Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Così il Pci militarizzò la nostra storia. Come veramente nacque la Storia contemporanea in Italia

di Eugenio Di Rienzo

Il volume di Gilda Zazzara (La storia a sinistra. Ricerca e impegno politico dopo il fascismo, Laterza, pp. 208, € 20,00) sostiene una tesi difficilmente condivisibile e anzi del tutto erronea. Secondo l’autrice, solo dopo il 1945 e grazie all’opera d’intellettuali e politici del Pci e del movimento azionista «gli studiosi italiani riuscirono a sviluppare con la politica un rapporto peculiare e complesso, che accompagnò la gestazione di una nuova e autonoma disciplina storiografica: la Storia contemporanea». Nulla di più inesatto di questa ricostruzione, se si pensa che fin dal 1917 la «Nuova Rivista Storica», fondata da Corrado Barbagallo, iniziava le sue pubblicazioni con una serie di articoli dedicati a esaminare le conseguenze politiche, economiche e sociali della Grande Guerra e che, anche prima di quella data, altri grandi maestri, compreso lo stesso Croce, si cimentarono con l’analisi della «storia recente e recentissima».

Il 16 gennaio 1906, infatti, Gioacchino Volpe proponeva a Salvemini di creare «una rivista destinata ad allontanarsi «dai lavori in cui l’erudizione sia scopo a se stessa, per agitare invece questioni larghe e vitali che riguardino i problemi della epoca nostra». Il 30 aprile 1918, poi, Volpe presentava a Croce il suo progetto di una storia della Grande Guerra da intendersi come primo esperimento di una Storia dell’Italia contemporanea che poi avrebbe dato luogo alle grandi sintesi dell’Italia in cammino. L’ultimo cinquantennio (1927) e di Italia moderna (1949-1952).

Penso che tutto, in fondo, dipenderà dal trovare un manipolo di studiosi seri, un po’ affiatati spiritualmente, persuasi dell’utilità di conoscere e far conoscere bene, studiando la guerra e i precedenti e i connessi e annessi suoi, l’Italia moderna. L’Italia di oggi, appunto, che, in questo sforzo di guerra, si rivela in ogni sua parte, mette allo scoperto ciò che era nascosto, ci presenta vivo e frammentario ciò che noi sapevamo per sentito dire o per intuizione approssimativa, ci permette di intender meglio tutta la storia d’Italia del XX secolo. Se questo manipolo di studiosi si troverà, se da ognuno di essi uscirà fuori uno studio coscienzioso sopra taluni aspetti dell’Italia contemporanea (poiché nella guerra italiana c’è tutta l’Italia), noi non diremo di aver la storia della guerra, che deve essere opera unitariamente concepita e scritta, ma avremo dei saggi storici: e non saranno inutili per la coltura e la educazione nazionale nostra e per una miglior conoscenza dell’Italia fra gli stranieri. Non vi dirò qui tutto il piano del lavoro, come io lo concepirei. Vedo uno studio su Italia e Francia nell’ultimo cinquantennio (rapporti politici, rapporti di coltura, francofilia italiana, legami di partito, nostra accettazione di ideologie francesi, ecc., ecc.); altri di egual numero, su Germania e Italia, Inghilterra e Italia; su I problemi balcanici e adriatici dell’Italia nell’ultimo cinquantennio; su la Formazione e sviluppo della coscienza nazionale italiana nei paesi politicamente non italiani; su Il papato, la chiesa e il clero italiano di fronte alla guerra italiana; su La guerra e le maestranze operaie; su L’opinione pubblica dei paesi amici, neutrali, nemici su l’Italia durante la guerra; su Gli Italiani all’estero (gli emigranti) e la guerra nostra, ecc. ecc. E poi una ricostruzione degli avvenimenti ottobre-novembre 1917 (non come storia militare ma come crisi italiana, dell’esercito e del paese, come reazione dell’opinione italiana ecc.), una serie di profili o medaglioni degli uomini che meglio hanno rappresentato in questi tre anni l’Italia in guerra, che meglio hanno operato, che meglio incarnavano certe capacità nuove o riaffiorate ora del nostro popolo. Nessuno si illude di poter dar giudizio storicamente esatto in ogni sua parte su questi avvenimenti che ora ai nostri occhi si presentano più o meno grandi o più piccoli di quello che non sono in realtà, di quello, cioè, che non si presenteranno di qui a 10 o 20 o 50 anni, a svolgimento compiuto o avanzato. Ma intanto si raccoglieranno e si sistemeranno materiali storici (per quel tanto che le due operazioni del raccogliere e dell’elaborare sono distinte e possono farsi da distinte persone) e si darà una prima valutazione dei fatti: la quale per un verso sarà più imperfetta di quella che sarà data fra 50 anni, ma per un altro avrà certe condizioni di superiorità…

Questo progetto di public history interessava, non solo Volpe e la sua scuola, l’intera generazione storiografica della prima metà del Novecento, senza distinzioni di partito e d’ideologia: da Salvemini a Salvatorelli a molti altri. In tutti loro era forte il senso di una mission: fare della storia lo strumento dell’apprendistato politico-civile della nazione. Di qui l’attenzione a dibattere temi d’interesse generale e di attualità contemporanea e a realizzare nuove forme di comunicazione storica estese a un pubblico sempre più ampio. Nella primavera del 1941, nasceva la rivista «Popoli» diretta da due allievi di Volpe, Federico Chabod e Carlo Morandi: un periodico di alta divulgazione che, nell’editoriale di apertura, si rivolgeva direttamente al lettore, dichiarando di voler contraddire il luogo comune, secondo il quale «le persone, pur intelligenti e colte, ma non specializzate in questa o quella branca del sapere, devono starsene fuor dalla porta del tempio, dove i sacerdoti – cioè gli specialisti – celebrano in gran segreto i loro riti misteriosi». Per raggiungere tale obiettivo, la storia doveva trasformarsi in indagine del presente, in grado di dare conto della situazione economica e strategica dei grandi sistemi geopolitici (i Balcani, il Medio Oriente, il Pacifico) investiti, assieme all’Europa occidentale, dalla tempesta del secondo conflitto mondiale.

