Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Dai Pini di Roma ai Cedri di Beirut. I rapporti internazionali tra Italia e Libano, 1943-1958

di Luciano Monzali

Il Libano è stato un qualcosa di vicino e abituale per gli italiani vissuti nell’età della Prima Repubblica. Chi scrive, nato negli anni Sessanta in una Modena governata in maniera pragmatica e paternalistica da un comunismo emiliano piuttosto provinciale e chiuso, conobbe la realtà libanese fin dall’infanzia. I pochi stranieri che vivevano nella mia città negli anni Sessanta e Settanta e con cui io entrai in contatto nell’infanzia erano proprio libanesi emigrati in Italia. Mi ricordo che, ancora bambino, accompagnavo mia madre al forno di quartiere gestito da libanesi, fatto che suscitava commenti e pettegolezzi in molti abitanti autoctoni. Ancora ingenuo e inesperto, rimanevo colpito dalla padronanza della lingua italiana, dalla capacità di integrazione nella società modenese e dall’assimilazione dei nostri usi e costumi da parte degli immigrati libanesi. Poi a partire dalla metà degli anni Settanta i giornali e le televisioni cominciarono a occuparsi intensamente delle tragiche vicende della guerra civile libanese, con un’attenzione particolare, che i mass media italiani, malati di provincialismo occidentalista, riservavano solitamente solo a Paesi come la Francia o la Gran Bretagna. All’epoca non ero consapevole che tutto ciò fosse il prodotto e la conseguenza dell’esistenza di un rapporto di stretta vicinanza politica, economica e culturale fra Italia e Libano, vicinanza che era sorta nel secondo dopoguerra per esplicita volontà dei governi dei due Paesi.

Roberta La Fortezza, dottore di ricerca dell’Università degli studi Aldo Moro di Bari e analista di politica internazionale e intelligence, ci racconta la genesi e la storia di questa amicizia particolare fra Italia e Libano in un interessante volume, recentemente edito da Rubbettino, intitolato Cedri e Ulivi nel giardino del Mediterraneo. Storia delle relazioni diplomatiche italo-libanesi tra il 1943 e il 1958.

L’opera di Roberta La Fortezza s’inserisce in un interessante filone di ricerca sulla politica estera dei governi De Gasperi che ha fatto conoscere alcuni aspetti poco noti dell’azione internazionale dello statista trentino. I bei volumi di Luca Riccardi su Israele (Il «problema Israele». Diplomazia italiana e PCI di fronte allo Stato ebraico (1948-1973), Milano, Guerini, 2006), di Federica Onelli sulle relazioni fra Italia ed Egitto (All’alba del neoatlantismo. La politica egiziana dell’Italia 1951-1956, Milano, Angeli, 2013), di Marcello Rinaldi su Italia e Grecia nel secondo dopoguerra (Verso un’inevitabile amicizia. Italia e Grecia tra il 26 maggio 1944 e il 5 novembre 1948, Roma, Società Editrice Dante Alighieri-Nuova Rivista Storica, 2018), nonché lo splendido libro di Pier Luigi Ballini su De Gasperi (Alcide De Gasperi. Dalla costruzione della democrazia alla “nostra patria europea” 1948-1954, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009) ci hanno mostrato come già nel periodo degasperiano, nonostante le limitazioni di sovranità imposte dalla sconfitta militare e la debolezza del Paese, vi fosse la volontà della nuova Italia di svolgere un’attiva politica mediterranea e di ritornare a essere presente nei Balcani e in Medio Oriente. L’idea di De Gasperi fu di puntare innanzitutto alla riconciliazione con i popoli vittime dell’espansionismo fascista e di fare dell’Italia un punto di riferimento per la pacificazione dell’area mediterranea, cercando di favorire l’intensificazione dei rapporti economici in tutta la regione. Era una politica motivata dalla fortissima esigenza di trovare sbocchi commerciali ed emigratori all’estero per la società italiana, ma che per alcuni anni scontò l’enorme ostacolo costituito dalle rivendicazioni italiane sulle ex colonie prefasciste. In particolare il tentativo italiano di tornare in Tripolitania suscitava fortissime ostilità nel mondo arabo rendendo difficile la creazione di rapporti di collaborazione e amicizia con i Paesi del Medio Oriente. In quegli anni diventò cruciale il rapporto con il Libano, diventato da pochi anni indipendente, perché era l’unico paese arabo disposto alla collaborazione con l’Italia nonostante le rivendicazioni territoriali sulla Libia.

