Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Dopo il crollo del muro. Le due Europe, la fine del comunismo e i Populismi dell’Est

di Luciano Monzali

Uno dei problemi dell’Europa contemporanea è la scarsa conoscenza reciproca fra i suoi popoli e le sue culture. Il processo d’integrazione europea dopo la seconda guerra mondiale si è sviluppato per ragioni politiche (la riconciliazione franco-tedesca e franco-italiana, il contenimento della minaccia sovietica) e economiche (la creazione di un mercato comune di merci e servizi, il bisogno di alcuni Paesi di esportare emigrazione e di altri di ricevere manodopera a basso costo, ecc.), dedicando scarsa attenzione alla dimensione culturale.

Non vi è stato un grande sforzo comune, come lamentava profeticamente Rosario Romeo, di creare una cultura europea insieme a un mercato e a istituzioni sovranazionali continentali. Creare una cultura europea non significa omogeneizzare e cancellare le varie culture nazionali esistenti nel continente, quanto creare le condizioni e gli strumenti per farle dialogare e conoscere l’un l’altra, sforzandosi di delineare valori e progetti comuni. Se vi sono stati sforzi in questo senso, sono stati spesso fatti su un piano bilaterale, pensiamo al dialogo istituzionalizzato culturale franco-tedesco, ma non su quello continentale.

Particolarmente grave è il deficit di conoscenza reciproca che esiste fra i popoli dell’Europa occidentale e quelli dell’area centrale e orientale del continente, in parte (da Polonia e Ungheria a Bulgaria, Romania e Croazia) entrati a far parte dell’Unione Europea dopo il crollo del blocco comunista dominato dall’Unione Sovietica. Conseguenza di ciò è che oggi nell’Unione europea ci si sforza di affrontare le sfide globali, di prendere decisioni comuni sui grandi problemi politici, sociali ed economici del continente senza adeguatamente conoscersi e comprendersi.

Proprio per questo, particolarmente utile ci pare l’iniziativa delle edizioni Donzelli di tradurre in italiano una raccolta di scritti, Senza il muro. Le due Europe dopo il crollo del comunismo, del politologo e storico ceco-francese Jacques Rupnik, dedicati alle vicende politiche dell’Europa centrale (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria) fra il 1968 e i giorni nostri. Rupnik, nato a Praga nel 1950, si è trasferito in Francia nel periodo degli studi universitari, per poi divenire, dopo un periodo di attività giornalistica, docente universitario a Parigi. A partire dagli anni Novanta è stato consigliere di Václav Havel e ha partecipato ad attività diplomatiche europee come consulente.

Quindi Rupnik non è solo uno studioso e un analista, che si muove a cavallo fra ricerca storica e politologia, ma ha vissuto direttamente le vicende politiche dell’Europa centrale, conoscendo personalmente i vari protagonisti delle vicende politiche e culturali di quei Paesi. Il suo non è uno sguardo puramente “occidentale” alla storia di quei popoli; nativo della Boemia, è rimasto strettamente legato alle sue origini e nelle sue analisi vi è sempre uno sforzo di comprensione e di spiegazione del punto di vista dei diversi popoli centro-europei.

Senza il muro offre al lettore italiano una ricostruzione colta, intelligente e documentata dei principali problemi politici dell’Europa centrale negli ultimi cinquant’anni. A ragione Rupnik constata la tendenza di molti storici e politici occidentali a esaltare i propri meriti e a svalutare il ruolo degli attori locali e dello stesso Gorbaciov nel crollo del blocco comunista in Europa nel 1989. In realtà la caduta del comunismo europeo non è stata un evento iniziato nel 1989 ma un lungo processo nel corso del quale fenomeni di erosione, decomposizione e riforma hanno generato un effetto cumulativo. L’insurrezione di Budapest del 1956 fu il primo tentativo di rivoluzione antitotalitaria, che mostrò i limiti dei comunisti revisionisti, travolti da un movimento democratico radicale.

