Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Come gli ebrei. O quasi. La diaspora mercantile dei liguri tra Cadice e Buenos Aires nella prima età moderna

di Paolo Luca Bernardini

Lo studio delle grandi migrazioni italiane ottocentesche, che fecero dell’Italia, con Polonia, Irlanda, Scozia e numerosi stati tedeschi la nazione che ebbe il maggior numero di emigrati probabilmente nella storia dell’umanità, con 27 milioni di partenze (da metà Ottocento agli anni Settanta del Novecento), solo in parte compensate dai rientri, è sempre più accompagnato da studi accurati su quel che accadde prima della metà dell’Ottocento. Quando l’Italia come Stato non esisteva ancora, in che modo avveniva, con che numeri e con quali destinazione, l’emigrazione degli “italiani” che italiani in fondo non era ancora, verso vecchi e nuovi mondi? Vi erano fenomeni migratori? Da dove provenivano gli emigrati, e perché lasciavano la patria? Ovviamente le migrazioni di massa seguono la nascita della società di massa: che avviene solo dopo la rivoluzione demografica che interessa gran parte dell’Europa tra 1750 e 1800, con una seconda, ben più massiccia ondata, tra inizio e prima metà dell’Ottocento, e poi ancora per le due generazioni successive (con la grande interruzione solo coll’inizio della Prima Guerra Mondiale).

Il vasto e documentato lavoro di Catia Brilli, Genoese Trade and Migration in the Spanish Atlantic 1700-1830 (Cambridge Univ. Press), è per molti rispetti un’opera innovativa (per il soggetto trattato), e – dal punto di vista metodologico – ineccepibile per quel che riguarda i riscontri documentari (con l’uso intensivo di archivi di qua e di là dell’Atlantico), la capacità di sintesi e elaborazione di dati quantitativi (che ne fanno un brillante pezzo di storia economica globale), coniugata con stralci di biografia, e soprattutto prosopografia di gruppi e individui in vari modi interrelati, rendendo dunque conto di una realtà ancora ben poco esplorata: quella della importante, variegata, complessa diaspora mercantile genovese che giunge già nel Settecento sul Río de la Plata, contribuendo a rendere florida la (allora piccola) realtà economica di Buenos Aires, come renderanno florida la città dall’altra parte della baia, Montevideo. Un’opera che ben si colloca nel fiorire degli studi sull’economia atlantica in età moderna, che da Abner Cohen (che per primo parlò nel 1971 di “trade diaspora”) a Philip Curtin, a Francesca Trivellato costituisce un settore sempre più dinamico nella modernistica, e foriero di continue novità, interpretative e “fattuali”, per dir così, ovvero illuminazioni su gruppi, individui, réseaux mercantili che prepararono in gran parte la globalizzazione atlantica che pienamente si realizza nel secolo XIX, fino alla Seconda Guerra Mondiale (prima che l’asse pacifico in qualche modo la sottoponga a quel destino di decadenza cui essa aveva sottoposto i traffici mediterranei).

