Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

La Croce tra la Mezzaluna e la Stella di David. Per una storia degli arabi cristiani in Palestina

di Alberto Belletti

La Croce è il simbolo del Cristianesimo, e la Kefiah, tradizionale copricapo arabo, è il simbolo delle rivendicazioni palestinesi. Potrebbe apparire strano, a un occidentale, che questi due simboli possano coesistere: in genere si pensa ai palestinesi, e più in generale agli arabi, come a un popolo interamente islamico, dimenticando che fra loro vi è un’importante minoranza cristiana. Il Cristianesimo è una religione mediorientale, nata proprio nella terra oggi contesa fra israeliani e palestinesi, una religione che negli ultimi due millenni è stata costantemente praticata in quei luoghi.

Ai cristiani palestinesi, una componente oggigiorno sempre più minoritaria e in difficoltà, è dedicato il bel volume di Paola Pizzo, La croce e la kefiah. Storia degli arabi cristiani in Palestina, Roma, Salerno Editrice.

Si tratta di un tema straordinariamente attuale, che l’autrice affronta in maniera sintetica ma efficace, ripercorrendo le vicende di queste comunità partendo dalle origini, e giungendo fino ai nostri giorni.

L’autrice si sofferma innanzitutto sulle origini del popolo arabo, ricordando come sia entrato in contatto con il Cristianesimo secoli prima di esser culla dell’Islamismo: comunità arabe erano presenti in Palestina già negli anni della vita terrena di Cristo, e gli Atti degli Apostoli, nel racconto di Pentecoste, tramandano la presenza di arabi durante il primo discorso pubblico di San Pietro. Da allora il Cristianesimo, coesistendo con altri culti, è stato costantemente praticato nel mondo arabo.

La predicazione del profeta Maometto, com’è noto, impresse una profondissima svolta nella storia araba e dopo la sua morte, nel giro di pochi anni, la parte orientale dell’Impero Bizantino, abitata allora da una maggioranza cristiana, cadde sotto il dominio islamico. La popolazione che abitava la Palestina acquisì presto lingua e costumi arabi ma molto più lento, ricorda l’autrice, fu il processo che portò la maggioranza della popolazione ad abbracciare la fede islamica, secondo tempistiche ancora non del tutto chiarite. Nonostante l’avanzata dell’Islam, però, le comunità cristiane presenti nel mondo arabo-palestinese dimostrarono una sorprendente capacità di resistenza, rimanendo costantemente presenti nelle terre che furono culla del Cristianesimo.

Allorché nel diciannovesimo secolo, dopo una lunga sottomissione al dominio ottomano, il mondo arabo conobbe un’importante stagione di rinascita culturale e di riscoperta della propria identità, gli arabi cristiani diedero un contributo fondamentale a questo processo storico. Del resto i cristiani, per quanto costituissero una minoranza, erano una componente sociale piuttosto importante: l’autrice cita una statistica realizzata dai britannici nel 1931 che presenta i cristiani come una comunità istruita (se rappresentavano solo il 10% della popolazione palestinese, i cristiani costituivano però il 27% della popolazione scolarizzata), prevalentemente urbanizzata, dedita al commercio, all’industria e all’impiego pubblico, che offriva maggiori opportunità alla componente femminile.

Agli inizi del ’900 la situazione politica spingeva inoltre gli arabi, sia islamici che cristiani, a cooperare per raggiungere i medesimi obiettivi: lo smembramento dell’Impero Ottomano offriva nuove opportunità agli arabi palestinesi, che d’altro canto guardavano con comprensibile preoccupazione al nascente movimento sionista. Si sviluppò così in quegli anni una forte identità nazionale palestinese, che prescindeva dal credo religioso di chi vi aderiva; i cristiani, che dal punto di vista culturale erano per molti aspetti una élite, diedero ancora una volta un contributo importante. ‘Isa Dawud al-‘Isa, suo cugino Yusuf al-‘Isa, Khalil al-Sakakini e Najib Nassar sono i nomi di alcuni intellettuali arabo-cristiani che si impegnarono attivamente nella causa nazionale palestinese, di cui l’autrice ripercorre le vicende.

Fra le due guerre però, negli anni del mandato britannico, molti musulmani iniziarono a vedere nell’Islam un elemento fondamentale dell’identità palestinese. Ciò rese ovviamente più difficile il ruolo dei cristiani all’interno del movimento nazionale, ma essi continuarono a costituirne un elemento importante, anche durante le sommosse che scoppiarono nella seconda metà degli anni ’30. Quando i britannici invitarono arabi ed ebrei ad una conferenza a Londra per discutere il futuro della Palestina, la delegazione araba comprendeva comunque anche alcuni cristiani.

