Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Uno storico del fascismo made in Usa: Anthony James Gregor

di Eugenio Di Rienzo

Dopo la recente comparsa del volume collettivo, Comprendere il Novecento. Tra storia e scienze sociali. La ricerca di A. James Gregor, edito da Rubbettino Editore e curato da Antonio Messina, non si potrà più dire che la produzione dello storico statunitense, autore di importanti lavori (Young Mussolini and the intellectual origins of Fascism; Italian Fascism and Developmental Dictatorship; Mussolini’s Intellectuals, Fascist Social and Political Thought; Marxism, Fascism, and Totalitarianism. Chapters in the Intellectual History of Radicalism), sia restata terra incognita in Italia.

Nei saggi raccolti da Messina, infatti, l’originale contributo del docente dell’Università di Berkley agli studi internazionali sul fascismo viene analizzato con perizia e chiarezza come sono ampiamente discussi i punti più controversi e problematici della sua produzione. E, in particolare, il rischio da non sottovalutare, sul quale più volte hanno richiamato l’attenzione i critici di Anthony James Gregor, di una dilatazione spazio-temporale eccessiva della categoria storica di fascismo, nella misura in cui essa viene utilizzata per indicare la gran parte dei regimi e sistemi politici di stampo autoritario-modernizzatore, nati a cavallo degli anni Trenta e poi nel secondo dopoguerra, che nella dittatura littoria sembrarono trovare il loro modello ispiratore.

Certo, come ha giustamente osservato Alessandro Campi nella prefazione a Comprendere il Novecento, s’è dovuta attendere la morte di Gregor nell’agosto del 2019, e sono dovuti passare svariati decenni dalla pubblicazione dei suoi saggi più importanti perché anche nel nostro Paese si riconoscessero le sue notevoli doti di analista del passato, “fuori dal coro”. Per troppo tempo, la sinistra storiografica italiana si è infatti sostanzialmente disinteressata, o peggio ha criminalizzato quanto, con ritmo incalzante, lo studioso americano andava pubblicando nell’arco di più di un cinquantennio.

Quanto al circuito editoriale ‘ufficiale’, italiota, provincialmente esterofilo, ma sempre affamato di libri aventi come oggetto Mussolini e il suo inner circle, esso ha a sua volta ignorato Gregor talvolta a vantaggio di autori di altre Nazioni e di ben minore consistenza e importanza, come è accaduto, solo per fare un esempio, con l’oxoniense Richard Bosworth. I suoi pochi libri tradotti in italiano, inoltre, hanno, purtroppo, avuto circolazione prevalente nella galassia pubblicistica riconducibile alla destra politica d’estrazione neo-fascista: cosa che ha contribuito non solo a interdire la diffusione delle sue ricerche all’interno del mondo accademico mainstream, ma anche a bollarle, senza ragione, con lo stigma di un “giustificazionismo” mascherato da analisi neutrale e oggettiva.

Si può dire, infatti, che la Gregor’s Renaissance, e qui non si può non concordare ancora con Campi, sia dovuto all’affacciarsi sulla scena di una nuova generazione di ricercatori che al crescente distacco temporale ed emotivo nei confronti del fascismo (salutare contrappeso alla tendenza tutta politicante che vorrebbe invece vederlo come una minaccia sempre incombente), unisce una motivata e comprensibile insoddisfazione nei confronti dei molti studi che si continuano a sfornare sull’argomento dalla grande editoria. È questa leva di «piccoli maestri» che ha intercettato il meglio della lezione di Gregor, e cioè il valore euristico del modello di «terza via» che tra le due guerre emerge quale «insubordinazione fondante» all’interno del Grande Gioco della politica internazionale. Un termine, questi, coniato dallo studioso argentino, Marcelo Gullo, le cui teorie su protezionismo, squilibri commerciali, potenza e indipendenza statale sono sempre più di bruciante attualità nell’evo della globalizzazione militante e trionfante. Con la definizione di «insubordinazione fondante» si vuole indicare, infatti, il momento storico in cui una Nazione si ribella allo strapotere delle Potenze egemoni e al monopolio dell’Internazionale liberista per garantirsi una possibilità di sviluppo indipendente (che altrimenti le sarebbe negato), basato su intervento statale, nascita di un solido settore industriale, autonoma e diretta acquisizione di materie prime e riserve energetiche.

Come ha scritto, Francesco Carlesi, all’interno della silloge curata da Messina, per l’Italia fascista, questo tentativo si sviluppò ora con una pacifica espansione economica e finanziaria nell’area danubiana, in Finlandia, Russia, Medio Oriente, Asia centrale, Estremo Oriente, ora con l’aggressiva ricerca di “spazi vitali” in Africa settentrionale e nei Balcani, per ritagliarsi una presenza attiva nei pivot geoeconomici monopolizzati dagli Imperi inglese e francese, in nome della dimensione mediterranea storicamente connaturata all’indipendenza industriale della Penisola. Tutti aspetti, questi, che Gregor ha analizzato con precisione nei suoi scritti, e che sono ancora al centro del dibattito storiografico. E si vedano, a questo proposito, scrive ancora Carlesi, «i lavori di Eugenio Di Rienzo, dedicati alla continuità della politica estera fascista dalla tarda età liberale al «Ventennio nero», al conflitto italo-etiopico, ai vivaci rapporti di interscambio e di mutua cooperazione tra Italia fascista e Unione Sovietica, all’ultimo ministro degli Esteri del regime mussoliniano, Galeazzo Ciano».

(Pubblicato il 21 ottobre 2021 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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