Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Un archivio del mondo o un mondo d’archivi? Napoleone e il tempio della Storia

di Paolo Luca Bernardini

Collocato nella medesima sala della Monna Lisa, l’”Uomo col guanto” di Tiziano mantiene da secoli, al Louvre, lo sguardo sprezzante ed assente, ad un tempo, proprio di un bellissimo giovane cui non è riservata l’attenzione che merita. Gliela sottrae tutta – o quasi – la Lisa Gherardini gioconda e non meno assente ed enigmatica, ma almeno sorridente, in fondo. Venti anni separano i capolavori, del 1503 quello leonardesco, del 1523 quello di Tiziano. Approdarono entrambi al Louvre da Versailles dopo il 1789, ma – come è ben noto – Napoleone si tenne in camera da letto la Gioconda fino al 1804. Non li apparenta solo lo splendido giuoco delle mani – le loro posizioni divergenti, la calma beata e rassicurante di quelle di Lisa, la dissimmetria calcolata di quelle del misterioso uomo guantato, forse l’oscuro condottiero genovese Girolamo Adorno, forse il futuro conte di Guastalla (e condottiero assai più noto del precedente), Ferrante Gonzaga. Ma se molto le divide, le due opere sono affratellate – nel paese della fraternité – dal provenire entrambe da lecite acquisizioni, la Gioconda se la portò in Francia l’autore, l’uomo guantato giunse da liberi (ma controversi) acquisti – dopo la colossale vendita del 1627 da parte dei Gonzaga impoveriti – che lo portano nell’Inghilterra degli Stuart e dopo il Commonwealth nella Francia borbonica. Non approdarono sulle sponde del Tamigi, dunque, dalle spoliazioni sistematiche che Napoleone – fornendo il modello a Goering, tra gli altri – fece delle opere d’arte italiane, da Venezia a Roma, da Milano all’Emilia, in pratica ovunque la sua longa manus imperiale si fosse estesa – da noi non la Sicilia e la Sardegna, protette dalla flotta inglese.

Ma qui ed ora mi piace pensare non alla mano guantata del condottiero, dell’uomo d’armi o d’affari, del gentiluomo e del guerriero, ma alla mano guantata di un archivista, custode tanto quanto il cronista (suo opposto complementare) della storia, ovvero del passato, di territori e dinastie, principati e città, stati ed imperi. Il documento, delicato, necessita di una mano guantata, per rispetto verso i secoli, ma anche per garantirne l’uso ad utenti futuri, finché la storia globale non ci farà considerare i documenti carta straccia, nel suo goffo (ma vincente) tentativo di configurare una teleologia assoluta sulla base di sintesi molto relative (e a loro volta spesso non basate su documenti d’archivio).

Questo per introdurre un lavoro davvero singolare.

