Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Que reste-il della Rivoluzione francese? Una domanda adatta al tempo e all’ora

di Alessandro Guerra

La rivoluzione francese è una storia viva, una storia ancora in grado di restituire complessità al tempo presente, questo almeno il parere espresso recentemente da un gruppo di storici francesi coordinati da Michel Biard. Pur messa in discussione dalla vulgata presentista e globalista, la rivoluzione funziona ancora come termine storico periodizzante, l’epoca-sella a cui ritornare per leggere la modernità. Nei cantieri di ricerca aperti su quel grande evento, vecchie e nuove generazioni di studiosi provano a indagare il passato mettendo a lavoro le suggestioni, i temi, i concetti che il presente fornisce nel tentativo di spiegare l’origine dei fenomeni che agitano il nostro tempo. «La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costituito dal tempo omogeneo e vuoto, ma da quello riempito dell’adesso», diceva Benjamin, che trovava poi in Robespierre e nella rivoluzione francese l’esempio migliore per sintetizzare questo concetto. D’altro canto, lo stesso Benjamin, sulla scorta di Fustel de Coulanges, raccomandava allo storico intenzionato a rivivere un’epoca di togliersi dalla testa tutto ciò che sapeva del corso successivo della storia.

Recentemente, Jonathan Israel ci ha detto che Robespierre fu il primo populista; allo stesso modo, la lente del genere ha scandagliato la rivoluzione di Francia e rintracciato la presa di parola pubblica delle donne. Alla nuova sensibilità politica inaugurata dalla rivoluzione va fatta risalire anche l’origine di una riflessione critica sul rapporto fra uomo e animale connessa a una germinale teoria ecologica, nelle forme e nei tempi studiati da Pierre Serna. Fatti, nomi, tendenze fino a una certa data ignorati o negletti dalla storiografia assumono nuovo valore, incrociano sensibilità mutate e rilanciano nuovi approcci di studio da indagare nelle pieghe della rivoluzione.

Sapientemente, Marc Bloch aveva notato che se per rivoluzione si intende la rottura con quanto precede, non c’è manifestazione più potente e radicale di rivoluzione dell’oblio. Dimenticare è un modo per spezzare la catena del tempo; dimenticare rimuove il passato, senza tuttavia chiudere i conti con esso. La storia, concludeva Bloch, è invece la scienza che declina il cambiamento, ci mostra le differenze. Ed è proprio in questo senso che il libro di Antonino De Francesco, Tutti i volti di Marianna. Una storia delle storie della Rivoluzione francese, edito da Donzelli Editore, è una prova storiografica magistrale.

Il testo è la traduzione più o meno integrale (minime variazioni per adattarlo meglio al pubblico italiano, dice l’Autore) di un lavoro pubblicato in Francia nel 2018 (La guerre de deux cent ans. Une histoire des histoires de la Révolution française, per i tipi di Perrin), con il quale De Francesco suggella un percorso di ricerca aperto con lo studio dedicato alla storiografia italiana del Novecento sulla grande rivoluzione del 1789 (Mito e storiografia della “Grande rivoluzione”. La Rivoluzione francese nella cultura politica italiana del ‘900, Guida, 2006). E come quello italiano, anche il fronte degli storici francesi – e più in generale chiunque nel mondo si sia interessato alla ricostruzione del processo rivoluzionario generato dall’89 – nell’interpretazione dei fatti si è lasciato suggestionare da una lettura ideologica per agire la contesa politica immediata. A volte trovandone un sostegno, spesso rimanendone vittima. Fin dagli esordi, nel mentre la rivoluzione si componeva giorno dopo giorno, è emersa l’esigenza di interpretare il dato storico, dar forma e senso ai fatti, nel tentativo di governarne il corso e trarne una massima capace di ipotecare il futuro. Impossibile dar conto di tutte le storie della storia della rivoluzione analizzate da De Francesco e del posto occupato da ognuna nella più complessa architettura storiografica che insieme hanno modellato. Giusto per intendersi: da Calonne nel 1789 a Vovelle nel 1989 – ma si arriva anche oltre nel corpo del libro – i testi censiti da De Francesco arrivano a un totale di 262 opportunamente catalogati in fondo al libro (di fronte alla mole dei numeri è ingeneroso parlare di ciò che non c’è, ma segnalo l’assenza di Pierre-Louis Roederer, L’Esprit de la Révolution de 1789 del 1831).

In maniera analoga, si può fare solo un cenno di massima sulle riflessioni dell’A. in merito ai criteri più evidenti che hanno indirizzato le scuole nazionali nel confronto con la vicenda rivoluzionaria francese da fine Settecento a oggi (fin dall’inizio si distinse quella inglese: da Burke a Cobban, in vario modo, gli storici inglesi hanno analizzato la storia di Francia nel cono d’ombra del proprio primato imperiale; poi gli storici tedeschi e italiani e quindi, nel corso del lungo Ottocento, gli statunitensi, con una piccola appendice russa a partire dal 1917). In estrema sintesi sono tre i prismi attraverso cui leggere le traiettorie della storiografia, le stesse che ancora oggi si contendono in vario modo la partita: la linea liberale e riformista, secondo cui l’89 aveva soddisfatto la volontà di emancipazione della società, un processo avviato dal bisogno diffuso di libertà in varia misura contenuto nell’antico regime; quella di impronta radicale che centrava la rivoluzione sul governo rivoluzionario dell’anno II, capace di conciliare libertà e eguaglianza; l’opzione, infine, di rifiuto totale della rivoluzione come epoca segnata dall’emergenza delle indicibili passioni. L’interpretazione in chiave liberale esprime un’opzione che tiene ferma la portata universale dell’89 e ne fissa il moto progressivo, declinando sul piano individuale i diritti, e contemporaneamente rifiuta con risolutezza la deriva violenta del Terrore e la dinamica di rivolgimento sociale fondato sull’eguaglianza. Nel vivo del processo rivoluzionario a impostare questa interpretazione fu Condorcet (Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain, 1794) secondo cui «il trionfo dell’opera di civilizzazione, puntualmente rintracciabile nella millenaria storia dell’umanità, si sarebbe compiuto proprio grazie al 1789, perché gli sviluppi rivoluzionari avrebbero posto termine ai sistemi di tirannia politica e di monopolio economico e commerciale ancora imperanti».