L’esperimento del riformismo comunista in Cecoslovacchia nel 1968 fu lo sforzo più elaborato di produrre una riforma strutturale del sistema comunista in nome di una riconciliazione ipotetica dei valori del socialismo, della democrazia e della libertà nel contesto di un superamento della guerra fredda con la Distensione. Il fallimento dell’esperimento cecoslovacco produsse la rottura degli intellettuali e degli studenti con i regimi comunisti in Europa centrale. Da quel momento il cosiddetto dissenso sposò a grande maggioranza posizioni nettamente anticomuniste: come rileva Rupnik, dopo il 1968 i dissidenti cechi non vollero più democratizzare il socialismo, ma conquistare “una democrazia senza aggettivi”. Il politologo franco-ceco dedica alcune pagine molto belle alla spiegazione degli elementi ideologici del dissenso cecoslovacco, che con Jan Patočka e Václav Havel delineò una nuova filosofia politica che invocava il primato dell’etica sulla politica, esaltava i principi della responsabilità individuale, denunciava il totalitarismo comunista come forma estrema della crisi della civiltà occidentale globale e lottava contro la divisione dell’Europa: un’Europa pensata in termini di cultura, civiltà e valori condivisi.

Con il sorgere del movimento di Solidarność alla fine degli anni Settanta i polacchi assunsero un ruolo importante nel processo politico che avrebbe portato al futuro crollo del comunismo. L’autore sottolinea che la forza di Solidarność fu l’idea di realizzare un processo di auto-organizzazione della società civile come strategia centrale del dissenso contro il regime comunista. Il dissenso in Polonia non era un ghetto di intellettuali ma la punta dell’iceberg di una società che reclamava un tenore di vita accettabile e un ruolo maggiore sul piano politico. La strategia dei leader di Solidarność fu la progressiva conquista di spazi di autonomia e libertà erodendo dall’interno il potere comunista; la ricerca di una liberalizzazione interna del regime senza contestare apertamente la collocazione internazionale della Polonia.

L’avvento di Gorbaciov fu, comunque, ad avviso di Rupnik, decisivo nello smantellamento del sistema comunista in Europa orientale. Il riformismo di Gorbaciov mise in crisi la vecchia ideologia comunista sovietica, ad esempio rinnegando la dottrina Brežnev con alcuni discorsi nel 1988 che, proclamando la fine del monopolio del socialismo comunista sulla verità e l’abbandono dell’idea dell’uso degli Stati cuscinetto in funzione anti-occidentale, di fatto smantellarono la legittimazione politica e ideologica all’interventismo sovietico in Europa centro-orientale. Quindi la politica di revisione e apertura di Gorbaciov, con la sua rinuncia a intervenire politicamente e militarmente in Europa centrale a partire dal 1988 – rinuncia provocata dai problemi interni sovietici, dalla lezione tratta da altri interventi militari e dalla crisi della ideologia comunista sovietica – fu un elemento essenziale nella destabilizzazione dei regimi comunisti dell’Europa orientale.

Rupnik si pone la domanda se il crollo del comunismo in Europa centro-orientale fu un’autentica rivoluzione. A tale riguardo opportunamente ricorda che in vari paesi la fine del comunismo di fatto fu soprattutto una transizione negoziata con elementi delle vecchie élite comuniste, che in parte rilevante seppero poi riciclarsi e riposizionarsi nel nuovo sistema post-comunista. Per François Furet una vera rivoluzione è portatrice di una nuova idea, di un nuovo progetto sociale, mentre dai mutamenti del 1989 non è emersa alcuna idea innovatrice, ma una tendenza alla restaurazione del passato e all’imitazione dei valori e dei modelli liberali occidentali: il ripristino dei principi di libertà e sovranità dei popoli, di proprietà privata e libero mercato. A parere di Rupnik, è opportuno mantenere il termine rivoluzione per definire gli eventi in Europa centro-orientale nel 1989 in quanto questi ultimi produssero pacificamente un mutamento radicale dell’assetto politico europeo portando allo smantellamento delle strutture del potere comunista e creando ovunque un nuovo ordine politico, economico e sociale: gli eventi del 1989  furono rivoluzioni democratiche prodotte da una sollevazione pacifica di popoli mossi dall’aspirazione alla libertà e alla sovranità.