Se ben nota è la vicenda del trafugamento (sequestro, furto, confisca, lo si chiami come si vuole) delle opere d’arte italiane dal 1796 al 1814 (alcune tornarono, complici tra gli altri Cicognara e Canova, altre no), meno nota (per ora) la vicenda del sequestro degli archivi locali, nell’idea di raccogliere a Parigi se non un vero e proprio “archivio del mondo” quantomeno un archivio di quel mondo, quell’Europa, conquistata direttamente da Napoleone, annessa all’Impero o suddivisa in regni e repubbliche satelliti e amiche, affidate a complici o parenti. La vicenda – che riguardò quasi tutta l’Europa divenuta feudo francese, con particolare riguardo alle spoglie del Sacro Romano Impero (terminato nel 1806), e lo Stato Pontificio – ci è ora raccontata in un mirabile libro (per capacità di narrazione, doti di sintesi, e maestria nel padroneggiare, per l’appunto, le fonti d’archivio) da Maria Pia Donato, in L’archivio del mondo. Quando Napoleone confiscò la storia (Laterza). Il progetto napoleonico nasce al momento del massimo trionfo, nel 1810, quanto tutta l’Europa sembra caduta ai piedi dell’impavido còrso, anche se la hybris dell’imperatore gli aveva fatto intraprendere l’impresa spagnola, e poi concepire quella russa, che porteranno inevitabilmente alla sua fine. L’idea era di sequestrare i fondi archivistici dei paesi conquistati e/o alleati, in primis quell’Austria con cui l’alleanza era sancita dal matrimonio – dopo la sonora sconfitta inflitta a Wagram agli Asburgo – di Napoleone in cerca di sangue blu ed eredi al trono, con Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, celebrato il primo aprile del 1810. Al culmine della propria potenza, poi, tutto inteso ad annichilire la Chiesa trovando in Pio VII (già suo alleato, strategicamente) un pontefice ora ostile, Napoleone intendeva trasferire la sede apostolica in Francia (dove era già stata peraltro per lungo tempo in epoche solo apparentemente remote), e dunque anche gli archivi romani entravano nel progetto davvero estremo di creare, a Parigi, un “archivio del mondo” intero. Garantita da clausole di trattati con le potenze vinte, e/o in barba (come ben si noto già al tempo) ad ogni diritto delle genti, presero la strada della Francia (con rocambolesche avventure, tentativi di risparmiare sugli imballaggi, probabili perdite di intere casse), centinaia di faldoni e filze, documenti singole e serie diverse. Dopo il 1814, gran parte del materiale prese la via del ritorno, ma non tutto, ed ecco la bella locuzione, nelle pagine finali di un libro avvincente, anche se narra la storia di milioni di carte e non di persone: “archivi smarriti, archivi spaesati”. La Parigi sommersa di carte dovette cercare di organizzarle, ed interrogarsi sull’uso da farne: un “museo della storia del mondo” o almeno d’Europa? Possibile, anche ovviamente non tutti gli archivi e i loro fondi erano stati depredati – impresa impossibile – ma vi era stata una selezione legata ai documenti politici più importanti, e ai fondi più recenti. O invece l’intenzione era di avere un database gigantesco (cosa su cui riflettere nel momento che tutta l’accademia sembra essere entusiasta per i “big data”) che potesse essere utile nell’amministrazione di un cotale impero? Più probabile che prevalga il pragmatismo della seconda scelta, ma i sogni e i voli pindarici napoleonici non escludono neanche la prima, una “storia del mondo” visitabile anche per scolaresche (ma quali spazi avrebbero potuto mai ospitarla?), un po’ come accade (guarda caso) al Louvre di Abu Dhabi, molto napoleonico nella sua idea di offrirci una “global history” dalla preistoria al trionfo, paradossalmente celebrato in (Medio) Oriente – dell’Occidente col suo “spirito del mondo a cavallo”, Bonaparte così eternato da Hegel, dopo il suo trionfale ingresso a Jena. Solo che ad Abu Dhabi si è compiuta una radicale selezione dei manufatti umani, che poi termina in Vive la France!, un poco sorprendente per lo stesso pubblico arabo (e molto per quello internazionale, me incluso).

Storica di vaglia, direttrice di ricerca del CNRS (in Francia), Maria Pia Donato – già autrice tra l’altro di un mirabile lavoro sull’epidemia romana (misteriosa, letale, apocalittica) di inizio Settecento, molto attuale in tempi di contagio (Morti improvvise. Medicina e religione nel Settecento, Carocci, 2010) – ci mostra tutte le difficoltà nel portare a termine un progetto del genere, e tutte le sfumature che esso contiene. Ad esempio l’idea di rendere pubblico quello che le potenze oscure e feudali, contro-riformistiche e retrive dell’Europa tenevano (secondo i francesi) segretato, il processo a Galileo, ad esempio. O le carte di Leonardo già fugate ben prima del 1810 dall’Ambrosiana, coll’idea proprio che nella sola Parigi giacobina e illuminata avrebbero potuto essere rese note, ove la scienza era liberamente al servizio dello Stato. Giovanni Battista Venturi si fece più realista del re, ovvero più zelante dei giacobini nel gettar discredito sull’Italia di antico regime e pubblicare in fretta e furia un’edizione leonardiana, ben peggiore di quella dell’Amoretti del 1804, ma pronta a compiacere il nuovo spirito dei tempi. Ma che poi sempre fece credere agli storici (della scienza e non) che Leonardo sia stato reso noto al mondo nella Francia rivoluzionaria e grazie ad essa, quando i suoi codici lo erano ampiamente già prima del furto all’Ambrosiana, come dimostrato di recente da Silvio Mara per quel che riguarda Milano e Alfredo Buccaro per quel che riguarda Napoli.

