Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La storia non si cancella

Nei Paesi anglosassoni la tendenza a condannare il passato sulla base della sensibilità contemporanea ha suscitato la reazione di studiosi illustri come i britannici David Abulafia e Robert Tombs. Ma la disputa dilaga in tutto il mondo, per la volontà del potere di legittimarsi diffondendo visioni mitizzate o artefatte degli eventi alle nostre spalle: Turchia, Ungheria, Cina, Argentina, Stati Uniti… Davvero non c’è pace per gli antenati vicini e lontani


di Luigi Ippolito

Statue trascinate nella polvere, autori del passato «cancellati», venerati personaggi storici coperti di ingiurie: una furia iconoclasta sconvolge il mondo culturale anglosassone. È una riscrittura della storia che mette sul banco degli imputati l’Occidente, visto come protagonista di una vicenda fatta solo di razzismo, schiavismo e colonialismo. È l’onda lunga dell’atteggiamento woke (sveglio), che domina l’orizzonte delle generazioni più giovani e attacca i presunti pregiudizi del passato e del presente: una cultura che si abbevera alla Critical Race Theory, la teoria critica della razza che denuncia il razzismo sistemico di società e istituzioni occidentali.

Ma adesso dalla Gran Bretagna è partita la reazione: due eminenti storici di Cambridge, David Abulafia e Robert Tombs, hanno dato vita a un manifesto (che è anche un sito web) che si propone di rivendicare la storia nella sua autenticità. «La Lettura» li ha incontrati nello studio del St. John’s College.

History Reclaimed, la storia reclamata, si chiama il vostro progetto: reclamata da chi o da che cosa?

Robert Tombs – Il nome è stato un suggerimento di David, gli avevo promesso una bottiglia di claret in cambio… La reclamiamo da coloro che provano a toglierla a noi collettivamente, da persone che provano a imporre una particolare visione della storia e che hanno avuto un notevole successo nell’influenzare istituzioni come musei, università – lo Stato stesso – in un modo che non riteniamo sia intellettualmente rispettabile.

David Abulafia – Si tratta di ristabilire il modo in cui gli storici hanno lavorato nel passato: mettere i fatti a confronto, argomentare sulla base di un serio impegno, con prove forti, e perciò sfidare quella particolare visione basata su una cornice teoretica che in realtà viene prima e che poi determina il modo in cui la storia è spiegata. Ma c’è la sensazione che alle persone che critichiamo non piaccia discutere: c’è una visione monolitica, che ricorda il modo in cui gli storici sovietici dovevano seguire una particolare linea.

Ma questa cultura, chiamiamola della cancellazione, è così pervasiva che serve una reazione?

Robert Tombs – È pervasiva a un livello superficiale. Non sono neppure sicuro che la si possa chiamare ideologia. Ci sono dei teorici, ma non ha nulla della ricchezza intellettuale del marxismo: come ha detto David, non vogliono discutere, vogliono fermare la discussione, discutere è per loro un segno di colpa perché non accetti la visione ortodossa. Le teorie pre-imposte non hanno una grande sostanza culturale: il modo in cui diventano influenti non è attraverso l’attrazione intellettuale o il numero di persone che la accettano, ma perché un piccolo numero di persone è riuscito a esercitare un’influenza su istituzioni che non avevano la volontà di resistere.

E questo come si spiega?

David AbulafiaDavid Abulafia – Quella visione ha una sorta di potere morale. Parte del problema è il modo in cui una particolare visione della moralità è posta a fondamento di come interpretiamo la storia: una moralità centrata soprattutto sulle questioni del razzismo e dell’imperialismo (un termine che non mi piace molto). Ma c’è una disconnessione fra coloro che sono intellettualmente fautori di questo approccio e quelli che sono stati assorbiti in una sorta di grande meccanismo, che diventa l’ortodossia che ognuno di loro segue. Ciò che mi preoccupa è il numero delle persone inconsapevoli che queste sono vedute discutibili, portatrici di un forte messaggio politico oltre che morale. Perciò è importante che gli storici siano in prima fila nel denunciare alcune di queste idee, come la teoria critica della razza, e nel dire che come storici riteniamo questo approccio alle relazioni umane basato sulla sabbia. La teoria è posta prima dei dati: e questo non è il modo in cui gli storici lavorano.