Il fatto dunque che Buenos Aires sia una città per tanti aspetti “genovese”, come genovese è un suo quartiere, la Boca, una sorta di Pera costantinopolitana trasferita oltre Oceano ove ancora la lingua genovese è parlata (e su cui rimando ai lavori dell’antropologa genovese attiva alla Georgia State Univ. Emanuela Guano, tra gli altri), tanto quanto Montevideo, e come per altri aspetti Caracas (come “veneziana” è al contrario parte del Brasile, il Brasile dei “taliàn”, il Rio Grande do Sul), non è eredità soltanto ottocentesca (come può esserlo forse per i veneziani e veneti “importati” in Brasile con coloni tedeschi, nel tardo Ottocento, come esperimento presidenziale di deportazione/importazione massiccia e di braccia e capitale umano in generale). Il terreno è preparato da quei pochi ma tenaci marinai, avventurieri, commercianti genovesi che prima si trasferiscono a Cadice – uno dei principali porti atlantici spagnoli fino alla sua decadenza nell’Ottocento, e città multietnica e multiculturale per eccellenza tra Cinque e Settecento –, vi fanno fortuna, praticano sistematicamente l’esogamia, ispanizzano il cognome, memori del loro prototipo assoluto, Colombo Cristoforo o Cristobal Colón (con esiti anche ilari, un Chighizola antenato probabilmente di quel Bartolomeo di Sturla ancora ricordato per la fondazione dell’Asilo, volontario nel 1848 e mutilato di guerra, diviene Chichisola [p. 173]), e soprattutto colgono le occasioni che la Storia offre loro: quella di entrare in qualche modo nel business fiorente della “Carrera de las Indas”, e, appena possibile, operare come agenti commerciali, negozianti, commercianti anche al dettaglio, e all’inizio soprattutto al dettaglio, come “pulperos”, “droghieri” nel senso più ampio del termine, ancora utilizzato per taluni negozi, piccoli supermarket, nella Genova di fine millennio, nel Nuovo Mondo. La loro presenza sarà la principale nella diaspora “italiana” a Buenos Aires, ma anche a Cadice – la tappa intermedia, il fulcro necessario per tutti i commerci – prima di piemontesi (ma molti “piemontesi” erano liguri del Basso Piemonte, Repetto e Repetti sono cognomi dominanti a Novi Ligure, ad esempio) e lombardi.

La “nazione” mercantile ligure è fatta soprattutto di individui, e famiglie. Per tanti motivi, la repubblica marinara sul Tirreno (e prima ancora sul Mar Ligure) ha un’organizzazione statuale se non debole, quantomeno provvidenzialmente “liberale”: lo spazio concesso, a malincuore o per forza, all’iniziativa individuale deriva sia da una volontà politica precisa, sia dal duplice centro del potere della Superba, il Palazzo Ducale e il Banco di San Giorgio (se non triplice: si pensi al peso della Chiesa nella società genovese di antico regime e non solo in quella), che crea una dialettica, un campo di tensioni, per forza favorevole all’impresa privata. Lo Stato della Serenissima ad esempio è molto più forte, molto più presente, nel bene o nel male, almeno a partire da un certo momento storico, tra Quattro e Cinquecento.

Questa una delle differenze con Venezia. Si pensi solo alla cantieristica (per non parlare di dimensioni intellettuali, come la costruzione del mito della “repubblica perfetta” affidato ad un Contarini tra gli altri, ma di ben minore rilevanza a Genova). Non che non esistano cantieri privati a Venezia – la meravigliosa realtà dei Camuffo che inizia nel 1438 a Creta per poi trasferirsi a Chioggia, e ora a Portogruaro – ma l’Arsenale è una cospicua impresa pubblica. A Genova, ma soprattutto in Liguria, sono soprattutto i piccoli cantieri costieri che varano splendide imbarcazioni per secoli, sulle spiagge di Chiavari, o di Varazze, dando poi origine nell’Ottocento a cantieristica privata eccellente, si pensi ai Baglietto di Varazze). Targhe pubbliche ancora ricordano antichissimi vari. La Fincantieri di Riva Trigoso è l’eredità viva di questa immensa tradizione: originariamente privata, è ora una partecipata statale. Un arsenale pubblico genovese esisteva almeno dal 1162, ma non raggiunse mai le glorie, e la completa statalizzazione, proprie di quello veneziano, e quel poco che rimaneva dei suoi edifici, assai meno grandiosi dell’arsenale lagunare, è stato spazzato via dai lavori delle Colombiadi, nel 1992, con Renzo Piano artefice della (spietata) modernizzazione del Porto Antico.

