Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Un laboratorio della modernità per indagare il presente

di Alessandro Guerra

Lo scorso giugno, in piena pandemia, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha convocato gli Stati generali per rilanciare l’azione di governo, sollevando voci ora ironiche ora allarmate su quella enfatica rievocazione della storia. Il riferimento, naturalmente, era agli Stati generali del 1789 voluti da Luigi XVI per potenziare la monarchia che innescarono il processo rivoluzionario. Per i commentatori evocare quell’esperienza si traduceva nell’involontaria vocazione al fallimento.

Più complesso il gioco di specchi e la connessione fra passato, presente e futuro che la dichiarazione di Conte ha tirato in ballo. Su questa dimensione si muovono le riflessioni di Francesco Benigno e Daniele Di Bartolomeo (Napoleone deve morire. L’idea di ripetizione storica nella Rivoluzione francese, Salerno editrice, pp. 194, € 19,00). Il contesto è la grande rivoluzione di Francia e il lavoro sembra recuperare – dandole qualità – l’eredità dell’ultimo Furet sull’autonomia della parola nel definire l’azione democratica. Il richiamo esemplare del passato, la retorica discorsiva che circoscrive il campo rivoluzionario offrendolo alla ripetizione storica, fornisce agli interpreti una soluzione utile per controllare l’imponderabilità degli eventi sospingendoli a pensare e in qualche misura a costruire (predire) il futuro.

Un doppio movimento che lega il presente col passato e anticipa scenari prevedibili. Nell’agire il processo rivoluzionario, le rappresentazioni discorsive elaborate dai diversi attori storici misero in scena una narrazione collettiva e condivisa del passato in cui il mito di Roma, così come il modello rivoluzionario inglese di metà ‘600, servirono a predisporre una serie di modelli comportamentali utili a essere assunti per codificare il presente e smarcarsi così da un futuro già scritto.

Il libro si articola in quattro capitoli: il primo spiega come la fuga di Varennes, estremo tentativo dei sovrani di alimentare il processo controrivoluzionario, nel giugno 1791, fosse stata ampiamente prevista grazie a una attenta disamina della storia francese del XIV secolo. Una profezia che si auto-avverava e che si provò a governare per difendere la rivoluzione. Il secondo capitolo ci porta invece alla fase successiva: il modello romano classico e quello inglese fornivano ai rivoluzionari la prova che un generale potesse impadronirsi del potere e imporre la dittatura. Cromwell era il fantasma evocato in ogni discorso. Si trattava di un richiamo talmente intenso e ripetuto da renderlo vivo e farlo incarnare in ogni sospetto emulatore. Il terzo capitolo invece indaga la parabola robespierrista. Chi era Robespierre? I discorsi che inondarono l’opinione pubblica francese lo presentavano come il nuovo Silla, il dittatore, l’artefice delle leggi di proscrizione; oppure no, era il nuovo Cromwell che aveva promosso la libertà inglese solo per farsi re. O era, semplicemente, il nuovo Bruto, il redivivo Catone difensore strenuo delle virtù repubblicane?

In tutti i casi la storia insegnava che il tiranno poteva essere giustiziato, come si affrettarono a ricordare i termidoriani, convinti di assolvere alla funzione eroica di inverare la storia. Il quarto infine, si incentra su Napoleone e sulla dissoluzione della repubblica con la forza militare. Il filo comune che attraversa i capitoli sta nell’impegno di concettualizzare la «sincronizzazione» fra il presente e gli eventi del passato, vale a dire la forza dei rivoluzionari di pensare il passato e imporlo come realtà ipotetica attraverso una retorica discorsiva condivisa, talmente suggestiva da indurre gli stessi soggetti interessati a immedesimarsi e presentarsi essi stessi, davvero, come gli eponimi del passato in grado di prospettare il possibile futuro.

Orazioni, discorsi, libri precedevano e seguivano gli eventi creando un pathos argomentativo in cui il presente diveniva già storia del passato. La rivoluzione si presenta ancora, dunque, come un laboratorio della modernità e la ripetizione storica, l’intensità di questa pratica discorsiva, fornisce una nuova lente per indagarla. Una lente raffinata che sarebbe utile riprodurre su più ampia scala per farla finita col presentismo.

(Pubblicato il 21 ottobre 2020 © «Storia moderna – Risorse online per la Storia moderna» – Dettagli Quotidiani («il Manifesto» 15 ottobre 2020))

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