Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

I 160 anni di unità d’Italia. 1. Tra neosabaudisti, obliatori e neoborbonici

di Gigi Di Fiore

Nel suo discorso di Capodanno, tra le varie ricorrenze del 2021 il presidente Sergio Mattarella ha ricordato anche i 160 anni di unità d’Italia. Una scadenza creata e abbastanza artificiosa, a uso e consumo dei giornali, ben diversa da quello che può essere un centenario o fu l’anniversario di dieci anni fa.

I 150 anni sono stati, infatti, in un clima lontano da quello attuale tutto immerso nelle emergenze della pandemia, preparati e vissuti con manifestazioni, un comitato istituito per le celebrazioni presieduto da Giuliano Amato, appuntamenti diversi, articoli di giornali, pubblicazioni di libri. L’unità d’Italia ricordata anche fissando, per legge, la data del 17 marzo, quella della proclamazione del regno unitario affidato a Vittorio Emanuele II nel Parlamento di Torino, come festa ufficiale per il ricordo annuale. Il 2011 fu la terza celebrazione ufficiale dell’unità nazionale. I 50 anni furono il trionfo di Torino, la prima delle tre capitali d’Italia nella sua storia unitaria (senza includervi la assai provvisoria Salerno nel 1944). Quel 1911 fu vissuto in un clima quasi interamente schiacciato nel racconto del trionfo sabaudo e nella prima capitale si svolsero le principali manifestazioni. Da Torino, il centenario del 1961 si spostò a Roma, fresca di Olimpiadi celebrate nell’anno precedente. Fu la capitale, conquistata al regno solo nel 1870, la protagonista.

Dieci anni fa, invece, si cercò di allargare e rendere unitaria l’insieme di manifestazioni celebrative. I luoghi, al nord come al sud per ricordare le tappe del Risorgimento che - la presidenza Ciampi e poi quella di Napolitano - avevano recuperato come momenti fondanti dell’Italia repubblicana con la Resistenza dopo anni di rimozioni. Ma dieci anni fa, la vera novità furono le tesi critiche sulle modalità e gli effetti dell’unità politica dell’Italia. Non a caso fiorirono pubblicazioni su questo orientamento e i lettori, stanchi di piattezza e grigiore di analisi, ne decretarono il successo. In tutt’Italia si conobbero gli ormai noti neoborbonici, sigla che assorbiva e comprendeva tutti quelli che, riprendendo anche analisi precedenti, raccoglievano rilievi su come l’Italia fu unita soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia.

Il Mattino fu dieci anni fa in prima linea nel raccontare i 150 anni di unità. Con l’allora direttore Virman Cusenza e in sinergia con Titta Fiore, allora responsabile del settore Cultura e spettacoli del giornale, fu deciso di affidarmi tredici puntate con altrettettanti episodi di quel periodo della nostra storia. Il 17 marzo venne poi pubblicato un inserto, con articoli diversi. Un impegno iniziato già l’anno prima, quando fui inviato a Marsala, Salemi e Bronte per ricordare alcune tappe dello sbarco siciliano dei Mille di Garibaldi. Un’iniziativa apprezzata anche dal Premio Ischia che quell’anno ebbe tra i vincitori anche il direttore del Mattino, Virman Cusenza. Il clima era diverso, l’attenzione anche.

Nel 2021 con ben altre emergenze, il disinteresse per una scadenza artefatta regna ovunque. Anche perchè, passata la novità delle analisi critiche sul Risorgimento, si sta affermando quello che il sempre originale e preparato professore Eugenio Di Rienzo (professore ordinario di Storia moderna alla Sapienza di Roma) nel suo saggio “Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico” edito da D’Amico editore, definisce tendenza neosabaudista, identificandola in un gruppo di studiosi e docenti “soprattutto nell’ambito della Società napoletana di Storia patria” con puntelli all’Università del Piemonte e all’Università di Salerno, che “rifiutando ogni contraddittorio continuano a porre l’accento sull’arretratezza del sistema finanziario, creditizio e fiscale borbonico”. E’ il trionfo di orientamenti acritici che, considerando l’analisi storica solo una contrapposizione tra bene e male, non danno spazio al confronto che Di Rienzo invoca, citando scuole e tesi accademiche contrapposte sui temi del brigantaggio post-unitario e sull’unificazione d’Italia.

Smorzata dieci anni dopo la novità delle tesi critiche  fecondatrici di nuovi studi, anche il mercato editoriale sembra orientato verso l’opposto: la critica alle analisi critiche. Con un grande rischio, che alimenta e spiega il silenzio e il disinteresse di questa scadenza poco sentita: il ritorno alla retorica del Risorgimento, ai 4 grandi padri della Patria, ai Mille giovani e belli che, da soli e intrepidi, cacciarono lo straniero e regalarono subito benessere all’Italia tutta. Retorica da libro Cuore che rischia di portarci all’indietro e non sfruttare la scia dell’analisi non scontata, non da contrapposizione da stadio. Meglio, di fronte a questo rischio, quello che suggerisce un terzo orientamento, caldeggiato da Paolo Mieli anche in un suo recente saggio: l’oblio per alcune fasi della nostra storia, dove sembra evidente che la memoria sia un insieme di tante memorie e rischia di dividere invece di unire. Risorgimento, come la Resistenza e tanti altri episodi dei nostri 160 anni di storia.

Appare quindi chiaro come, dopo le celebrazioni di dieci anni fa, il 17 marzo non interessi più nessuno. La pandemia monopolizza ogni attenzione. La storia dell’unificazione d’Italia, specie se ritorna alla inutile retorica, all’esaltazione dell’appartenenza a squadre accademiche più che a scuole di pensiero, non serve ricordarla. L’unità d’Italia è oggi un bene troppo prezioso, lo abbiamo capito anche di fronte alle divisioni sulle scelte diverse in più regioni legate alla pandemia, per ridurne l’analisi a una divisione da stadio: neoborbonici contro neosabaudisti, o obliatori. Meglio non celebrare, che celebrare male e con superficiale retorica.

(Pubblicato il 28 febbraio 2021 ©  «Il Mattino» – Controstorie)

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