà l’età moderna ma che era del tutto assente nel mondo medioevale. Il suo potere era infatti fortemente condizionato da quello dei principi tedeschi, laici ed ecclesiastici che trovarono nel figlio Enrico, nominato nel 1220 re di Germania, un più «liberale» difensore dei loro privilegi. Lo scontro politico su questa cruciale questione portò alla fine ad una vera e propria guerra del padre contro il suo diretto successore che, sconfitto nel 1235, venne privato di ogni diritto al trono.
Ma quei privilegi, che Enrico voleva tutelare e ampliare e che invece Federico intendeva contenere rigidamente nei loro antichi e giusti limiti, non avrebbero mai potuto essere annientati, a meno di non voler distruggere con essi i titoli della legittima sovranità imperiale. Le nuove prerogative concesse ai principati germanici, nel 1220 e nel 1235, segnarono un’ampia rinuncia al controllo politico e giurisdizionale dei paesi imperiali. A spingere Federico verso quella concessione, fu, nel primo caso, l’intento di ottenere l’elezione del figlio Enrico a suo successore. Nel secondo caso, operò invece la necessità di far cessare il movimento di rivolta a cui lo stesso Enrico aveva partecipato, concedendo ai principi favori che il padre si trovò costretto a confermare.

Con questa decisione obbligata, ha affermato Kantorowicz nel suo Kaiser Friedrich II, pubblicato  tra il  1927 e il 1931 (trad. it., Garzanti, 2000), «ebbe termine la vecchia forma politica della regalità germanica fondata sulla stirpe e sull’esercito: da allora infatti la Germania, dal punto di vista costituzionale, verrà designata come una lega e una confederazione dei principi». Sempre secondo Kantorowicz è possibile sostenere tuttavia che già nel 1220 Federico avrebbe sapientemente sfruttato l’occasione offertagli dal ridimensionamento della sua piena potestà «per liberarsi delle questioni tedesche a vantaggio dei suoi disegni universali». Su questa stessa linea si è espresso anche Giuseppe Galasso (Medioevo euro-mediterraneo e Mezzogiorno d’Italia da Giustiniano a Federico II, Laterza, 2009) parlando della volontà di Federico di arrivare a una più o meno chiara delimitazione di un governo imperiale in qualche modo distinto da quello specifico della Germania. Per Galasso infatti «il sovrano avrebbe così mantenuto inalterata quella concezione augusta e suprema del potere imperiale che lo caratterizzò e che egli cercò costantemente di esplicitare e di evidenziare anche nei fatti e, nello stesso tempo, avrebbe evitato una lotta mortale coi principi tedeschi e guadagnato il loro appoggio militare per la sua grande politica imperiale nella stessa Germania e soprattutto in Italia».

Proprio per perseguire quest’ultimo obiettivo ben più risoluta fu invece la lotta dell’Imperatore per abbattere l’autonomia dei centri urbani del meridione italiano, anche a costo di usare la mano forte come accade nella sanguinosa repressione della rivolta di Messina del 1234. In quell’opera il sovrano svevo ebbe sicuramente successo, perché non incontrò nessun tipo di resistenza paragonabile a quella strenua e vittoriosa che i Comuni lombardi opposero a Legnano al suo avo Federico Barbarossa nel maggio del 1176. Proprio da questo punto di vista, e non solo per le loro differenti condizioni economiche e sociali, le due Italie restavano profondamente divise.  Anche Federico II infatti (è ancora una notazione di Galasso) fu rapidamente costretto a rendersi conto dello stato politico effettivo del settentrione d’Italia che lo spinse a tentare «una difficile mediazione con l’affermazione già conseguita delle forze locali comunali e da altri poteri consolidati o in via di formazione».
Costantemente fedele all’Impero fu Pisa per la sua rivalità con Genova e Venezia. Con quest’ultima, invece, prosegue Galasso, «l’intesa era più difficile non solo per contingenti ragioni politiche ed economiche, ma soprattutto perché quella città non sarebbe mai potuta rientrare in alcuno schema di governo imperiale dell’Italia». La strategia della Serenissima la portava infatti a escludere ogni subordinazione della propria sovranità a qualsiasi altro potere, non escluso lo stesso ius Imperii. Durante il decennio 1230, questa rottura si consumò definitivamente. Venezia rifiutò addirittura di usufruire delle concessioni offerte dall’Imperatore e contrattò un’alleanza con Milano e persino con Genova, che ormai si delineava come la più pericolosa rivale della città lagunare. Alla Lega lombarda che sconfisse il Barbarossa si era sostituita una vera e propria «Lega padana», estesa dalle rive del Tirreno a quelle dell’Adriatico, contro la quale poco avrebbe potuto persino il «demone della politica» che sembrava fino a quel momento aver sempre assistito Federico II di Svevia.

(Pubblicato il 30 dicembre 2009 – © «il Giornale»)

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