Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Quando l’Italia non era divisa in due. Il Medioevo, la “nascita della Nazione” e la genesi del mercato unificato

di Emilio Gin

Il denso volume dedicato di Bruno Figliuolo, Alle origini del mercato nazionale. Strutture economiche e spazi commerciali nell’Italia medievale (Udine, Forum, 2020), è un contributo che colpisce anzitutto per la sua solidità e per l’amplissima base documentaria (peraltro in massima parte costituita da inediti) sulla quale si fonda. Siamo insomma di fronte a un lavoro serio e di vasto respiro sia cronologico che geografico. I capitoli, dedicati a varie città italiane, spaziano da nord a sud, da Cividale del Friuli a Messina, e abbracciano un lungo arco di secoli (dal principio del XIII alla fine del XIV ma spesso principiando ben prima, come nel caso di Ravenna, e giungendo anche oltre la metà del XV secolo, come avviene per l’analisi di Mantova e Pesaro).

Non è pensabile, perciò, che uno studio tanto fortemente meditato, frutto di uno straordinario scavo archivistico, come questo di Figliuolo, in grado di centrare un problema storiografico di eccezionale rilevanza, non debba attirare l’attenzione anche degli storici dell’età moderna e di quella contemporanea; a fronte del sostanziale e assai preoccupante disinteresse della medievistica italiana odierna per la storia economico-sociale, al netto delle dovute eccezioni, ovviamente.

Il fatto è che il libro in oggetto è un lavoro non solo di quantità ma anche di qualità, che offre delle idee e delle interpretazioni forti, in quanto documentate e argomentate, che travalicano l’ambito cronologico tradizionale del Medioevo. A prescindere dall’approccio generale, che sembra far intendere la convinzione dell’autore che lo scambio, il mercato di oggetti e competenze, sia una sorta di motore primo del mutamento storico, in una prospettiva evidentemente storicistica che egli sembra accarezzare e perseguire a preferenza di quella strutturalista, che pur ben conosce (e ciò nonostante all’uso del termine struttura si faccia ricorso fin nel sottotitolo del volume): un approccio qui solo adombrato, beninteso, e che andrà ovviamente approfondito ed esplicitato; a prescindere da ciò, si diceva, si ravvisano nell’opera almeno tre proposte storiografiche forti di interesse generale che colpiscono il lettore.

La prima di esse è che il capitalismo moderno sia pienamente formato e operante in gran parte d’Italia, a opera dei mercanti e banchieri fiorentini, sin dalla prima del Duecento. Non si tratta solo dell’uso di strumenti tecnici raffinati, come la lettera di cambio, il contratto di assicurazione, le forme dell’assetto societario, ma di strategie di mercato ben più ampie e sofisticate, le quali conducono gli operatori toscani a controllare tutti i passaggi della filiera della produzione e della distribuzione, a costituire veri e propri monopoli commerciali (come quello del grano in determinate aree) e a collegare e controllare spazi economici e politici diversi, disegnando così il profilo dell’impresa moderna, dai costi ottimizzati. Di più, la loro azione immette nel mercato ad ampio raggio anche elementi, come il denaro, che si è spesso ritenuto non fossero all’epoca oggetto di transazione economica diffusa; e sviluppa pratiche di investimento sia bancario che, si direbbe, azionario (le cedole dei prestiti veneziani sul sale e sul grano, per esempio) molto avanzate.

La seconda delle proposte forti contenute nel volume è che l’Italia del basso Medioevo sia costituita da tre aree economiche distinte (individuate sulla base di un suggestivo modello tipologico sul quale non ci soffermeremo) che non corrispondono né alle divisioni politiche della penisola del tempo né obbediscono a una rozza ripartizione geografica tra nord e sud. Si fa qui insomma giustizia del paradigma (che ha avuto un recente e inopinato revival proprio nella medievistica del nostro Paese) delle «due Italie», illustrando invece tre macroaree economiche a ricchezza e sviluppo commerciale e finanziario decrescente: un cuore attivissimo, che ha le sue arterie nel Ticino e nel Po, da Milano a Ravenna, e nei suoi affluenti, oltre che nel basso Arno, e che ha i suoi terminali nei grandi mercati mondiali di Genova, Firenze-Pisa e soprattutto Venezia; terminali che, in virtù delle loro relazioni internazionali, propongono una domanda sempre in crescita, incrementando in tal modo una produzione agraria e manifatturiera che in essi si convoglia, prima di prendere le rotte di smercio verso i luoghi più remoti. L’economia-mondo conquista così nuovi spazi e i mercanti italiani scrivono la loro epopea di esploratori e navigatori, alla ricerca dei mercati delle materie prime e di nuove aree di sbocco per le loro produzioni. Da queste opportunità sono attirate su quei grandi empori alcune aree semiperiferiche, come alcune valli lombarde, il Friuli, l’Italia centrale e parte di quella meridionale (sino più o meno alla latitudine di Salerno e Barletta); aree che, non potendo contare su flussi di capitale costanti, si affidano per i loro traffici a un sistema integrato di fiere, che costituisce una sorta di camera di compensazione finanziaria del mercato della zona, dove vengono differiti e poi saldati i debiti tra i produttori e gli acquirenti. Si ravvisa infine nel paese una terza area, questa effettivamente periferica, costituita dal territorio nordoccidentale della penisola, da quello alpino e in buona parte prealpino e dal Mezzogiorno profondo, specie da quello interno, dove di rado si recano i mercanti delle grandi compagnie toscane e i cui prodotti (come il legname della Sila o il vino dell’entroterra di Tropea e di Crotone) sono piuttosto redistribuiti più episodicamente e da operatori minori, sia forestieri che regnicoli, che di tanto in tanto toccano gli scali calabresi tirrenici e quelli ionici, collegandoli ad altri più grandi, a loro volta più spesso frequentati dai maggiori imprenditori.

La terza delle proposte storiografiche da noi individuate presenti nel volume è quasi un corollario della seconda: se lo spazio economico italiano cresce e si cristallizza attorno ai grandi scali dell’economia mondo già menzionati, le aree del Paese appariranno già ben definite nel XIII secolo e la loro ‘vocazione’, per così dire, già precisamente delineata a quell’epoca. I caratteri originali dell’economia (ma anche della società) italiana, integrata in un mercato di spazi interdipendenti tra loro, si formano dunque allora. Dimostrare e descrivere il fenomeno è quanto interessa all’autore. Credo sia dai tempi di Gioacchino Volpe che un medievista non affronti nel suo complesso il tema del farsi della nazione. Certo, Figliuolo si ferma qui, e non spiega (almeno in questa sede) le ragioni del declino verificatosi più tardi, in età moderna; né d’altra parte sarebbe suo compito istituzionale. Il suggerimento che offre agli studiosi delle epoche successive è però prezioso e converrà non lasciarlo cadere.

(Pubblicato il 1 agosto 2021 © «Giornale di Storia» – Recensioni)

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