Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Napoleone il Grande. Travolto come un naufrago portò la nazione alla deriva

di Eugenio Di Rienzo

In queste settimane, quando negli scaffali delle librerie, per ricordare il bicentenario della morte di Napoleone, si accumulano volumi nuovi o riverniciati per l’occasione, concentrati a tessere l’elogio della grandeur del Primo Impero francese e del suo fondatore, costituisce un’eccezione il saggio di Antonio De Francesco che si presenta in assoluta controtendenza con questa ricostruzione. Nel suo, Il naufrago e il dominatore. Vita politica di Napoleone (Neri Pozza, € 18,00), l’autore vede, infatti, in quell’edificio politico di effimera durata (1804-1815), non un momento di eccellenza ma un momento di caduta e di regresso nella lunga storia della Nazione francese e in particolare nella fase rivoluzionaria terminata con il colpo di Stato del novembre 1799, quando Bonaparte eresse una dittatura personale da considerarsi forse come il primo regime populista dell’Europa moderna.

De Francesco, certo non può naturalmente annoverarsi tra i proseliti del Cancel History Movement e non intende abbattere i monumenti eretti in Francia e in Italia in onore del trionfatore di Austerlitz. Sicuramente, però, vuole leggere l’avventura dell’Impero come una deriva della Repubblica e non come il suo felice superamento verso gli orizzonti di gloria che ne seguirono. E per farlo ha scelto di analizzare la politica di Bonaparte per mostrarci come l’uomo del destino poco, infine, sapesse sulla direzione su cui incamminarsi, dopo la sua presa di potere, lasciandosi trascinare come un naufrago, appunto, dal maremoto rivoluzionario, nonostante le sue eccezionali capacità prodigate senza risparmio per contenerlo o almeno per padroneggiarlo.

In definitiva, a De Francesco, l’Impero napoleonico appare come un’orbita morta della storia, il segno di una perdita delle proporzioni, un passo indietro sulla strada della modernità, il prodotto posticcio e mal riuscito di posizioni troppo disparate per non dire inconciliabili. L’idea di un organismo politico, concepito come una sorta di fusione e di superamento dell’istituto monarchico e della Repubblica si rivelò, infatti, nel concreto della vita politica una drammatica battuta di arresto di una parabola virtuosa che avrebbe potuto portare alla nascita di una nuova Francia in linea con la tradizione rivoluzionaria ma mondata dagli eccessi del regno del terrore giacobino.

A questa ricostruzione, si possono opporre, comunque, alcuni se e alcuni ma di non piccola portata, Poteva, infatti, la Repubblica Imperiale, che aveva già esteso il suo dominio a buona parte dell’Europa, insidiata al suo esterno dal desiderio di revanche delle Grandi Potenze e logorata al suo interno dall’endemica guerriglia del Mezzogiorno e delle province del nord-ovest restate fedeli ai Borboni, retta da un ceto politico che aveva dato ampia prova di corruzione e d’incompetenza, non solo conservare il suo status di «Grande Nazione», ma anche sopravvivere a una crisi irreversibile? Oppure, spinta dalla stessa forza delle cose, la Francia, per evitare la catastrofe, doveva affidare necessariamente il suo destino ad una forma di governo che non poteva non essere che monocratica e autoritaria?

Detto questo però, e senza inoltrarsi nelle sabbie mobili della storia controfattuale, è impossibile non rilevare che l’avventura imperiale lasciò l’Esagono in condizioni molto peggiori di quelle in cui si trovava prima del crollo della monarchia. Dopo Waterloo, la Francia si trovò deprivata anche degli ultimi residui dei suoi domini coloniali, consumò definitivamente, dissanguata dallo stillicidio di uno stato di guerra permanente, il suo primato demografico (e di conseguenza anche quello militare), a favore della Prussia e degli Stati germanici, abdicò alla sua posizione di potenza nel Mediterraneo che, dopo la conquista inglese di Malta, Corfù e le Isole Ionie, divenne un «lago britannico». E, infine, fu costretta dal Trattato di Parigi del novembre 1815, in confini da cui risultava irrealizzabile attaccare con successo quanto impossibile difendersi da un’aggressione esterna come puntualmente avvenne nel 1870. Sulle sue responsabilità di questa storica sconfitta, Napoleone, che aveva addirittura ipotizzato, ad imitazione di Alessandro Magno, la conquista dell’India, non riuscì mai a recitare un doveroso mea culpa, neppure quando, persi trono e corona, si ridusse ad essere l’esiliato di Sant’Elena. E anche, in questo, dimostrò, la debolezza morale della sua tempra di politico e di uomo.

(Pubblicato il 4 maggio 2021 © «Il Messaggero»)

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