Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Il Mediterraneo non bagna l’Italia

La rivista «Nazione Futura», edita dalla Casa editrice Giubilei Regnai e dall’omonimo movimento di idee ha pubblicato un numero monografico dedicato a «L’Italia nel Grande Gioco del Mediterraneo». Qui pubblichiamo la premessa di Eugenio Di Rienzo all’inserto storiografico, che apre il fascicolo, al quale hanno collaborato, insieme a Di Rienzo, altri studiosi di chiara fama: Paolo L. Bernardini, Emilio Gin, Egidio Ivetic, Luciano Monzali, Paolo Soave, Marco Valle.

di Eugenio Di Rienzo

Con questa provocatoria introduzione, che richiama il titolo di un famoso romanzo di Anna Maria Ortese (Il mare non bagna Napoli), si vuole dare il senso a una raccolta d’interventi intesa a mettere il dito sulla piaga del forse più grave errore, politico e culturale, che affligge l’Italia del Terzo Millennio, illuminando il rischio imminente che questo errore la faccia regredire al rango di “Italietta”.

Come ha scritto giustamente uno degli autori di questa raccolta di saggi (Egidio Ivetic), che l’Italia sia il centro del Mediterraneo è logico e scontato. Non tanto scontato è invece il rapporto che l’Italia, nella sua storia, passata, recente, recentissima, ha avuto con il mare che la circonda. Un mare spesso assente nella letteratura, se non come orizzonte comprimario, un mare che non ha bagnato abbastanza gli studi storici che hanno preferito rappresentare, dai manuali alle grandi sintesi, un’Italia decisamente continentale, un promontorio d’Europa piuttosto terragno, poco marinaro. Un mare che è pressoché scomparso nell’ultimo decennio dall’agenda della classe politica del nostro Paese.

Eppure il Medioevo mediterraneo è stato segnato dalle famose quattro Repubbliche marinare, secondo la fortunata formula (coniata da Jean Charles Leonard Simone de Sismondi, all’inizio dell’XIX secolo, nel suo Histoire des Républiques italiennes du Moyen Age), buona per tenere insieme le vicende simili ma diverse di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia. Un dominio marittimo che si era conservato, almeno in parte, fino alla fine del Settecento e più oltre. Poi il rapido decadimento, con la scomparsa della Serenissima e della Dominante, nel 1797, e il declino e la caduta del Regno di Napoli dopo la Guerra di Crimea. Solo con l’Italia unita si torna al mare come dimensione vitale, secondo il monito di Cavour, non sempre ascoltato o bene inteso dai suoi successori. Un percorso difficile, si pensi alla sconfitta di Lissa del 1866, alla «vittoria mutilata» del 1919, al fallimento – a causa dell’ermetica chiusura di Londra e Parigi – del legittimo tentativo intrapreso dal regime fascista di arrivare, tra 1937 e 1939, ad un riequilibrio di potenza nell’antico Mare nostrum latino, evitando il conflitto. Un percorso, però, segnato anche da momenti di eccellenza come la «passione mediterranea» di Crispi, la conquista della Libia con Giolitti, l’assertiva politica di Carlo Sforza, la rivendicazione della centralità del nostro Paese nel Grande Blu rivendicata, con toni e metodi diversi, dall’«altro atlantismo» di Mattei, Fanfani, Moro, Andreotti, Craxi, Berlusconi.

Infine la caduta nel baratro, con la spedizione anglo-francese in Libia del 2011 (sostenuta sul piano diplomatico dall’America “politicamente corretta” di Barack Hussein Obama), la perdita irreversibile della nostra «quarta sponda energetica» e il vertiginoso calo dell’influenza politica del Governo di Roma nel vasto arco geopolitico che va dall’Africa settentrionale al Medio Oriente. Come conseguenza, una Terza Repubblica che ha sviluppato un atteggiamento di distacco dal Mediterraneo, ridotto, nell’immaginario, ad essere lo sfondo plastificato di vacanze sempre più brevi, sempre più nevroticamente e narcisisticamente vissute.

Nei Palazzi romani, nei media più o meno addomesticati, e di conseguenza nel comune sentire degli Italiani, tutto si è fatto per dimenticare e far dimenticare che la forza e le potenzialità della nostra Marina Militare, in mezzi, uomini, apparato tecnologico, non seconda nel mare interno europeo, né alla Royal Navy né alla Marine nationale, costituisce non solo un apparato bellico di altissimo livello. La nostra Flotta e le sue molteplici e ben attrezzate basi rappresentano, infatti, anche uno strumento di eccezionale pressione politica da far valere nei rapporti con i nostri partner (quasi sempre non amici), con i nuovi antagonisti, con i futuri possibili alleati.

Ed è questa tendenza autodistruttiva che gli scritti che seguono avrebbero l’intenzione di denunciare per fare in modo che l’Italia torni a bagnarsi nel suo mare, non certo per farne un’area di predominio o di egemonia assoluta, ma per riappropriarsene anche spiritualmente come risorsa, opportunità, necessità di vita, analizzando una lunga durata storica, che va dagli antichi Stati italiani, alla stagione risorgimentale, al primo e al secondo conflitto mondiale, al dopoguerra, al settantacinquennio repubblicano, alle sfide economiche, politiche, culturali, sanitarie della globalizzazione. Una lunga durata nella quale sempre il nostro Paese, come soggetto attivo o passivo, ha rappresentato il pivot indispensabile per garantire la «balance of power» dell’antemurale marittimo meridionale e orientale del continente che Voltaire aveva chiamato «Europa cristiana».

(Pubblicato il 18 giugno 2021 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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