Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

L’armata scomparsa. I militari italiani prigionieri della Germania nazista

di Eugenio Di Rienzo

Erodoto narra di interi eserciti smarritisi nei deserti della Libia, e poi svaniti nel nulla. Anche l’Italia però ha avuto la sua armata scomparsa. Dopo l’8 settembre 1943, più di 600.000 soldati italiani vennero catturati, e internati nei campi di concentramento nazisti, da cui poterono fare ritorno solo dopo la fine del conflitto. Di essi, per molto tempo, nessuna traccia significativa è restata nella ricerca storica e nella memoria collettiva.

Solo Sergio Cotta, nel 1994, in un bel libro sulla lotta di liberazione, oggi quasi dimenticato, rammentava il grande contributo che l’esercito italiano fornì alla guerra contro gli occupanti tedeschi. Insieme alle formazioni partigiane, contrastarono valorosamente le forze germaniche centinaia di migliaia uomini, tra reparti del ricostituito Regio Esercito, e interi reggimenti datisi alla guerra per bande nella Penisola Balcanica, sotto comando italiano e vessillo tricolore. A questo numero va sicuramente aggiunta la cifra dei prigionieri, ufficiali e truppa, che in larghissima percentuale, oltre il 75%, rifiutarono l’arruolamento nei contingenti della Repubblica fascista, trasformandosi in resistenti disarmati.

La vicenda di questi uomini è ora ricostruita nel dettaglio dal volume di Mario Avagliano e Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi, 1943-1945 (Il Mulino, pp. 458, € 26.00). Da questa analitica ricerca, risulta come la condizione dei nostri prigionieri si situava in un gradino molto più basso di quello riservato ai militari di altre nazionalità caduti nelle mani della Wehrmacht (esclusi, naturalmente, Polacchi e Russi). Considerati dei traditori, rei di avere abbandonato proditoriamente i loro alleati di ieri, per le nostre truppe non valevano le normali garanzie assicurate dalla Convenzione di Ginevra, soprattutto dopo la perdita del loro status di «internati militari» e la loro trasformazione, nell’agosto 1944, in «lavoratori civili». L’armata perduta si trasformò così in un esercito di schiavi: una massa di “sotto-uomini”, naturalmente destinati al lavoro servile, nell’ottica di un’ideologia razzista, che, dopo gli ebrei, i rom, gli slavi, vedeva anche negli italiani una etnia inferiore, per «i suoi antichi connubi con le stirpi negroidi e semite che avevano popolato il bacino del Mediterraneo».

Se terribili erano state le condizioni dell’internamento, avvilenti saranno quelle del ritorno in patria. Alla fine dell’estenuante prigionia, ai sopravvissuti verrà negata ogni forma di risarcimento economico, ogni sostegno di carattere morale. Nessuna Nazione, certo, accoglie come eroi i militari reduci dalla prigionia, dopo una guerra perduta e malamente perduta. Ma per gli scampati dai lager si oltrepassò ogni segno. Contro di essi si levò addirittura l’accusa di collaborazionismo, per non essere riusciti a indebolire con ribellioni e sabotaggi lo sforzo bellico nazista.

Nel dicembre del 1946, Ernesto Rossi scriveva a Gaetano Salvemini, parlando con disprezzo dei «reduci dalla prigionia che pretendono di essere accolti con bande e fanfare». Soltanto un mese prima, un gruppo di ex internati aveva firmato una dolente petizione, per lamentare il disinteresse della nuova classe dirigente nei loro confronti: «Vediamo i partigiani, liberatori, ben vestiti e ben nutriti perché il governo li premia. E noi? Per chi fu il nostro sacrificio dunque? Per chi abbiamo rifiutato di collaborare con il nemico?».

(Pubblicato il 6 marzo 2020 © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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