Nei decenni successivi al 1989 vi è stata una straordinaria convergenza delle economie e dei sistemi politici fra Europa dell’Est e dell’Ovest. In particolare in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, vi è stato un riuscito processo di democratizzazione liberale e l’instaurazione di un sistema economico capitalista, il cui esito finale fu l’adesione all’Unione europea e all’Alleanza atlantica. Rupnik sottolinea come in Europa centro-orientale dopo il 1989 si è optato in maniera preponderante per un capitalismo ispirato al modello anglo-americano, ostile a eccessive regolamentazioni e a uno Stato assistenziale ipertrofico. Nonostante i successi raggiunti dai Paesi dell’Europa centrale sul piano politico e economico, dopo l’adesione all’Unione europea in essi si è progressivamente diffusa una certa stanchezza e critica verso il modello democratico liberale occidentale, unita ad un’insoddisfazione riguardo a come è stata realizzata la transizione post-comunista.  I benefici della crescita economica sono stati distribuiti in maniera non uniforme, previlegiando le grandi città, le fasce sociali più colte, alcuni gruppi di giovani a scapito di anziani, pensionati e popolazione rurale. Vi è stata la sopravvivenza del ruolo dei membri del vecchio apparato comunista che hanno accettato la perdita del potere politico in cambio dell’acquisizione di un maggiore potere economico: ricorrendo a corruzione e a manipolazione del diritto essi si sono impossessati di larga parte delle strutture economiche private.

L’Unione europea dominata da Francia e Germania è cominciata ad apparire un’entità potenzialmente minacciosa per l’identità e gli interessi nazionali; per riprendere le accuse dell’ideologo del Partito polacco Diritto e Giustizia, Zdizisł Krasndębski, le élite dominanti l’Europa centrale dopo il 1989 hanno creato una democrazia liberale che ha condotto all’atomizzazione della società e all’asservimento dell’economia polacca agli interessi stranieri. Rupnik sottolinea giustamente che, se nel corso di due decenni dopo il 1989, vi è stata una forte convergenza economica e politica fra Europa dell’Est e dell’Ovest, la situazione è assai diversa se si considerano i cambiamenti della società, della mentalità, del modo di rapportarsi alla diversità e alla coesistenza con altre culture. Ad esempio, polacchi, ungheresi, slovacchi hanno una diversa concezione di nazione e di Europa rispetto a quella degli occidentali prevalentemente fondata sull’idea di cittadinanza. Queste nazioni dell’Europa centrale sono state a lungo prive di uno Stato e si sono pensate soprattutto nei termini di nazioni culturali (Kulturnationen), definite dalla lingua, dalla cultura e spesso dalla confessione religiosa. Gli abitanti dell’Europa centrale hanno trasposto questo approccio alla loro definizione dell’Europa in termini di cultura e civiltà, mentre le élite europee occidentali e l’Unione europea tendono invece oggi a definirsi in riferimento a valori e diritti umani universali, respingendo qualsiasi definizione in termini culturalisti dell’Europa.

La fine del consenso sulla gestione della vita politica dopo l’adesione all’Unione europea, la diffusione di sfiducia nella legalità e nella democrazia, la crisi economica e finanziaria internazionale successiva al crollo della Borsa di Wall Street del 2008 (che a sua volta ha generato la crisi dell’idea di libero mercato e del liberismo, il ritorno di un ruolo centrale dello Stato, la fine del sogno europeo e di una globalizzazione dominata in maniera incontrastata dall’Occidente), gli errori dell’Unione europea nell’affrontare la recessione economica di Paesi come la Grecia, hanno creato le condizioni favorevoli per l’emergere e affermarsi di partiti populisti e nazionalisti, antiliberali ma democratici, ostili al liberismo e favorevoli a forti programmi di assistenza sociale, in Europa centrale: Diritto e Giustizia in Polonia, lo Smer di Robert Fico in Slovacchia e Fidesz guidato da Viktor Orbán in Ungheria.