Non sono d’accordo quando Donato afferma che vi sia un contrasto tra lo storico che si avvicina alle fonti “in modo critico e riflessivo”, e quello che ricerca le “gemme documentarie”, considerando gli archivi “miniere” (p. IX). Un approccio non esclude l’altro. Personalmente, credo che la pubblicazione di “gemme” d’archivio fatta con acribia, spirito filologico, e dotati degli strumenti sacri per lo storico della “critica delle fonti”, sia esercizio non solo quantomai utile alla storiografia, ma anche piacevolmente “critico e riflessivo” per chi lo pratica. Ed esercizio complementare allo studio seriale, sistematico, delle fonti, per trarne indicazioni, statistiche, ecc., senza badare al documento nella sua “bellezza” innegabile (almeno per me).

Certamente, un libro come questo solleva tanti interrogativi: a chi giova davvero essere in possesso della storia del mondo, nella materialità dei documenti che essa ha prodotto? Oggi, che entità le più varie ci schedano, ci classificano, ci controllano, magari senza neanche che ce ne accorgiamo? E poi, più concretamente: qual è lo stato vero dei nostri archivi – pubblici e privati – e per nostri intendo italiani, il Paese ove probabilmente esiste la maggior quantità di fonti d’archivio del mondo? Quante di esse sono davvero disponibili? Ordinate? Conservate adeguatamente e non in fogne umide esposte ad ogni degrado? Quanto è davvero considerata in Italia la professione d’archivista? Non è forse un pochino basso – per fare un solo esempio – lo stipendio tabellare di un direttore d’archivio di Stato, rispetto alle responsabilità che costei ha?

Tornando a Napoleone, credo che alla fine vi fosse soprattutto un discorso pratico, alle base di questa sua titanica e mal riuscita impresa. Quello di poter controllare le fonti di storia politica e diplomatica, proprio per verificare la genealogia europea del potere, le devoluzioni, le annessioni, le pretese dinastiche (da cui le guerre di successione) che erano state al centro della storia europea, in un modo o nell’altro, a partire forse dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Se Napoleone aveva – o riteneva d’aver – annichilito e in qualche modo aggiogato Papato ed Impero, possederne anche materialmente le fonti di diritto pubblico era quasi doveroso, soprattutto se intendeva prendere su di sé, o affiancare l’amministrazione dei due indiscussi (fino all’arrivo della Francia), protagonisti della storia europea. Novello Carlomagno, era anche nuovo padrone d’Europa. Giocoforza doveva avere accesso agli strumenti principi della storia diplomatica e genealogica. Mi viene in mente un libro appena pubblicato dello splendido carteggio di Lodovico Muratori, il 25° (frutto dell’encomiabili fatiche di una realtà italiana di eccellenza, il Centro Studi Muratoriano di Modena, volume a cura di Maria Lieber e Daniela Gianaroli, del 2020), dedicato al carteggio con Leibniz: uno scrive in francese, l’altro in italiano, Muratori complimenta Leibniz (che si irrita ad ogni piè sospinto per qualche mancato omaggio al suo genio), per la “teosofia” (!) di quest’ultimo, che invece era la Teodicea…Ma la vera materia dell’epistolario è politico-diplomatica, le ramificazioni, la storia, le pretese, i territori delle case d’Este e Hannover, da secoli protagoniste della storia europea, con quest’ultima poi divenuta sovrana d’Inghilterra nel 1714, due anni prima della morte di Leibniz. E con una Este – Maria Beatrice – moglie di Giacomo II, l’ultima Stuart (prima di Anna) sul regno d’Inghilterra. La storia dinastica è la storia d’Europa, fino al 1789? Molto oltre!

Napoleone aveva bisogno di carte per gestire adeguatamente un impero immenso, ma costruito troppo in fretta, come troppo frettolosamente è avvenuto il trasferimento di tali carte stessa, da ogni dove, piccoli stati italiani compresi. Se la sua opera di confisca ha ora un significato, ebbene dovrebbe quantomeno ricordarci che dobbiamo custodire meglio, molto meglio di quanto non si faccia ora, il patrimonio archivistico italiano.

(Pubblicato il 31 luglio 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

Top page

 


Condividi:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Twitter
  • Wikio IT
Stampa articolo
Segnala ad un amico