La Superba priva o quasi di territori di pianura, con la stessa costa spezzettata e di difficile controllo giurisdizionale (Noli – da cui provengono alcuni dei liguri che vanno a Cadice e Buenos Aires, rimane fino al 1797 repubblica indipendente), è un modello di città-stato mercantile dove necessariamente i privati agiscono come tali, pieni di quello “spirito di iniziativa” che Adam Smith metterà al centro dell’azione capitalistica. Abili marinai, costruttori di navi, negozianti, i genovesi e i liguri (un Pedro, Pietro, Roverano citato nel libro ad esempio viene da Moneglia [p. 178], ove i Roverano ancor spadroneggiano), non solo si inseriscono in un mercato pieno di concorrenti (gli spagnoli ovviamente, ma anche portoghesi, francesi, inglesi), ma una volta giunti a Cadice e Buenos Aires sanno benissimo come rapportarsi con la Liguria, creano una rete di import-export mirabile già nel Settecento, e nel Nuovo Mondo importano i loro prodotti, ad esempio la carta e il pane, entrambi dalla (un tempo splendida) Voltri, che ancora produce la focaccia migliore di tutta la Liguria. Si capisce quindi perché le migrazioni di massa ottocentesche vedranno i genovesi andare a popolare Argentina, Uruguay, Venezuela: vi era per dir così la “memoria storica” della piccola diaspora della prima età moderna. D’altra parte perché contadini pugliesi vanno in Crimea negli anni Trenta dell’Ottocento? Perché vi era una memoria della presenza “italiana” in Crimea, genovesi per l’appunto ma anche veneziani e non solo, che era in qualche modo fissata in un angolo remoto del DNA di quei primi migranti, poiché si conosce l’importanza della presenza veneziana in Puglia. E le dinamiche di migrazione dei cinesi in Italia – di cui ho parlato recensendo qui il libro di Daniele Cologna – è la stessa (en gros). Da un luogo circoscritto del paese di partenza si giunge in un luogo preciso, e altrettanto circoscritto, del paese di arrivo: per poi eventualmente espandersi, o tornare là dove si era partiti. Solo in un momento tardo dell’espansione dell’arroganza (e dagli immani interessi) di Stato le migrazioni sono dirette dalle capitali e massicciamente, crudelmente gestite dagli Stati.

I genovesi sembrano dunque degli ebrei, ebrei “cattolici”, ovvero col vantaggio di essere una nazione non senza Stato, come gli ebrei, ma con uno Stato se non debole, quantomeno non minaccioso in sé e improntato volente o nolente a politiche di liberalità verso i suoi intraprendenti cittadini (oltre al vantaggio ovvio di essere tradizionalmente e dichiaratamente cattolici come gli spagnoli, e ben lieti di farne di continuo mostra, tanto che si può ben dire che il vuoto colmato dagli ebrei espulsi nel 1492 dalla Spagna e nel 1497 dal Portogallo sarà in piccola parte almeno colmato dai genovesi). Cosa (la latitanza dello Stato) non sempre vera per Venezia, e sempre meno tale col passare dei secoli. Non si immischiano come del resto gli ebrei in questioni di politica locale – anche se magari un Giovanni Battista Cuneo (1809-1875, nativo di Oneglia) (il primo biografo di Garibaldi) diffonde ideali di repubblicanesimo non aristocratico (alla genovese) ma mazziniano (pure, di un genovese), nell’Uruguay degli anni Quaranta dell’Ottocento. Cercano il profitto e sono pronti ad utilizzare ogni perizia ed astuzia legale (il famoso “wits” dei capitalisti, ma prima di tutto dei mercanti) – che si sono portati da Genova – per volgere situazioni difficili a loro vantaggio. Il paragone con gli ebrei non è peregrino: lo fa tra gli altri il console veneziano a Lisbona nel 1780 (cit. qui, p. 11), parlando di una nazione “senza protezione e credito” di Stato, dispersa nel mondo, ma solidale tra i suoi membri, che inganna o seduce le nazioni ospitanti, col fine di arricchirsi e prosperare. Non a caso a lungo circolò la leggenda – se di leggenda si tratta – delle origini ebraiche di Colombo stesso. In effetti come tutti i conversi zelantissimo – un vero campione – nel propagare la nuova fede, nell’intento – poi parzialmente riuscito, sul lungo termine – di convertire un Nuovo Mondo: che egli non si era neppur reso conto che era tale.