Il politologo franco-ceco nota come i protagonisti di quella che lui definisce criticamente “regressione democratica” siano spesso non vecchi comunisti, ma ex dissidenti, personalità che avevano contribuito ai cambiamenti democratici nei propri paesi. Alla fine degli anni Ottanta Viktor Orbán era il capo di un movimento studentesco dissidente e uno degli uomini simbolo della rivoluzione del 1989 in Ungheria; il suo movimento di orientamento liberale, l’Alleanza dei giovani democratici (Fidesz), è il solo partito sorto dal dissenso dell’Europa centrale che è riuscito a sopravvivere fino ai nostri giorni. Jarosław Kaczyński, capo del partito Diritto e Giustizia (PiS), viene dal movimento di Solidarność e fu collaboratore di Lech Wałęsa.

Rupnik spiega efficacemente gli elementi fondamentali dei nuovi nazionalismi populisti rappresentati da Kaczyński e Orban. I nazionalisti populisti rivendicano un monopolio politico-culturale sulla rappresentanza del popolo e della nazione. Il discorso populista elabora una visione unificante e mobilitante della nazione, che è rappresentata come minacciata dall’esterno, e contrappone il popolo virtuoso a élite corrotte. Vi è la contrapposizione anche fra società aperta e società protetta, poiché, come afferma Orban, la gente vuole società democratiche, ma non società aperte. I nazionalisti populisti chiedono leadership politiche forti e una democrazia plebiscitaria diretta. Si teorizza l’idea che la sovranità popolare non debba subire intralci: da qui l’attacco ai contropoteri istituzionali come Corte costituzionale e magistratura e la tendenza a considerare l’amministrazione pubblica qualcosa di non neutrale. Si riabilita il potere forte dello Stato nazionale in contrapposizione all’Unione europea. Gli ex dissidenti polacchi Marcin Król e Ryszard Legutko, seguaci di Kaczyński, criticano agli intellettuali che si sono fatti irretire dal liberismo e accusano l’Unione europea di promuovere un’agenda liberale progressista che mira alla dissoluzione dei valori familiari e religiosi a vantaggio di Lgbtq, femminismo e multiculturalismo.

Tema comune di Orban e Kaczyński è anche quello della rivoluzione tradita. Accusano i liberali e i governi precedenti di avere concluso un compromesso immorale e pericoloso con gli ex comunisti, garantendogli la sopravvivenza della loro presenza nelle amministrazioni pubbliche e concedendogli troppo potere nell’economia: da qui la richiesta di una decomunistizzazione radicale e gli attacchi ai media, alle istituzioni culturali e alla magistratura, accusati di essere dominati da elementi ex comunisti. Battaglia importante dei nazionalisti populisti ungheresi e polacchi è quella del patriottismo economico, ovvero lo sforzo di limitare l’influenza dei capitalisti e delle multinazionali straniere nell’economia. Risposta al predominio del capitalismo straniero è la costruzione di forti strutture capitalistiche private nazionali, appartenenti a famiglie e clan legati al potere politico.