Robert Tombs – È una teoria non solo fondata sulla moralità, ma anche su una visione sentimentale dell’attività di studioso: nel senso che devi dire cose che non procurano dispiacere a certe persone. La storia non è una forma di terapia, ma per molte persone lo sta diventando: devi fornire una narrazione che la gente trova confortante, inclusiva, e non qualcosa che faccia mettere in questione le credenze personali.

David Abulafia – E a questo è legata l’idea che il passato sia qualcosa di malleabile.

Tuttavia Benedetto Croce insegna che la storia è sempre storia contemporanea. Questa diversa visione del passato non è la conseguenza di un cambiamento epocale, per cui l’Occidente non è più centrale ed emergono nuove narrazioni?

Robert TombsRobert Tombs – Certo, la storia è sempre contemporanea, perché le persone pongono nuove domande o guardano da diversi punti di vista. Ma l’intero scopo dello studio della storia è vedere se queste tesi sono vere, se sono basate su prove: e se no, devi dire che questa particolare narrazione va messa in questione e che non dovrebbe essere accettata. Le persone che propugnano quelle tesi spesso non sono storici, ma letterati. C’è una fondamentale differenza nell’approccio al passato fra storici e studiosi di letteratura: per questi ultimi è una reinterpretazione di storie, per cui si può dire che una certa visione di Dante o Shakespeare sia sbagliata. Per questo dicono che non c’è niente di vero nella storia, che sono solo opinioni, storie di altre persone. E certamente ci sono tante opinioni e storie, ma ciò che gli storici cercano di fare è vedere se queste visioni sono basate su prove fattuali.

Dunque la storiografia è basata su fatti?

Robert Tombs – La storia è l’interpretazione di prove fattuali: e ciò include anche molta storia letteraria. La differenza è che, ad esempio, gli studiosi di letteratura direbbero che la Tempesta di Shakespeare è un testo colonialista, perché è ciò che ci vediamo adesso, mentre gli storici direbbero: «C’è qualche prova che a quel tempo la considerassero a quel modo? C’è qualche prova che Shakespeare la vedesse così?». E se non c’è, allora non è questo che era.

David Abulafia – Uno dei compiti degli storici è provare a recuperare gli atteggiamenti mentali del passato, riconoscendo che se parliamo, ad esempio, di Churchill, certi assunti circa la natura gerarchica della società e certi elementi che oggi chiameremmo razzismo erano vedute comuni dell’epoca. Nel passato recente, e ancora di più in quello lontano, incontriamo visioni del mondo molto diverse: ciò contribuisce a rendere eccitante studiare il passato. Bisogna sempre essere consapevoli che non ha senso applicare gli standard politici e morali del XXI secolo. Un grande esempio è Edward Said, che era solo un ciarlatano: le sue vedute su come l’Occidente aveva interpretato l’Oriente non erano basate su nessuna prova storica. Questo è proprio il modo in cui non bisogna studiare il passato.

Ma è stato detto che chi possiede il passato possiede il futuro: c’è un legame stretto fra storia e politica.

Robert Tombs – L’unico modo per prevenire che si abusi della storia come strumento di potere è mettere costantemente in questione la veridicità delle affermazioni che vengono fatte. Dobbiamo guardare alle prove e discuterle, non accettare semplicemente l’ortodossia che viene imposta. Il che è molto diverso dall’imporre una singola teoria che non aspira solo a essere un’interpretazione storica, ma una visione della società.

David Abulafia -Uno storico deve essere autocritico rispetto alle condizioni politiche in cui opera: io ho delle opinioni politiche, ma devo essere consapevole del pericolo che quelle vedute si insinuino nelle mie interpretazioni, foss’anche di Federico II di Svevia. Non si può essere completamente oggettivi, si è sempre influenzati da ogni sorta di fattori, ma dobbiamo fare del nostro meglio per tendere a quella obiettività.

Robert Tombs – Bisogna sempre verificare i propri assunti e saper dire: mi sono sbagliato su questo, le prove non supportano quello che ho detto finora. Questo è un approccio completamente diverso da quello adottato da tanti al giorno d’oggi.

Non temete di essere trascinati nelle guerre culturali che sono spesso strumentalizzate, per esempio, qui in Gran Bretagna dal governo di Boris Johnson?

