Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Napoleone III nemico dell’Unità d’Italia

di Dino Messina

Il denso saggio che Eugenio Di Rienzo dedica ai rapporti tra la politica estera di Napoleone III e la nascita dell’Unità d’Italia sull’ultimo numero della «Nuova Rivista Storica» si apre con una stoccata ai colleghi Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg, curatori degli Annali XXII della Storia d’Italia Einaudi e autori del saggio «Per una nuova storia del Risorgimento». I due illustri studiosi — dice Di Rienzo, docente di storia moderna alla Sapienza di Roma — «ignorano il contesto diplomatico e internazionale per concentrarsi sulla storia della cultura e delle mentalità, esaltando le virtù di un presunto movimento di massa del tutto autoctono e spontaneo. In realtà, come ci hanno insegnato Gioacchino Volpe e Franco Valsecchi, il Risorgimento non sarebbe stato possibile senza il grande lavorìo diplomatico. E Rosario Romeo nel suo Cavour ha scritto pagine illuminanti sul carattere non popolare della Seconda guerra d’indipendenza».
Il contesto internazionale non deve essere dunque sottovalutato, ma in esso non bisogna sopravvalutare la spinta che all’Unità italiana diede Napoleone III. E in questo Di Rienzo va contro l’interpretazione di un imperatore dei francesi totalmente filoitaliano avanzata da un protagonista della storiografia francese e studioso del nostro Paese, Pierre Milza. Seguiamo perciò il ragionamento di Di Rienzo che nel saggio «Italia, Francia, Europa da Solferino all’Unità (1859-1861)», basato soprattutto sulle carte diplomatiche dell’epoca, anticipa alcuni importanti elementi di una sua vasta biografia dedicata a Napoleone III.

«Napoleone III — spiega Di Rienzo — aveva l’idea di costruire una grande zona d’influenza nella pianura padana per bloccare ogni velleità austriaca. Di qui l’appoggio dato alla costruzione di una media potenza, il Regno Sabaudo, che doveva comprendere la Lombardia, il Veneto e arrivare sino agli Appennini, escludendo la Toscana, lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Dal punto di vista francese un tale obiettivo era perfettamente comprensibile: quale Paese vedrebbe di buon occhio la nascita di una grande potenza vicina?». Più che a un’Italia unita Napoleone pensava a una federazione di Stati italiani in cui il Papa, con lo Stato pontificio, avrebbe avuto la funzione di arbitro e la Francia la supremazia politica. Quest’idea naufragò per l’abile iniziativa di Cavour.
«Si è sempre detto — continua Di Rienzo, che vuole sottolineare gli elementi di dissonanza rispetto all’immagine di un Napoleone III favorevole all’Unità — che la Francia firmò l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), successivo alla vittoria di Solferino, perché aveva paura che la Prussia entrasse in guerra a fianco dell’Austria, minacciando i confini renani dove c’erano pochissime truppe. In realtà la Prussia non aveva alcuna intenzione di sferrare un attacco alla Francia. E questo Napoleone III, alleato della Russia, lo sapeva perfettamente, come dimostrano le corrispondenze diplomatiche da Pietroburgo. Accettare Villafranca e ridurre la campagna d’Italia a un evento di portata limitata, pur con l’importante cessione della Lombardia al Piemonte, non fu dunque un atto obbligato, ma una decisione tesa a frenare le ambizioni di Cavour».

Dopo la Seconda guerra d’indipendenza Napoleone III, osserva Di Rienzo, continuò in tutti i modi a osteggiare il progetto di un’Italia unita: «Per esempio, dopo lo sbarco dei Mille a Marsala, la Francia propose all’Inghilterra di unire le due flotte per creare un pattugliamento navale che impedisse ai garibaldini di arrivare in Calabria. L’idea di Napoleone era di mantenere i Borboni nel Sud peninsulare e offrire a un’altra casa regnante la Sicilia». Un ulteriore segnale di ostilità Di Rienzo lo vede nell’interruzione delle relazioni diplomatiche successiva alla violazione dei confini dello Stato pontificio da parte dell’esercito sabaudo e alla battaglia di Castelfidardo dell’11 settembre 1860. Ma Napoleone si rendeva conto di non poter fare a meno delle relazioni con l’Italia che stava nascendo. Ciò avrebbe significato lasciar mano libera agli inglesi.
La Francia riconobbe tardivamente il nuovo Regno, arrivò dopo la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e persino dopo la Turchia. Soltanto il 12 luglio 1861 l’imperatore francese scrisse a Vittorio Emanuele II una lettera da Vichy in cui si diceva «felice di poter riconoscere il nuovo Regno d’Italia», ma nello stesso tempo ribadiva che «le circostanze sono sempre state tali da impedirmi di sgomberare Roma». Infine, Napoleone III pur scrivendo di non «pretendere di interferire con le decisioni di un popolo libero» affermava che «un’aggregazione nazionale completa non possa essere durevole che a patto di essere stata preparata dall’assimilazione degli interessi, delle idee, dei costumi di vita» e, quindi, che «L’Unità avrebbe dovuto precedere l’Unione».
L’atto finale di questa politica anti italiana si svolse alla vigilia della Terza guerra d’indipendenza, nel 1866: «Napoleone III da un lato spingeva l’Italia a entrare in guerra a fianco della Prussia contro l’Austria, e contemporaneamente firmava con questa un accordo segreto in cui si diceva che in caso di sconfitta dei prussiani, se in Italia si fossero verificate sollevazioni popolari per portare sul trono i vecchi principi che regnavano prima del 1859, la Francia non avrebbe opposto resistenza. Parigi diceva esplicitamente di tenere soltanto all’integrità del territorio costituito da Piemonte, Lombardia e il Veneto che si sarebbe ricongiunto con l’Italia. La sorpresa venne dalla vittoria delle baionette prussiane, date invece per perdenti da tutte le diplomazie europee, Francia in testa». I bersaglieri, infine, entrarono a Roma il 20 settembre 1870, quando i francesi dovettero richiamare il proprio contingente per un’ultima inutile difesa contro quei prussiani che avrebbero voluto liquidare quattro anni prima.

(Pubblicato l’8 luglio 2009 – © «Corriere della Sera»)

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