Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Avversari ma non troppo: Italia e Albania negli anni della Guerra Fredda

di Luciano Monzali

I tre volumi dedicati ai rapporti fra Italia e Albania fra la fine della seconda guerra mondiale e il termine della Guerra fredda ideati e curati da Paolo Rago, pubblicati tra 2017 e 2021 da Laterza Editore (Una pace necessaria. I rapporti italiano-albanesi nella prima fase della Guerra Fredda; Gli anni della distensione. Le relazioni italiano-albanesi nella fase centrale della Guerra fredda; Prima della fine. Le relazioni italiano-albanesi nella fase conclusiva della Guerra Fredda) sono un’iniziativa editoriale meritevole di elogio e realmente innovatrice nel contesto politico-culturale italiano. Frutto di una felice collaborazione fra istituzioni statali (l’Ambasciata italiana in Albania, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) e gruppi della società civile (Comunità di Sant’Egidio e vari docenti di Università italiane e albanesi), essi sono stati progettati e realizzati da Paolo Rago, che da oltre trent’anni vive e lavora a Tirana. Qui ha collaborato negli anni con diverse organizzazioni internazionali residenti nel Paese nonché con l’ambasciata d’Italia e la Società Dante Alighieri.

La trilogia costituisce uno strumento di conoscenza e di studio importante per tutti coloro che sono appassionati alle vicende politiche dei Balcani nella seconda metà del Novecento e studiano la storia della politica estera italiana. Grazie al patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, numerosi studiosi italiani e albanesi hanno potuto liberamente consultare una vasta e inedita documentazione diplomatica conservata presso l’Archivio storico-diplomatico della Farnesina e ricostruire i momenti e i problemi fondamentali delle relazioni italo-albanesi dalla seconda guerra mondiale al crollo del comunismo albanese.

Da questi volumi, ai quali hanno partecipato con loro contributi alcuni fra i migliori storici italiani e albanesi (da Luca Riccardi e Sonila Boçi a Alberto Basciani, Roberto Morozzo della Rocca e altri ancora), viene confermata l’importanza strategica dell’Albania anche nella storia della politica estera italiana dell’età repubblicana.

La classe dirigente postfascista si trovò a dover affrontare le gravi conseguenze prodotte dalla disastrosa politica balcanica di Mussolini. Vale la pena di sottolineare che il 1939, l’anno dell’invasione italiana dell’Albania, fu un anno decisivo e tragico per la storia albanese. La decisione di Mussolini di conquistare e annettere l’Albania significò trascinare progressivamente gli albanesi e i popoli balcanici in una feroce guerra mondiale, che avrebbe provocato centinaia di migliaia di vittime e che avrebbe sconvolto quelle società nei decenni successivi. Senza l’invasione italiana del 1939, non vi sarebbe stata l’attacco alla Grecia, la guerra civile albanese e il successivo avvento al potere di un movimento politico feroce e sanguinoso come quello comunista guidato da Enver Hoxha.

Va detto che l’Italia postfascista e repubblicana si dimostrò consapevole delle colpe italiane verso l’Albania e cercò d’impostare un nuovo tipo di relazioni con il vicino, fondato sull’amicizia e sul rispetto dei diritti dello Stato albanese. Già il governo Badoglio cominciò a pensare di consentire la ricostituzione di un’Albania indipendente e il riconoscimento dei diritti di libertà e indipendenza degli albanesi fu una linea seguita con coerenza da tutti gli esecutivi italiani successivi. Ma nel dopoguerra l’Albania comunista guidata dal leader carismatico Enver Hoxha sposò una politica di dura ostilità verso l’Italia: oltre a chiedere ingenti riparazioni e danni di guerra, non mostrò interesse a tenere vivi i rapporti politici e economici con Roma. Grave elemento di contrasto fu poi il rifiuto dei comunisti albanesi di liberare e far tornare in patria molti italiani rimasti in Albania, che furono sfruttati dal regime di Hoxha per la ricostruzione economica del Paese balcanico.

Il trattato di pace sancì il ridimensionamento politico ed economico dell’Italia, che veniva privata delle colonie ed espulsa dai Balcani. L’espulsione dai Balcani non era solo politica: in Albania e Jugoslavia si erano costituiti regimi comunisti che si fondavano su ideologie antitaliane e propugnavano l’isolamento dall’Europa occidentale e dall’Italia. Va rilevato, comunque, un paradosso, conseguenza inattesa delle politiche antitaliane realizzate dai comunismi jugoslavo e albanese: dopo la guerra nel giro di pochi anni l’Italia si tramutò agli occhi di molti jugoslavi e albanesi da nemico imperialista in simbolo dell’Europa occidentale, di una società più libera e pluralista, con un benessere inesistente nei paesi socialisti.