Dopo la lettura di un libro come questo, insieme a quello di Matteo Salonia di cui ho parlato in altro articolo in questa sede, acquistano finalmente una nuova dimensione di verità le parole di Dante, di solito lette come estrema espressione di disprezzo verso i genovesi. Come è noto Dante a Genova si prese delle gran bastonate (ma forse è leggenda): però pose Branca Doria (peraltro, ancora vivo, cosa ben singolare nell’architettura infernale, ma spiegata col fatto che l’anima del Doria era precipitata all’Inferno quando costui aveva fatto fuori il suocero in modo indegno – suocero peraltro, Michele Zanche, non certo stinco di santo), all’Inferno, e pronunciò la solenne, notissima invettiva (Inf. 23, 151-153):“Ahi Genovesi, uomini diversi/d’ogne costume e pien d’ogni magagna/perché non siete voi del mondo spersi?”. Della Liguria a Dante sembra piacere solo l’Entella (perché feudo dei Fieschi, famiglia cui Dante era legato, e si sa di Adriano V parla a lungo) Ma quello che augurava effettivamente stava avvenendo anche nel mondo (allora quasi solo mediterraneo) del XIII secolo: la dispersione genovese non era una maledizione (come può essere intesa quella degli ebrei, ma anche qui ci sarebbe da riflettere), ma una scelta, non tanto per sopravvivere, quanto per progredire individualmente, per arricchirsi. Lo testimoniano le magnifiche pagine di uno storico (ebreo) economico della Genova duecentesca. Roberto S. Lopez. La “diversità” dei genovesi è dunque il loro pregio. Il Branca Doria acerrimo nemico di Dante (che morirà solo nel 1325, assassinato, ma quasi centenario), aveva feudi in Sardegna, ma le sue discendenze si spingeranno in Brasile. Clemenza Doria arriverà a metà Cinquecento dal Portogallo in Brasile, e lì darà vita alla dinastia dei Costa Doria. Parlando di “magagne”,

Dante peraltro mostra bene di aver colto molto dello spirito dei suoi (leggendari) bastonatori. La magagna è il vizio “nascosto”, la clausola capestro del contratto, l’artificio legale che consente magari fortune economiche, o quantomeno di volgere a proprio favore una contesa giudiziaria. In questo i genovesi erano (forse sono) maestri. Magagne e mugugni. Ma una storia che è storia di individui eccezionali, imprenditori veri “free lance” in un mondo in cui era molto difficile affermarsi se non si apparteneva a “nazioni” forti, ovvero con l’appoggio di uno Stato forte. La diversità di costumi non è soltanto da riferirsi alla volubilità e adattabilità morale, ma anche a quella capacità di prendere i “costumi” altri nella diaspora. Dante insulta apparentemente i genovesi, in realtà ne coglie ed esalta il carattere più decisivo. Se poi non si considera il (probabile) enjambement, allora i genovesi sono “diversi” non in qualcosa (nel “costume”, appunto) ma da qualcosa. Dagli altri cittadini italiani del tempo? Da chi? Diversi in quanto unici. Certamente, anche nel panorama del tempo, in cui lo stato – si pensi alla Firenze di Dante – aveva una presenza ben più accentuata rispetto a quanto avesse a Genova.

Quanta percentuale, quanti frammenti di liberalismo prima che il liberalismo stesso fosse perfino concettualizzato! Sarà un caso, la Croce di San Giorgio, bandiera inizialmente privata, poi genovese, è incorporata in quella inglese, in quella del Regno Unito, in quella australiana e quella neozelandese. La Nuova Zelanda occupa la terza posizione nello “Index of Economic Freedom” del 2020 (l’indice che misura la percentuale di liberalismo negli ordinamenti e nelle economie degli stati). L’Australia la quarta. Il Regno Unito, la settima. Sarà magari solo un caso. Ma così è. La “città capitalistica per eccellenza” (p.28) Genova, da tanto tempo non è più tale. Il suo posto lo hanno preso Hong Kong e Singapore, ma anche Montecarlo.

(Pubblicato il 12 ottobre 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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