L’autrice però sottolinea come già negli anni ‘30, così come accade ancora ai nostri giorni, i cristiani palestinesi, divisi peraltro in diverse chiese e comunità, non fossero in grado di assumere una posizione politica unitaria. Mentre alcuni, per esempio, continuavano a promuovere una visione laica del nazionalismo, altri all’opposto mostravano nostalgia verso il sistema ottomano del millet, in cui ogni comunità religiosa godeva di riconoscimento e autonomia nei confronti dell’Impero.

Durante la Seconda Guerra Mondiale il nazionalismo palestinese continuò via via ad avere una caratterizzazione sempre più spiccatamente confessionale, non è un caso che in quegli stessi anni diversi arabi cristiani cercassero una propria dimensione politica in movimenti di estrema sinistra, che per loro propria natura non potevano che essere laici.

Nel 1947, com’è noto, la Gran Bretagna decise di demandare alle Nazioni Unite la soluzione della questione palestinese. La decisione di istituire due stati, uno ebraico e uno palestinese, provocò l’immediato scoppio di un conflitto che, nel corso del 1948, vide il neonato stato d’Israele aver rapidamente ragione degli eserciti di sei stati arabi, dal momento che 4 di questi (libanese, siriano, iracheno e saudita) non diedero un apporto significativo, mentre l’esercito giordano e quello egiziano perseguivano obiettivi differenti. Furono oltre cinquecentomila gli arabi palestinesi, cristiani e musulmani, costretti ad abbandonare le proprie case, cercando rifugio nei paesi confinanti. Molti di loro partirono convinti che sarebbero presto rientrati, invece non avrebbero più fatto ritorno in quello che era stato il loro paese. Fu un cristiano siriano, Constantine Zureiq, uno dei leader del movimento arabo, a utilizzare per primo il termine nakbah (letteralmente, catastrofe) per descrivere quanto era accaduto, un termine che ebbe grande fortuna per designare il dramma vissuto dagli arabi palestinesi, un dramma attorno al quale si sarebbero costituite le basi di una nuova identità collettiva palestinese.

Il 1948 vide anche acuirsi gli attriti e le diffidenze tra cristiani e musulmani: fra i primi vi era chi, temendo la preponderanza islamica in un eventuale stato palestinese, guardava con interesse agli immigrati sionisti o non avrebbe visto con sfavore una continuazione del mandato britannico, ciò portava i musulmani a considerare con sospetto i cristiani, anche se la grande maggioranza di loro continuava ad appoggiare la causa nazionale palestinese, nonostante l’ostilità che gruppi islamici radicali iniziavano a mostrare nei loro confronti. Quando l’esercito israeliano iniziò a prendere possesso di città e villaggi arabi, i cristiani abbandonarono le proprie case più raramente di quanto non facessero i musulmani, mostrando rispetto a questi una maggiore attitudine ad accettare la situazione. In alcuni casi tale atteggiamento assicurò ai cristiani un migliore trattamento, come si vide in particolare quando gli israeliani conquistarono la città di Nazareth, abitata da una numerosa comunità cristiana. Gli israeliani temevano che l’accanimento contro una città santa del Cristianesimo avrebbe causato ripercussioni internazionali, così quella in cui visse Gesù rimase fino al 1967 l’unica città araba nello stato di Israele.

All’interno di Israele i palestinesi sono diventati una minoranza discriminata in una terra da sempre considerata come propria e gli Israeliani, per contrastare la nascita di un movimento nazionale palestinese unitario, hanno contribuito ad acuire le differenze religiose. Nonostante la progressiva islamizzazione del movimento palestinese, anche recentemente alcuni cristiani hanno occupato posizioni di rilievo all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Se osserviamo l’attuale situazione della Palestina ci renderemo conto che i cristiani sono una minoranza sempre più marginale, anzitutto all’interno dello Stato d’Israele, in quanto palestinesi, ma anche all’interno della stessa comunità palestinese, in quanto cristiani. Gli arabi cristiani hanno infatti un tasso di fertilità più basso rispetto agli islamici, e inoltre stanno optando maggiormente per la strada dell’emigrazione. Gli episodi di intolleranza nei confronti di questa piccola comunità, sia da parte israeliana che islamica, sono preoccupanti.

L’autrice, concludendo il suo volume, si chiede se questo secolo vedrà la fine del Cristianesimo nella terra che ne è stata la culla. Tale perdita rappresenterebbe un grandissimo impoverimento per quella società, non solo per il dinamismo socio-culturale di cui danno tradizionalmente prova i cristiani palestinesi, ma anche perché essi rappresentano ancora oggi una presenza, sia pur esile, che contribuisce a mantenere la società palestinese (e, più in generale, mediorientale) aperta al pluralismo e al confronto. E per chiosare questa condivisibile conclusione ci piace citare una frase di Franco Cardini secondo la quale la Terra Santa, culle delle tre “religioni del Libro”, dovrebbe essere la patria di tutti i figli di Abramo e non il dominio esclusivo di una solo popolo.

(Pubblicato il 25 maggio 2021 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

Top page

 


Condividi:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Twitter
  • Wikio IT
Stampa articolo
Segnala ad un amico