Fu il mutamento degli assetti politici balcanici a partire dal 1948 a obbligare lentamente il regime di Enver Hoxha a cambiare atteggiamento verso l’Italia.

La spaccatura fra Urss e Jugoslavia e la conseguente rottura della collaborazione albano-jugoslava, con Tirana che era rimasta fedele a Stalin, mise l’Albania in una posizione di grave debolezza politica e militare. Circondato dalla Jugoslavia titoista e da una Grecia che continuava a coltivare disegni annessionistici verso l’Albania meridionale, il governo di Tirana sentì l’esigenza di riaprire i rapporti con Roma.

Il 2 maggio 1949 furono ristabilite le relazioni diplomatiche. Negli anni successivi il governo di Roma riconquistò progressivamente una capacità di azione autonoma anche nei Balcani, cercando di migliorare i rapporti con il governo comunista di Tirana con la conclusione dell’accordo commerciale italiano-albanese del dicembre 1954, il primo fra un Paese occidentale e il regime di Enver Hoxha, che fu rinnovato e ampliato nel 1961. In quegli anni l’Italia s’impegnò fortemente in seno al blocco occidentale per scongiurare ogni disegno di attacco greco—jugoslavo contro l’Albania e riaffermò più volte il sostegno italiano al mantenimento dell’indipendenza e dell’integrità territoriale dell’Albania.

Così anche negli anni dell’Albania comunista, pur segnati da un fortissimo isolamento internazionale del regime di Hoxha, provocato prima dalla rottura con l’Unione Sovietica nei primi anni Sessanta e poi dall’allontanamento dalla Cina comunista guidata dal riformista Deng Xiaoping a partire dal 1978, il rapporto italiano-albanese rimase peculiare. In quei decenni l’Italia repubblicana fu l’unico Paese occidentale insieme con la Francia con cui il regime di Tirana mantenesse qualche forma di rapporto economico e politico. L’Italia rimaneva anche per l’élite comunista albanese la porta dell’Occidente, un Paese con cui bisognava confrontarsi. Non a caso, come mostrano i saggi di Sonila Boçi, Ylber Marku e Nicola Pedrazzi contenuti nel secondo dei volumi curati da Paolo Rago, proprio verso l’Italia si concentrava l’azione propagandistica internazionale del comunismo albanese, che finanziava gruppi dell’estrema sinistra italiana e inondava il Paese di pubblicazioni di partito tradotte in italiano.

L’Italia costituiva però anche una potenziale minaccia per il regime comunista. Da una parte, nonostante l’occupazione degli anni di guerra, la stragrande maggioranza degli albanesi non aveva un cattivo ricordo degli italiani, e quindi i tentativi di alimentare una forte italofobia da parte del regime di Hoxha non avevano avuto grande successo. Dall’altra, la minaccia italiana era soprattutto culturale e ideologica, in quanto l’Italia rappresentava un modello di società alternativo a quella comunista, idealizzato dagli oppositori per le sue libertà e il pluralismo, sognato per la sua opulenza e la sua abbondanza di beni materiali. Mostrare eccessive simpatie per l’Italia, la sua musica, la sua cultura, poteva costare il carcere nell’Albania comunista degli anni Settanta. Pragmaticamente, la diplomazia italiana, nonostante le profonde diversità ideologiche esistenti fra i due Paesi, s’impegnò strenuamente per mantenere rapporti cordiali e costruttivi con Tirana. Era un impegno che serviva a mantenere uno status quo politico ed economico nei Balcani favorevole agli occidentali. Il non allineamento di Jugoslavia e Albania divenivano elementi importanti a vantaggio dell’Alleanza atlantica, in quanto veri e propri Stati cuscinetto fra blocco sovietico e quello occidentale. L’Italia si faceva promotrice degli interessi occidentali nei Balcani e incoraggiò per tutti gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta un atteggiamento degli alleati occidentali ispirato ad una maggiore comprensione della realtà albanese, verso la quale il governo di Roma rivendicava, in virtù di una posizione di contiguità, una funzione di raccordo fra Tirana e il mondo occidentale.

Lo sforzo italiano di spingere il regime comunista albanese, soprattutto dopo la morte di Enver Hoxha nel 1985 e l’avvento al potere del suo delfino Ramiz Alia, verso una politica di riforme e di cauta liberalizzazione evitando il caos fu alla fine vanificato dal deterioramento dei rapporti bilaterali provocato dalla fuga di sei membri della famiglia Popa nell’ambasciata italiana a Tirana nel dicembre dello stesso anno. Quella fuga provocò una crisi diplomatica che si protrasse fino al maggio 1990 rendendo difficile ogni forte cooperazione. A ciò si aggiunse la difficoltà della sfida di guidare la transizione ordinata di un regime comunista così retrogrado come quello albanese.

