Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Yalta, febbraio 1945. Quando l’Europa (non) si divise in due

di Luciano Monzali

Negli ultimi anni Luca Riccardi si è affermato come uno dei maggiori storici delle relazioni internazionali nel panorama italiano. Allievo di Pietro Pastorelli, dopo le sue prime notevoli opere fortemente influenzate come metodologia e ispirazione dal maestro, Riccardi ha saputo delineare un originale e personale approccio storiografico, che fonde la storiografia delle relazioni internazionali della tradizione di Mario Toscano con l’importante scuola di storia politico-religiosa fondata da Pietro Scoppola. Di questa suo personale approccio Riccardi ha dato dimostrazione nella bellissima trilogia dedicata al rapporto fra l’Italia della Prima Repubblica e gli Stati e i popoli del Medio Oriente (Il problema Israele. Diplomazia italiana e PCI di fronte allo Stato ebraico, 1948-1973, Milano, Guerini, 2006; L’Internazionalismo difficile. La diplomazia del PCI e il Medio Oriente dalla crisi petrolifera alla caduta del muro di Berlino 1973-1989, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013; L’ultima politica estera : l’Italia e il Medio Oriente alla fine della prima Repubblica, Soveria Mannelli: Rubbettino, 2014), fondamentale per la comprensione della politica estera italiana nella seconda metà del Novecento.

In queste monografie Riccardi ha ripreso sul piano interpretativo il concetto mutuato da Scoppola dell’Italia postfascista come “Repubblica dei partiti”, dandone un’originale applicazione nel campo della ricostruzione della politica internazionale italiana, mettendo in risalto il ruolo dei partiti di massa, interpreti e rappresentanti della Nazione/Popolo italiano, nell’elaborazione della politica estera. Oltre all’azione della diplomazia e dei governi in carica, in questi volumi Riccardi rivolge grande attenzione all’attività internazionale del Partito Comunista Italiano, una sorta di Stato-partito in possesso di un proprio corpo diplomatico e autonomo e attivissimo in Medio Oriente, nonché al dibattito ideologico e al peso della politica interna nelle relazioni internazionali dell’Italia repubblicana.

Il nuovo libro di Riccardi, Yalta. I tre Grandi e la costruzione di un nuovo sistema internazionale (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2021), sembra inaugurare una nuova fase dell’opera storiografica dello storico romano, che passa dallo studio della politica estera italiana alla riflessione e analisi di uno dei grandi momenti della storia politica mondiale nel Novecento, la costruzione di un nuovo ordine globale alla fine della seconda guerra mondiale che ebbe fra i suoi momenti focali la Conferenza interalleata che si svolse a Yalta nel febbraio 1945.

In realtà, al di là del titolo, il libro di Riccardi è una vera e propria storia dei negoziati fra Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito fra il 1943 e il febbraio 1945 aventi il fine, una volta assicuratisi la netta prevalenza militare contro Germania e Giappone, di definire i contenuti di una futura pace e di un nuovo assetto politico e territoriale mondiale. L’idea di un nuovo incontro fra i tre grandi leader della coalizione delle Nazioni Unite dopo quello di Teheran alla fine del 1943 fu lanciata da Roosevelt nell’estate 1944. L’obiettivo del presidente statunitense era quello di incontrarsi per discutere in maniera concreta i contenuti della futura pace mondiale, una volta che i grandi successi militari sovietici in Europa orientale e nei Balcani e il consolidamento delle posizioni anglo-americane in Francia successivo allo sbarco in Normandia avevano confermato le prospettive di una prossima vittoria contro la Germania.

La concreta organizzazione del vertice dei Grandi fu rallentata dall’esigenza di aspettare che si svolgessero le elezioni presidenziali statunitensi, che videro la rielezione di Roosevelt, e dalla difficoltà di trovare una località adatta dove incontrarsi. Di fronte all’insormontabile resistenza di Stalin ad abbandonare il territorio dell’Unione Sovietica mentre i suoi eserciti combattevano ancora contro le armate tedesche, si trovò un accordo sulla località marittima di Yalta, situata in Crimea e amena località di vacanza dello Zar Nicola II e della grande aristocrazia russa diventata poi luogo di villeggiatura della nomenklatura sovietica. Proprio negli ex palazzi dello Zar e di alcune nobili famiglie russe soggiornarono le delegazioni delle tre Potenze e si svolsero i lunghi e complessi negoziati diplomatici. Riccardi ne analizza, in maniera dettagliata ma coinvolgente, lo svolgimento affrontando le principali questioni politiche trattate durante la Conferenza di Yalta: dall’assetto della Polonia alla questione tedesca, dalla costituzione di una nuova organizzazione internazionale al problema dell’Estremo Oriente.