David Abulafia – Ma noi siamo combattenti in queste guerre culturali! Però è anche importante sottolineare che, per quanto molti di coloro che sono stati coinvolti in History Reclaimed si dichiarino di centrodestra, conservatori, dall’altro lato ci sono storici di sinistra solidali con quello che stiamo facendo: noi li incoraggiamo a fare parte di questo movimento. Ci sono storici di sinistra molto critici della direzione woke verso cui alcuni loro colleghi stanno andando. History Reclaimed non si vede come politica in senso partitico, anche se inevitabilmente attrae l’attenzione di politici e giornalisti conservatori.

Robert Tombs – Parte della sinistra vorrebbe dire che queste guerre culturali non esistono e tende a ignorarci, come ha fatto finora il «Guardian».

David Abulafia – C’è gente che mi dice: non so di cosa state parlando, queste guerre culturali non esistono! Ma alcune di queste persone sono quelle più schierate su una prospettiva woke, anche se poi dicono che non c’è niente da discutere.

Un dibattito attuale verte sulla restituzione ai Paesi d’origine delle opere presenti nei musei europei.

David Abulafia – L’idea di condividere quel materiale ha senso, ma la questione più generale delle riparazioni va oltre: e non è mai articolata pienamente. C’è il problema di chi dovrebbe ricevere le riparazioni: quanto tempo dovrebbe essere trascorso? C’è differenza tra le riparazioni agli ebrei perseguitati nella Seconda guerra mondiale e gli schiavi caraibici di molti secoli fa. Se no, dovremmo chiedere ai Romani le riparazioni per la conquista della Britannia! Dove tracciamo la linea?

Robert Tombs – Io faccio obiezione al simbolismo: significa dire che l’Occidente è sempre colpevole di sfruttamento e saccheggio. Ma in molti casi quegli oggetti non sono stati acquisiti illegalmente, erano regali o acquisti. Non sono contrario a restituire gli oggetti in alcuni casi, ma sono scettico verso l’idea che ci sia un obbligo morale in generale.

E riguardo alle statue contestate? Vanno rimosse o è giusto l’approccio di «conservare e spiegare»?

David Abulafia – Bisogna trovare il giusto equilibrio. Per esempio, al Museo marittimo nazionale c’è una Galleria atlantica che ha a che fare con la presenza britannica nei Caraibi: l’enfasi sulla tratta degli schiavi è così soverchiante che i visitatori che non sanno nulla restano molto perplessi. E ora veniamo alle statue. E prendiamo per esempio quella di fronte a Westminster di Simone di Montfort, il fondatore del Parlamento: lui perseguitò gli ebrei, ciò dev’essere detto, ma non è questo che dominò la sua carriera, è una parte minore. Dobbiamo accettare che è quello che facevano, ma non è tutta la storia. Non dobbiamo lasciare tutto a una porzione del passato che oggi ha una enorme forza morale, ma che allora era vista purtroppo in maniera diversa. Il caso di Churchill è simile: ma in realtà qui gran parte della gente pensa che abbia salvato non solo questo paese ma la cività occidentale.

Robert Tombs – Gli storici come noi dicono: le cose non sono così semplici come si suppone. Mentre la tendenza di molti musei è quella di semplificare per ragioni morali o sentimentali, perché pensano che questo è ciò che il loro pubblico vuole vedere. Un esempio lo abbiamo avuto proprio qui a Cambridge, dove nel museo di arte classica vorrebbero mettere delle avvertenze per giustificare la «bianchezza» delle statue.

David Abulafia – Sì, questo è un esempio delle tendenze importate dall’America. C’è un professore di antichità classiche a Princeton che sostiene che quei corsi dovrebbero essere aboliti perché sono un patrimonio solo occidentale, con tutti gli aggettivi che ne conseguono. Quando il dibattito raggiunge questo livello, è pane per i nostri denti! Ma è anche allarmante che gente intelligente sostenga quelle tesi…

Qual è dunque il ruolo dello storico oggi, se vuole essere fedele alla sua missione?

Robert Tombs – Applicare il metodo sviluppato nell’Ottocento, basato sull’interpretazione razionale delle prove, ed essere pronto a riconoscere quando le teorie non sono vere, non sono basate su un’analisi seria.

David Abulafia – Aggiungerei che lo storico deve essere pronto a impegnarsi in un dibattito: questa è stata una mancanza di molti accademici. È fondamentale. Ciò che noi diciamo è: avanti, discutete con noi!

(Pubblicato il 7 novembre 2021 © «Corriere della Sera» - La Lettura)

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