I libri curati da Paolo Rago offrono al lettore una conoscenza precisa e appassionante di tutte le varie problematiche dei rapporti italiano-albanesi nel periodo della Guerra Fredda e inducono ad alcune riflessioni. Questi volumi, innanzitutto, confermano l’importanza delle fonti diplomatiche italiane per lo studio della storia dei popoli dell’Europa e del Mediterraneo. Nel caso specifico albanese, il fatto che l’Italia fosse per molti anni l’unico Paese occidentale rappresentato a Tirana rende i rapporti dei diplomatici italiani una fonte d’informazioni preziosa per la comprensione dell’evoluzione della società albanese nel periodo comunista. Emerge poi il ruolo non trascurabile della questione albanese nell’Ostpolitik dell’Italia repubblicana, così come la flessibilità e la raffinatezza delle modalità di azione della diplomazia italiana, capace di ricorrere ai più vari strumenti in campo economico-commerciale e culturale per rafforzare il ruolo e la presenza italiana nel Paese schipetaro.

Studiare i rapporti italiano-albanesi nell’età della Guerra Fredda fa riflettere poi su alcuni problemi generali dell’azione internazionale dell’Italia nel mondo contemporaneo, ovvero il ricorrente contrasto fra le spinte ideologiche e i valori presenti in settori influenti dell’opinione pubblica italiana (ad esempio, la richiesta di una rigida ma astratta – perché basata soprattutto su una manifestazione pubblica e declamatoria – protezione dei diritti umani) e i concreti interessi dello Stato italiano, realtà politica debole e fragile sul piano geopolitico e interno che ha un disperato bisogno di sicurezza ai confini e di stabilità nell’area euro-mediterranea. La diplomazia della Prima Repubblica, con la sua attenzione verso il problema delle frontiere e quello del mantenimento della pace, dimostrò gestendo il dossier albanese di non avere dimenticato l’antica sapienza realista della propria plurisecolare tradizione, che ha le sue origini nella politica estera dei Duchi di Savoia. Perseguire concretamente la pace nell’Adriatico durante la Guerra fredda significava costruire rapporti pacifici e collaborativi anche con Stati vicini spesso ostili e antagonisti sul piano ideologico, cercando di diffondere pacificamente e non con la forza i valori italiani di libertà individuale e di pluralismo culturale e religioso mediante una politica di presenza e dialogo. La ricerca e il mantenimento della stabilità perseguita anche attraverso la collaborazione con interlocutori sgradevoli e difficili, e non mediante politiche estere declamatorie e aggressive, era la base inevitabile con cui l’azione diplomatica italiana cercava di favorire la pace internazionale. Una verità questa spesso non capita da vasti e influenti componenti dell’opinione pubblica italiana, dominate da una visione astratta e provinciale del mondo e da una sopravvalutazione del peso reale dell’Italia sul piano internazionale.

La politica albanese dell’Italia della Prima Repubblica ha avuto anche il merito di rimediare agli errori del regime mussoliniano e di costruire le basi per un successivo positivo sviluppo dei rapporti fra Roma e Tirana. La dissoluzione del regime comunista alla fine degli anni Ottanta ha riattivato le relazioni fra italiani e albanesi. L’Italia repubblicana si è dimostrata consapevole dei debiti morali risalenti al 1939 ed è intervenuta ripetutamente a sostegno dello Stato albanese nel corso dei difficili anni Novanta, soprattutto in occasione della drammatica crisi sociale ed economica del 1996 e del 1997. L’Albania e gli albanesi hanno conosciuto in questi ultimi trent’anni un forte risveglio economico, politico e culturale. Tirana, ormai diventata una metropoli di quasi un milione di abitanti, quasi un unico spazio urbano collegato con Durazzo, è la principale città dello spazio adriatico. Certo molti rimangono i problemi della società albanese, ma non si può non constatare la vitalità e l’energia di questo popolo. Il rapporto fra Italiani e Albanesi rimane unico e singolare. Insieme alle antiche comunità arbereshe, vivono in Italia oltre 500.000 albanesi che sono stati capaci di integrarsi e radicarsi in tutti i settori e strati della società italiana: abbiamo scrittori, medici, avvocati, intellettuali albanesi che vivono in Italia, talvolta attivi su entrambe le sponde dell’Adriatico.

Il successo dell’integrazione albanese in Italia ha molte ragioni: la principale risiede, a mio avviso, nella profonda affinità fra la cultura e la mentalità degli italiani e quella degli albanesi, con la conseguente facilità di molti schipetari di adattarsi alle varie società regionali italiane. I libri curati da Paolo Rago ci ricordano comunque che l’attuale carattere positivo dei rapporti italo-albanesi è anche il frutto del duro e oscuro lavoro svolto da tanti diplomatici e politici italiani che hanno sempre creduto nella vicinanza e nell’amicizia fra questi due popoli.

(Pubblicato il 10 gennaio 2022 © «Corriere della Sera» - La nostra storia)

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