Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Filippo IV, la melanconia di un Re

di Eugenio Di Rienzo

Filippo IV, Re di Spagna e Monarca delle Indie, fu un sovrano melanconico e come tale bene interpretò la “melanconia” di un Impero, nell’accezione di disagio mentale attribuito a questo lemma dalla medicina rinascimentale (si pensi alla famosa incisione di Albrecht Dürer), che, nel giro di qualche decennio, oscillò tra apogeo e declino, tra luce e ombra, tra il delirio imperialistico e lo svanire della speranza di continuare ad essere il centro del mondo. È questa la tesi centrale del volume di Aurelio Musi, Filippo IV. El Rey planeta, imperatore malinconico dei due mondi, tra fasto e declino, edito dalla Salerno Editrice. Un saggio penetrante, forse il Lebenswerk di questo studioso, che si avvale di una pregressa, profonda conoscenza dell’età della preponderanza iberica: forse la migliore biografia del nipote di Filippo II finora pubblicata.

È un libro, quello di Musi, che mi rimanda alla mente la lezione del più grande antichista italiano della seconda metà del secolo trascorso, Santo Mazzarino, che ripeteva a noi giovani studenti della “Sapienza”, che per comprendere a pieno la storia di un organismo politico bisognava guardare più che alla sua genesi e alla sua ascesa al momento del suo Decline and Fall, per dirla con Edward Gibbon. Perché solo la visione del declino e della caduta poteva consentire di cogliere nitidamente i tratti distintivi di quell’organismo, i suoi punti di forza da sempre minati da elementi di debolezza, le sue contradizioni insite in un ciclo di sviluppo apparentemente inarrestabile, i troppi piccoli, persino trascurabili indizi che ne smascheravano l’insensata hýbris, e cioè la tracotante quanto inconsistente illusione di poter sconfiggere la rovina e la morte. Tutti i grandi Imperi del passato, del presente e del futuro non furono, non sono, non saranno mai altro che un mosaico frastagliatissimo, composto di tessere sconnesse, compatto solo all’apparenza, ma percorso, in realtà, da crepe e fenditure, celate dal bagliore abbacinante dell’ora meridiana e visibili solo nella penombra del crepuscolo, quando la “nottola di Minerva”, evocata dal vecchio Hegel, inizia il suo volo, per scrutare a occhi aperti un fenomeno storico che ha già iniziato ad avanzare a larghi passi verso la sua fine.

Filippo IV degli Asburgo di Spagna regnò dal 1621 al 1665. Una durata lunga dunque: sconvolta dalla guerra mondiale dei Trent’anni (1618-1648), che causò otto milioni di vittime; attraversata da rivolte e rivoluzioni che investirono l’Europa occidentale e orientale, l’estremo Oriente con la Cina; da opposte congiunture economiche che videro alcuni paesi europei come quelli mediterranei e orientali in recessione o in stagnazione, altri come Inghilterra e Olanda in profonda trasformazione capace di gettare le basi dello sviluppo generatore della rivoluzione industriale settecentesca, altri ancora come le terre americane in fase di sviluppo.

Nei primi vent’anni del suo regno Filippo IV era il sovrano del sistema imperiale spagnolo che rappresentava ancora la prima ed unica grande potenza mondiale. A metà secolo la potenza spagnola era in declino non tanto perché il suo posto era stato conquistato da un’altra potenza, quella francese, quanto perché il mondo stava cambiando: non più unipolare, si avviava ormai a diventare multipolare, caratterizzato cioè da una molteplicità di sfere di influenza e da sistemi di potenza regionale. L’oscillazione tra apogeo e declino, che visse l’Impero spagnolo negli anni di Filippo IV, può essere ben rappresentata nella protagonista dell’era malinconica. Il sovrano, infatti, costituisce il paradigma del malinconico, o addirittura del martire, del Christus patiens, infisso alla croce da un sentimento doloroso e inguaribile, come lo ha effigiato Walter Benjamin nell’indimenticabile saggio dedicato al dramma barocco tedesco.

La vita di Filippo IV è scandita da varie fasi. Nella fase iniziale, che va dalla nascita nel 1605 all’adolescenza, egli vive innanzitutto un primo trauma per la perdita della madre, Margherita d’Austria, il 13 gennaio 1608. La morte della moglie di Filippo III, una personalità caratterizzata da una inconfondibile Stimmung malinconica, segnerà profondamente l’intera biografia del figlio: la depressione, l’ossessione della morte, provate fin da piccolo, accompagneranno Filippo IV per tutta la vita. Alla perdita della madre si aggiunge il secondo trauma: nel 1610 la fragilità fisica del bimbo, ereditata, secondo Montesquieu, dal padre, gli causa una grave malattia.

Tra la fanciullezza e l’adolescenza trascorre la formazione del futuro sovrano. Quella tipica, modello del “Principe cristiano”, che la coeva letteratura politica formalizza nei suoi caratteri fondamentali, ma anche un’educazione spiccatamente repressiva, nel segno dell’austera ortodossia e morale cattolica, che viene impartita a un giovinetto che, nel fiore della pubertà, prova già una sfrenata sensualità, stimoli e pulsioni sessuali assai spinte, anche se necessariamente dissimulate. Questa fase si conclude con la morte di Filippo III e la successione al trono del figlio.

