Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Nelle Quattro giornate ci fu anche la borghesia

Alfredo Parente, intellettuale liberale, braccio destro e armato di Benedetto Croce, fu in prima fila contro i tedeschi a Napoli battezzando la rivolta. Nei suoi diari il racconto inedito di professionisti che nascosero ricercati e diffusero la stampa clandestina


di Ugo Cundari

Braccio destro, e armato, di Benedetto Croce, Alfredo Parente combatté contro i tedeschi nelle Quattro giornate di Napoli, espressione che coniò lui, e fu il punto di riferimento dell’antifascismo cittadino. Oggi se ne pubblicano i diari inediti in Alfredo Parente. La lunga vigilia. Pensieri e ricordi politici 1943-1946 (Società editrice Dante Alighieri, pagine 262, € 9,00) a cura di Gerardo Nicolosi, che firma anche una lunga introduzione critica al personaggio, che fu intellettuale, filosofo, musicologo, giornalista assiduo collaboratore de «Il Mattino», pittore e scultore, famosa è la sua rappresentazione di un Croce severo e corrucciato, custodita al museo di San Martino.

Queste memorie, che non pubblicò mai continuando a lavorarci fino alla sua morte nel 1985, furono scritte nel corso del 1946, grazie a dei taccuini sui quali l’autore aveva l’abitudine di annotare fatti e pensieri» scrive Nicolosi. Dai suoi scritti viene fuori, come sottolinea il curatore, «una Napoli inedita, nella quale la borghesia, di solito bistrattata, definita immobile e passiva, giocò un ruolo di primo piano nella lotta contro i fascisti e i tedeschi. I borghesi napoletani nascondevano i ricercati in casa e diffondevano documentazione clandestina».

Parente era al centro di una fitta rete di contatti grazie alla quale raccolse intorno a sé medici, ingegneri, avvocati, farmacisti, intellettuali, che tenevano riunioni clandestine nei loro salotti, alla Biblioteca nazionale, all’Istituto di storia patria. Parente in una pagina drammatica ricorda la fuga dei napoletani dai tedeschi: «L’esodo era impressionante e penoso. La gente si moveva meccanicamente perché non c’era scelta. Persone inferme, paralitici, bambinelli, vecchi cedenti erano trasportati alla rinfusa con le disordinatamente raccolte masserizie su traballanti carri e carretti noleggiati con l’acqua alla gola a prezzi sbalorditivi. Una teoria interminabile di persone, spesso senza meta, senza un preciso punto di riferimento, senza una certezza di trovare un alloggio qualsiasi, consapevole soltanto di dover lasciare la propria abitazione con le proprie cose, paziente e rassegnata all’ineluttabile, stupita e assente, si spandeva come uno sciame lungo la bella via di Posillipo, verso il centro, portando a spalla o trascinando faticosamente bambini, involti, secchi, valige, materassi, cani».

L’intellettuale manteneva rapporti con i maggiori gruppi antifascisti italiani tra Roma, Firenze e l’alta Italia, per organizzare la lotta clandestina. Nelle Quattro giornate, espressione con la quale voleva evocare le lotte nazionali del Risorgimento, si trovò dietro le barricate insieme all’avvocato Mario Florio, al banchiere Renato Morelli, all’antiquario Attilio Bowinkel, al chirurgo Beniamino Rosati, all’editore Riccardo Ricciardi. Insomma Parente sottolinea che la rivolta antifascista e antitedesca scoppiò con il grande contributo della borghesia napoletana, non fu solo il frutto di una rivolta popolare. È impietoso nell’identificare le colpe degli italiani: «Il terreno attraverso cui aveva conficcato le sue radici il fascismo fu quello della viltà e della paura, accompagnate dallo zelo del servire e del prostrarsi che, andando spesso oltre il richiesto dalla tirannide, in sulle prime ancor timida e incerta, le diede respiro e incoraggiamento e la fece crescere rapidamente e smisuratamente in baldanza e sicurezza».

Dopo la guerra, Parente fu l’organizzatore del partito Liberale a Napoli poi nel 1946 si allontanò dalla politica per dedicarsi all’attività di giornalista, scrivendo per anni su «Il Mattino» di musica, spettacoli, lirica, in qualche occasione anche firmando editoriali, come il 15 agosto del 1943 in cui invocò «il ripristino delle libertà, che definisco divinità, che passa necessariamente attraverso una rigenerazione morale del Paese, che inchioda la nuova classe dirigente a precise responsabilità: bisogna rimanere puri e rimanere puri significa innanzitutto dimostrare di aver contrastato il regime disinteressatamente, significa non reclamare ricompense di alcun genere ed anzi essere pronti ad assumere i più onerosi incarichi motivati soltanto dal senso del dovere».

(Pubblicato il 16 febbraio 2020 ©  «Il Mattino»- Macro. Cultura e spettacoli)

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