Tutto questo doveva avvenire, comunque, senza tradire il primo dovere del mestiere di storico e cioè l’obbligo di impegnarsi in un lento e faticoso approssimarsi alla verità dei fatti, senza lasciarsi condizionare dai pregiudizi dello sciovinismo nazionale o da quelli di classe. Si trattava di una lezione del tutto opposta a quella di Gramsci che, nei suoi Quaderni, intendeva fare dello studio del passato uno strumento di immediati interessi pratici destinato a eliminare ogni diaframma tra coscienza storica e azione di partito. «La storia» – aveva scritto Gramsci – «ci interessa per ragioni “politiche” non oggettive sia pure nel senso di scientifiche», perché la conoscenza di un fenomeno storico deve essere soprattutto funzionale all’analisi del presente e limitarsi a fornire «una certa verosimiglianza alle nostre previsioni politiche». Considerate queste premesse, il lavoro storiografico, nel suo complesso, doveva fatalmente ridursi, quindi, a costruzione del «mito politico», a ortodossia interamente dominata dal settarismo ideologico.

Di questa inclinazione che avrebbe caratterizzato la sinistra storiografica fino ai nostri giorni, il volume della Zazzara ci offre un panorama ricco, articolato, ma in fin dei conti tendenzioso e sviante. Secondo l’autrice de La storia a sinistra lo stesso Togliatti avrebbe posto fino a tale orientamento, già nel 1954, censurando quelle posizioni culturali oltranziste che potevano avvalorare «la calunniosa opinione che per noi non esiste verità scientifica ma solo il comodo politico». In realtà il dettagliato rapporto presentato da Gastone Manacorda (allora direttore della rivista «Studi Storici» edita dall’Istituto Gramsci) alla Commissione cultura del Pci nel 1962 dimostrava come quella forza politica non avesse rinunciato alle sue tradizionali tendenze dopo l’intervento del «compagno Ercoli». Gli Appunti per una discussione sulle tendenze della storiografia italiana costituivano, infatti, una violenta requisitoria contro la corrente «tradizionalista» della storiografia italiana del secondo dopoguerra accusata di essersi arroccata nella difesa di «un eclettismo ideologico teorizzato come garanzia di “scientificità”», per difendere il vecchio feticcio dell’autonomia del sapere storico.

Significativamente, nel memoriale di Manacorda non mancavo attacchi ad personam contro esponenti della storiografia liberale come Rosario Romeo, nei cui lavori, si affermava, «il legame ideologico col neocapitalismo è evidente e perfino ingenuamente scoperto, tanto che vi si può riconoscere un caso esemplare di subalternità all’assetto economico dominante». Con quella frase, Romeo era sbrigativamente etichettato come “nemico di classe”, soltanto perché capofila del «blocco culturale moderato» responsabile di ostacolare il «movimento a tendenza egemonica portato avanti dalla giovane guardia della storiografia progressista».

Questa politicizzazione dell’analisi del passato arrivò al punto di pretendere di riservare lo studio della Resistenza ai soli militanti antifascisti. Il “Comitato centrale” dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia, egemonizzato dal Pci, teorizzò, infatti, che «questa storia può farla solo chi l’abbia vissuta: uno studioso che pretenda di scriverla dall’esterno può portare il severo abito mentale del clinico, ma non l’attenta e comprensiva intelligenza di chi solo per averle vissute può intendere le condizioni di pressione e di temperatura nelle quali i fatti si sono prodotti». Contro questo zdanovismo storiografico, che oggi è ancora lontano dall’essere scomparso (si pensi alle maramaldesche aggressioni, verbali e non solo verbali, contro i volumi di Giampaolo Pansa), reagì con forza Leo Valiani in una lettera a Renzo De Felice, inviata nel giugno del 1967, dove si riconosceva l’impossibilità di analizzare il recente passato, basandosi sulla memoria autobiografica dei protagonisti ai quali mancava il necessario distacco critico. «Tutto quello che possiamo fare noi che abbiamo necessariamente ancora una certa posizione passionale nei confronti del fascismo», sosteneva il vecchio oppositore di Mussolini, «è invece segnalare agli studiosi quel che sappiamo per esperienza sofferta», mettendoli in guardia dalle testimonianze dei reduci della guerra civile che «sono troppo spesso ingannevoli e anzi costruite ad arte allo scopo di trarre in inganno».

Recensendo il volume acerbo e spesso molto pretenzioso della Zazzara – la quale dimostra di ignorare completamente le recenti, importanti biografie di «maestri» come Volpe, Cantimori, Romeo, De Felice – Paolo Mieli sul «Corriere della Sera» ha parlato di una meritoria opera di disvelamento di quella che fu l’operazione egemonica del Pci e del suo Apparatnik culturale in questo campo di studi. La mia opinione è, invece, nettamente contraria. La storia a sinistra rappresenta al contrario una subdola e acritica operazione di apologia e di mascheramento di quell’egemonia, ormai sul punto di tracollare definitivamente, alla quale, dispiace, che una giovane studiosa si sia supinamente prestata nel tentativo di costruire una nuova vulgata aggiornata allo spirito dei tempi.

(Pubblicato il 2 luglio 2011 – © «Il Giornale»)

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