La successiva fase coincide largamente col rapporto ventennale tra il sovrano e il suo válido (primo favorito, intimo confidente e stretto collaboratore), il Conte Duca Olivares. Tra il 1621, anno dell’ascesa al trono, e il 1639, dimensione privata e dimensione pubblica di Filippo IV si riflettono tra loro e si potenziano a vicenda. Il monarca libertino supera i limiti imposti dalla repressione infantile e per così dire, pre-adolescenziale. Seduce donne di ogni ceto sociale, dame di corte, attrici e cantanti, prostitute anche di basso livello, per il soddisfacimento spasmodico dei suoi insaziabili appetiti sessuali, assecondato in questo da Olivares, che alla bisogna non rifiuta di indossare i panni del lenone, per saziare l’insaziabile libido coeundi del suo Re.

Ma Filippo è anche quello stesso monarca che, all’esordio dell’ultima fase della guerra dei Trent’anni, quella caratterizzata dallo scontro diretto tra Francia e Spagna, riesce ancora a mietere successi nel conflitto internazionale grazie ad imponenti mezzi finanziari e militari. È con i primi anni Quaranta, in particolare con le sconfitte militari, la rivolta e l’intervento francese in Catalogna, la crisi portoghese, che lo scenario va mutando e la potenza della monarchia asburgica comincia a vacillare. Crisi economica interna, destituzione del conte-duca nel 1643 dopo il fallimento della sua strategia politica, malessere entro il sistema imperiale, emerso in piena evidenza con le rivolte del 1647-48 a Napoli e in Sicilia, i costi della lunga guerra contro l’Olanda sono i segni del declino. Ma non ancora della decadenza dell’Impero, che si verificherà, per la parte europea, solo con la guerra di successione spagnola al principio del Settecento.

L’ultima fase del regno e della biografia di Filippo IV, dal 1643 alla morte nel 1665, è segnata da una profonda trasformazione sia del sistema politico sia della personalità del sovrano. Il sistema politico non è più dominato dal potere concentrato nelle mani di un válido, come nel ventennio di Olivares. Filippo dimostra maggiore autonomia e capacità di governare il suo regno, di mediare tra i diversi partiti di corte, di non concedere eccessivi spazi di egemonia al suo inner circle. Ma le paci di metà secolo, di Vestfalia (1648), Pirenei (1659) e Oliva (1660), ridimensionano fortemente il peso mondiale del Re Cattolico: e il sistema imperiale spagnolo, nei primi decenni della seconda metà del secolo, appare limitato nel suo peso internazionale dal più complesso e multipolare sistema di Stati europeo.

Parallelamente subisce una metamorfosi la psicologia del sovrano, scossa sia dal pesante ridimensionamento dell’egemonia imperiale sia dalle vicende biografiche che segnano la sua personalità. Si abbattono insieme su Filippo il dolore per la morte dei fratelli e della prima consorte, Elisabetta di Borbone; i contraccolpi di una grave malattia contratta nel 1627; gli effetti della prematura scomparsa dei figli nati dal primo coniugio. Ferale, per Filippo, Fu soprattutto quella dell’erede Baltasar Carlos, sepolto a soli 16 anni, sul quale il “Monarca del Mondo” (El Rey planeta) aveva riposto le speranze di una successione lineare al trono che avrebbe garantito, senza traumi, la continuità dinastica della prima Potenza globale della storia.

A tanti lutti infine, si aggiunse la disabilità fisica mentale di Carlo nato dall’unione con la seconda moglie, Mariana d’Austria, fino a otto anni quasi incapace di muoversi e di parlare, che nel 1665, poco più di tre anni prima della morte di Filippo, erediterà il trono paterno con il nome Carlo II e con il soprannome di “Carlo lo Stregato”, a causa delle frequenti crisi di epilessia che la credenza popolare attribuì a una maligna fattura inflittagli al momento della nascita. Lo scettro dell’Impero planetario, arrivato al culmine della sua estensione, stretto nel fermo pugno di Filippo II (El Rey Prudente), passava così nelle mani tremolanti di Carlos el Hechizado, a testimoniare la degradazione non solo antropologica ma addirittura biologica degli Austrias di Spagna. E qui l’attenzione del lettore non può che andare alla lezione di un altro grande storico della romanità, Otto Seek, che, nella Storia della caduta del mondo antico (il cui ultimo tomo fu dato alla stampa nel 1920) individuava nell’”eliminazione dei migliori”, al termine di una sorta di lotta per la sopravvivenza a esito inverso, dove era il “peggiore” a prevalere, la causa primaria del crollo di un altro grande Impero.

La malinconia di Filippo è la metafora della malinconia della Monarquía universal española che vede da lungi approssimarsi il tempo della rovina: è l’esito del vissuto conflittuale tra aspirazioni di grandezza e oscura autocoscienza del declino. Ma l’epoca di Filippo è anche quella del “Siglo de oro”, è l’apoteosi del barocco: nella vita e nella società di Corte, nel suo cerimoniale, esempio e modello per Versailles; nel mecenatismo del Re e di Olivares; nelle vite parallele di Filippo, Rubens, Velasquez e Calderon; nella Madrid capitale della cultura e dell’arte. Nella condizione umana di Filippo IV si può leggere, dunque, il disordine malinconico che turbò il corpo sociale dell’Impero asburgico e l’affezione saturnina dell’epoca barocca e anche, di conseguenza, la “struttura bipolare”, quasi nel significato psichiatrico di questa parola, di un’epoca affetta dal “umor melancolico” riassunta nella biografia di Filippo IV.

(Pubblicato il 30 marzo 2021 © «Corriere della Sera» - La nostra storia)

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