Le analisi di Rupnik sono evidentemente di grande interesse, soprattutto per il lettore italiano, che può constatare similitudini e differenze fra i processi politici e culturali dell’Europa centrale e quelli del proprio Paese. L’azione di governo di Fidesz e del PiS ha suscitato aspre polemiche internazionali e radicalizzato lo scontro politico interno: in Polonia soprattutto una fetta importante delle borghesie cittadine è fiera avversaria delle politiche del PiS. Ma sul piano elettorale i due partiti nazional-populisti hanno dimostrato di godere di un forte e duraturo consenso popolare. Fidesz e PiS sono stati capaci di creare solidi blocchi sociali a proprio sostegno e ramificate strutture di potere in cui questioni politiche ed economiche sono intrecciate in maniera talvolta perversa. Ma quello che a noi sembra giusto sottolineare è che, al di là delle simpatie o antipatie ideologiche di ciascuno, non si può negare che Orban e Kaczyński siano autentici e capaci leader politici, in possesso di una organica e chiara visione ideologica e degli interessi del proprio Paese, che li rende efficaci e concreti sul piano dell’azione politica interna e internazionale.

I nazionalisti populisti ungheresi e polacchi, a differenza dei loro imitatori italiani, esprimono un pensiero politico e ideologico forte e complesso, prodotto di una seria, anche se discutibile in alcune sue tesi, riflessione e analisi della storia e dei problemi dei propri Paesi e dell’Europa condotta da intellettuali e politici di livello e capacità. Rupnik, liberale progressista europeista con scarsa simpatia per il neonazionalismo centro-europeo, giustamente sottolinea che i nazionalpopulismi dell’Europa centrale non sono movimenti fascisti e che Orban e Kaczyński non sono ostili al processo d’integrazione europea in quanto consapevoli dell’utilità per i loro Stati di appartenere ad un grande spazio economico e politico continentale. Essi esprimono piuttosto una visione dell’Europa simile a quella britannica o di De Gaulle, secondo la quale <<il quadro privilegiato in cui si colloca la politica era e resta lo Stato nazionale>>. Le loro richieste di porre al centro gli interessi delle nazioni e la loro volontà di una “controrivoluzione” in Europa, fondata su una revisione delle strutture e dei poteri decisionali dell’Unione europea e sul trasferimento di poteri ai parlamenti nazionali, sono abbastanza vicine alla visione britannica.

Le posizioni politiche europee di Orban e Kaczyński sono quindi diverse dall’eurofobia infantile e irrazionale propagandata dai cosiddetti sovranisti e populisti italiani di destra e sinistra, sostenitori di un’uscita dall’Unione europea e dall’euro.

Personalmente troviamo condivisibili alcune constatazioni e auspici che Rupnik fa in conclusione del suo stimolante volume. Le élite liberali del continente europeo sono in declino perché non sono state in grado di riformulare il progetto liberaldemocratico in modo da renderlo ancora attuale in questa fase della globalizzazione. Giustamente egli sottolinea la necessità di operare una distinzione fra liberalismo politico e liberismo economico. I nazionalismi populisti dell’Europa centrale non puntano alla dissoluzione dell’Unione europea o ad una uscita da essa; manifestano comunque una diversità di visione dell’Europa e un approccio a certe questioni politiche, ad esempio quella dei migranti, su cui bisogna riflettere e con cui bisogna confrontarsi. Vi è l’esigenza di trovare una nuova impostazione alla questione dell’immigrazione e dell’identità europea, diversa sia dalla costruzione dei muri di Orban che dal generico universalismo alla Merkel. A parere di Rupnik, l’Europa ha bisogno di confini sicuri e certi. Occorre accogliere i migranti ma anche pensare a come integrarli nella società. Si ha il dovere di dire ai migranti quali sono i nostri valori e che tipo di società siamo.

Vi è oggi una crisi di fiducia nel progetto europeo e la sfida dei populismi obbliga l’Europa ad autodefinirsi in maniera nuova. In ogni caso, aggiungiamo noi, in un momento di destabilizzazione politica esterna del sistema geopolitico euro-mediterraneo a est e sud e di difficoltà economiche interne, per le nazioni europee e in particolare per l’Italia, l’Europa unita e integrata rimane una necessità insostituibile, la garanzia di sopravvivenza dello Stato italiano in un contesto globale sempre più difficile per i singoli Stati nazionali europei. Per l’Italia, insomma, l’integrazione europea è un bene e un destino.

(Pubblicato il 7 agosto 2019 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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