Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Giuseppe Bottai e la Germania nazista

di Elisa D’Annibale

«C’era una Germania olimpica e romana, che Mussolini non ha né capita né amata. Egli ha amato, senza capirla, l’infernale Germania del “superuomo”», queste le parole appuntate da Giuseppe Bottai sul suo diario il 13 ottobre 1943, il giorno della dichiarazione di guerra italiana al terzo Reich. Parole che ben restituiscono la complessità di un uomo che mai aveva veramente amato l’alleato tedesco, ma che nonostante ciò aveva sempre cercato di costruire con esso un ponte culturale.

Giuseppe Bottai resta una figura controversa che ha spesso diviso la storiografia tra i sostenitori di un suo tentativo di liberalizzazione del sistema politico (anche tramite le riviste da lui fondate) e chi invece interpreta le sue scelte come una completa omologazione alle direttive del regime ed un contributo alla costruzione dello “stato totalitario”. Con questa complessità umana e storica si confronta il volume di Nicola D’Elia (Giuseppe Bottai e la Germania nazista. I rapporti italo-tedeschi e la politica culturale fascista, Carocci, Roma, 2019 pp. 200, € 22,00), che offre documenti inediti per capire una figura ambigua; ancora non compresa a pieno.

L’autore si focalizza su un nodo poco esplorato dalla storiografia sul gerarca: ovvero i suoi rapporti con il Reich hitleriano. Un tema largamente trascurato, o meglio spesso ritenuto non particolarmente significativo nella sua esperienza intellettuale e politica. In realtà, come viene sottolineato nel corso del volume, Bottai avrebbe seguito con attenzione l’evoluzione delle relazioni italo-tedesche – che ricordiamo non fu lineare – e la sua opposizione al nazionalsocialismo, sostenuta da gran parte della storiografia, fu tutt’altro che evidente.

D’Elia si addentra quindi nel difficile reticolo delle posizioni del gerarca e della sua cerchia di fronte alla NSDAP: dalle opinioni espresse su «Critica fascista» fino al suo allineamento alla politica filo tedesca di Mussolini. Tutte scelte difficilmente comprensibili se non si entra nel merito dei presupposti ideologici su cui poggiava l’asse Roma-Berlino, un’intesa che superava la sola sfera diplomatica. Il suo fondamento, come ricorda D’Elia, risiedeva in una concezione della civiltà europea in antitesi alla visione liberaldemocratica dei paesi occidentali e incentrata su una politica autoritaria. Bottai, dunque, pur nutrendo numerose riserve nei confronti dell’alleato tedesco, non poteva dichiararsi ostile ad una alleanza le cui basi politiche erano completamente avverse a quelle delle democrazie liberali. Proprio in questo senso può essere inquadrata l’esperienza di «Primato», promossa dal gerarca durante il conflitto mondiale. La rivista, finora erroneamente considerata solo uno spazio nel quale giovani intellettuali potevano esprimere il loro distacco dal fascismo, in realtà, come sottolinea D’Elia, assunse un profilo definito proprio intorno alla questione cruciale del ruolo della cultura nella costruzione del nuovo ordine europeo.

L’autore inoltre, per decifrare il complesso atteggiamento del gerarca nei confronti del nazionalsocialismo, tiene conto anche di un altro aspetto: la convinzione che l’Italia potesse avere un’importante spazio di azione nel mondo tedesco facendo leva proprio sulle forze della cultura. Per questo motivo Bottai si sarebbe speso per promuovere il patrimonio ideale del fascismo nell’ambiente germanico entrando in contatto con personalità di punta del regime – solo per citare alcuni: Goebbels, Himmler e Rust. Questi sforzi sfociarono nella nascita di un centro di studi umanistici a Berlino che prese il nome di Studia Humanitatis il cui scopo sarebbe stato sia quello di celebrare la superiorità culturale italiana sul terzo Reich, sia quello di creare un ponte ideale tra l’umanesimo italiano e tedesco. L’opposizione al nazionalsocialismo di Bottai, dunque, si basò più su un’opera di contenimento culturale che su una vera e propria opposizione politica.

Nel volume si entra anche nel merito delle vicende di coloro in qualche modo assimilabili nell’orbita bottaiana quali Mario Silva, Ugo Spirito e Delio Cantimori. Anche se le loro posizioni non furono sempre in linea con quelle di Bottai (si pensi al caso di Spirito e alla teoria della “corporazione proprietaria” o alla piena conversione nazional-bolscevica di Cantimori dopo la sigla del Patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939), dar conto delle diverse sensibilità che si manifestarono intorno alla sua figura risulta di fondamentale importanza per mettere in luce e per cercare di comprendere le oscillazioni che caratterizzarono la sua vita e le sue scelte politiche.

Il lavoro, dunque, ricostruisce le posizioni del gerarca, e dell’ambiente a lui legato, di fronte alla NSDAP nel ventennio intercorso fra la fondazione di «Critica Fascista» e la disfatta del regime mussoliniano. Essendo questo il punto di arrivo di una ricerca pluriennale condotta dall’autore, che ricordiamo ha già pubblicato alcuni saggi sull’argomento, e basandosi su solide e inedite fonti d’archivio (come i documenti conservati presso la Fondazione Mondadori), il libro di D’Elia riesce nel difficile compito di fare luce su un personaggio complesso e sul suo rapporto con quella «Germania infernale» che mai aveva ammirato. Forse Bottai, come si legge nel suo diario, guardava ad un’altra Germania: quella olimpica e romana, del pensiero e della poesia, che come scrisse Benedetto Croce nel 1936 «è quella che abbiamo devotamente amata e che sempre amiamo».

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