L’autore si distacca e contesta l’interpretazione strumentale e stereotipata, lanciata dalla Francia gollista esclusa dal vertice e successivamente ripresa dal dissenso anti-comunista est-europeo, della Conferenza di Yalta come momento di spartizione dell’Europa fra le grandi potenze, per mostrarne piuttosto il carattere di tentativo di costruire una visione comune dell’ordine mondiale da parte delle potenze vincitrici sulla Germania hitleriana. Nella sua analisi, fondata su un’avvincente ricostruzione storico-diplomatica, l’autore dedica molta attenzione al ruolo decisivo dei grandi leader politici, da Stalin, a Roosevelt, a Churchill, e dei loro principali collaboratori, da Molotov a Eden, a Byrnes, a Hopkins e a Stettinius. Molto convincente è la rivalutazione che Riccardi compie dell’azione politico-diplomatica di Roosevelt, di cui mostra con precisione la complessità e la raffinatezza, che erano accompagnate da una ferrea determinazione personale, al costo del sacrificio della propria vita, nella realizzazione di un disegno politico di affermazione del ruolo dominante mondiale degli Stati Uniti attraverso la costruzione di un nuovo ordine internazionale. La lettura del libro di Riccardi conferma la grandezza del Roosevelt diplomatico, capace come forse nessun presidente statunitense nel sapere far coesistere la dimensione ideale con uno spregiudicato realismo politico e una cruda pratica della politica di potenza.

Dietro le apparenti contraddizioni delle posizioni del presidente statunitense, stava il suo sforzo di evitare gli errori politici del predecessore Wilson, che aveva impegnato gli Stati Uniti nella costruzione di un nuovo ordine globale senza adeguatamente coinvolgere l’opposizione repubblicana, tenere conto degli orientamenti e umori dell’opinione pubblica e creare un saldo rapporto di collaborazione con tutte le altre grandi potenze. A tale riguardo si pensi solo al deterioramento dei rapporti di Wilson con Italia, Francia e Giappone.

Alla base della disponibilità al compromesso politico e diplomatico con i sovietici vi era la volontà di Roosevelt di cercare di preservare una collaborazione con gli alleati mirante a consentire la costruzione di strutture politiche internazionali (l’Organizzazione delle Nazioni Unite) il più possibile inclusive, che permettessero una gestione collegiale dell’ordine internazionale nel dopoguerra. La presa d’atto realistica da parte statunitense dei concreti rapporti di forza sul continente europeo dopo la poderosa avanzata sovietica in Europa centrale e orientale non si tradusse nella ricerca, avanzata invece da Londra, della definizione di zone d’influenza, che Churchill cercò di negoziare nell’ottobre 1944, ma piuttosto nella volontà di Roosevelt di convincere la diplomazia sovietica a prendere alcuni impegni sul piano dei principi che avrebbero dovuto frenare la libertà d’azione del governo di Mosca in Polonia e nei Balcani. Giustamente a questo riguardo Riccardi sottolinea l’importanza della dichiarazione sull’Europa liberata, raffinata e astuta iniziativa diplomatica americana, che Roosevelt impose a Stalin. Pur non disponendo di strumenti di applicazione dei principi enunciati nella dichiarazione (libere elezioni, democrazia, indipendenza), il documento era uno strumento politico di controllo e pressione diplomatica su Mosca, che avrebbe poi consentito agli Stati Uniti di denunciare con forza la violazione di questi impegni da parte sovietica di fronte all’opinione pubblica mondiale.

Altro grande protagonista della ricostruzione di Riccardi è ovviamente Stalin. Nella valutazione equilibrata dell’autore il dittatore sovietico emerge come supremo interprete di una diplomazia e di una politica di potenza, che cercava di conciliare le esigenze concrete di sicurezza dello Stato russo con le ambizioni di espansione del comunismo internazionale. Abilissimo e determinato nell’assicurare all’Unione Sovietica una posizione dominante in Polonia, Stalin era però anche estremamente consapevole della debolezza e della fragilità della Russia sovietica dopo quattro anni di feroce guerra contro la Germania. Molto interessante a questo riguardo è l’analisi dettagliata che l’autore compie delle estenuanti trattative sulle riparazioni tedesche, che indicano l’importanza che il leader sovietico dava al problema di reperire risorse per la ricostruzione del proprio Paese distrutto e insanguinato dalla lunga guerra. Feroce e sanguinario, in una prospettiva di lungo periodo Stalin emerge in ogni caso come uno dei grandi leader politici della storia russa, piena di interpreti di alto livello, da Ivan il Terribile e Pietro il Grande a Caterina II e Nicola I, di una tradizione politica di grande potenza che indubbiamente la Russia continua a conservare, rendendola, nonostante le sue debolezze strutturali, una temibile protagonista della politica mondiale.

Alla fine, nonostante i tentativi di costruire in maniera consensuale un nuovo sistema internazionale, l’ordine di Yalta si rivelò fragile e di breve durata. Pochi mesi dopo la fine della conferenza, una volta sconfitti e distrutti i nemici comuni riemersero fra le potenze vincitrici diffidenze ataviche, ostilità ideologiche e differenze d’interessi geopolitici e venne progressivamente meno la volontà di trovare compromessi duraturi. Come ci fa capire Riccardi, la stabilizzazione politica internazionale sarebbe stata trovata risuscitando gli antichi disegni di creazione di zone d’influenza esclusiva, proprio ciò che a Yalta nel febbraio 1945 si era cercato di scongiurare.

(Pubblicato il 25 maggio 2021 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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