Come ci spiega bene Roberta La Fortezza, la politica estera del Libano, nonostante il forte condizionamento esercitato da Paesi come Egitto e Siria, cercava di intrecciare buoni e cordiali rapporti con Stati europei mediterranei come l’Italia ritenendo fondamentale il sostegno europeo per preservare l’indipendenza del Paese e il suo delicato equilibrio interno fra comunità musulmane e cristiane. Segnale importante della volontà di amicizia libanese verso l’Italia fu la conclusione di un trattato di amicizia e commercio nel febbraio 1949, ancora nel pieno della tensione italo-araba per il futuro della Libia. Nella storia della politica estera dell’Italia postfascista questo trattato occupa un posto importante poiché fu il primo accordo di questo tipo concluso con un paese arabo dopo la seconda guerra mondiale e segnò il ritorno di una presenza italiana in Medio Oriente.

I rapporti dell’Italia con il Libano e il mondo arabo si semplificarono dopo la decisione di De Gasperi di appoggiare e riconoscere il diritto alla autodeterminazione politica di libici ed eritrei nel 1949 e la definizione della questione libica con la creazione di una Libia indipendente sotto la monarchia senussita. La presenza economica e politica dell’Italia in Medio Oriente s’intensificò nel corso degli anni Cinquanta e il Libano mantenne un posto speciale nella politica del nostro Paese nella regione. Il Libano era visto dall’Italia repubblicana come un positivo modello di società mediorientale libera e pluralista, orientata verso stretti rapporti con gli Stati europei e occidentali. Da qui l’attenzione della classe dirigente italiana verso il Libano e la volontà di preservarne l’indipendenza e di garantirne la pace interiore. Poi, come ha rilevato uno dei maggiori esperti italiani di Medio Oriente, Luca Riccardi, nella sua bella prefazione al volume di Roberta La Fortezza, l’attenzione dei governanti italiani, per esempio di Fanfani e Segni, verso la situazione libanese era stimolata anche dall’interessamento della Santa Sede verso il Paese dei Cedri: per la Santa Sede “il Libano era pur sempre visto come l’unico Stato arabo dove i cristiani potevano esercitare un ruolo politico di assoluto rilievo. E non è un caso che anche l’amicizia con il Libano divenisse un terreno dove Italia e Santa sede trovarono una felice sintonia”.

Roberta La Fortezza mostra una rara capacità di analisi e comprensione della società e della politica libanese e ricostruisce molto bene i condizionamenti e le difficoltà della classe dirigente libanese nello svolgere un ruolo attivo sul piano internazionale e a preservare un’autonomia minacciata dal difficile contesto mediorientale. In particolare dopo il 1956, con lo scontro fra l’Egitto nasseriano e le Potenze anglo-francesi, divenne difficile per il Libano mantenere contemporaneamente buoni rapporti con i paesi occidentali e una cordiale collaborazione con l’ala più nazionalista del mondo arabo guidata da Nasser. E non a caso proprio a partire dal sorgere della rivalità fra Nasser e Stati occidentali ebbe inizio la progressiva destabilizzazione dell’assetto interno libanese che avrebbe portato alla guerra civile degli anni Settanta. L’Italia repubblicana percepì questo pericolo e nel suo tentativo di coltivare buone e cordiali relazioni con l’Egitto nazionalista negli anni Cinquanta e Sessanta vi era anche la consapevolezza di quali pericoli per la pace e la stabilità del Medio Oriente, in particolare per il Libano, vi fossero nell’aggravarsi dell’antagonismo fra nazionalismo arabo e Occidente.

Cedri e Ulivi nel giardino del Mediterraneo costituisce una lettura utile per chi vuole capire e comprendere cosa è il Libano, ed è un contributo significativo per una migliore conoscenza e consapevolezza di alcuni aspetti e momenti importanti della politica estera dell’Italia della Prima Repubblica verso il Medio Oriente. Una politica estera, quella di De Gasperi, Sforza, Martino, Fanfani e Moro, erede ed espressione di una antica e plurisecolare tradizione politica e diplomatica italiana risalente all’Alto Medioevo e che rimane un prezioso e importante punto di riferimento per l’Italia contemporanea, un Paese che negli ultimi decenni sembra aver perso un chiaro orientamento e precise direttive sul piano internazionale.

(Pubblicato il 31 marzo 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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