Madame de Staël (Considérations sur les principaux événements de la Révolution française, uscito postumo nel 1818) prese in carico la sopravvivenza di questa lettura durante la Restaurazione. Con abile miscela di testimonianza diretta e analisi critica, De Staël ribadiva la forza periodizzante dell’89 sottraendolo al modello dei sistemi politici degli antichi. Nel gioco di specchi con la realtà politica che osservava, finì però per condannare la cultura politica repubblicana che aveva animato il Terrore e prodotto un movimento fragile con il Direttorio. In questo, come nei successivi epigoni, emerge la chiave privilegiata dei liberali, per i quali la storia poteva diventare lo strumento «attraverso il quale stabilire l’identità francese», e al tempo stesso il mezzo con cui poter riassumere e salvare il recente passato rivoluzionario (p. 63). La brusca radicalizzazione impressa da Robespierre e il ruolo della stagione direttoriale costituivano il nodo centrale da sciogliere.

Di diverso avviso quanti, da Filippo Buonarroti in poi (Cospirazione per l’eguaglianza, detta di Babeuf, 1828), hanno visto nell’esperimento del governo dell’anno II una bussola sicura capace di tracciare la rotta per l’organizzazione dell’intero movimento rivoluzionario europeo: «il suo libro chiamava a raccolta il fronte robespierrista, perché affermava a chiare lettere come il repubblicanesimo avesse trovato forma concreta soltanto nell’anno II, quando la rivoluzione democratica da politica si era fatta sociale e aveva posto le basi anche per un sovvertimento dell’ingiusto quadro economico ereditato dall’antico regime» (p. 87). In quella stessa traiettoria, pur con varie e non superflue divergenze, si può inserire anche Alphonse Lamartine (Historie des Girondins, 1847), della generazione democratica cresciuta fra il tentativo autoritario di Carlo X e le speranze suscitate da Luigi Filippo.

Per lui il riferimento alla repubblica coincideva col movimento sorto dalla giornata del 10 agosto e inabissatosi con Termidoro. De Francesco opportunamente ricorda che con la sua Storia Lamartine tentò un’operazione storiografica ambiziosa, attraverso cui restituire alla Francia una memoria condivisa, nel tentativo di gettare un ponte fra le rivendicazioni degli eredi della Gironda e i reduci della Montagna, fra Danton e Robespierre nel tentativo di «gettare un ponte» (p. 123) in grado di unire il fronte repubblicano. Tutto questo sacrificando la stagione direttoriale, in cui pure la democrazia rappresentativa aveva sorretto lo sforzo repubblicano in nome dei grandi valori universali della libertà e dell’eguaglianza. Insomma, un tentativo di mettere in risalto il comune percorso repubblicano sfumando sulle ragioni di aperta ostilità. Una retorica che evidentemente serviva anche ad animare l’opposizione politica di fronte all’involuzione di Luigi Filippo che avrebbe trovato sfogo nel clima insurrezionale dell’anno successivo. Mi trattengo ancora su Lamartine perché paradigmatico, mi sembra, del peso che la passione politica del presente esercitava nel modulare e rimodulare la lettura del passato rivoluzionario: impegnato nel governo provvisorio dopo le barricate di giugno 1848, Lamartine osservò con orrore l’insurrezione di strada ma ugualmente fu atterrito dalla severa repressione di Cavaignac.

Il fallimento venne misurato per intero col plebiscito che il popolo francese tributò al nuovo Bonaparte portandolo prima alla presidenza della Repubblica, poi al trono imperiale. Rimettendo mano nel 1861 alla sua Storia dei girondini il giudizio politico ed emotivo condizionò il lavoro, sicché rispetto alla prima lettura Robespierre accentuò i tratti di fanatismo, mentre il Terrore divenne pura violenza, lesiva di ogni vincolo politico. I girondini, a cui fino a quel momento non aveva risparmiato accuse di avventurismo, divennero invece interpreti di una politica sana di mediazione degli eccessi e artefici di un tentativo di elaborare un nuovo patto sociale per lasciar vivere la democrazia in Francia. In questa nuova prospettiva, di fronte alla crisi del Direttorio di cui Lamartine confermava il pessimo giudizio, anche Bonaparte e Luigi Napoleone, prima accusati di aver strozzato il processo rivoluzionario, trovarono nuova dignità perché il loro obiettivo era stato tenere unito il popolo di Francia.

Fin dal 1789 la pubblicistica controrivoluzionaria provò a fare da antemurale a ogni ipotesi assolutoria del processo rivoluzionario: da Thjulen in Italia a Barruel in Francia, fino a Maistre. De Francesco mi sembra sia propenso a credere giustamente, che sarebbe un errore giudicare la storiografia reazionaria alla stregua di un mero sussulto pavloviano a quanto elaboravano gli storici che, in qualunque forma, difendevano la bontà della rivoluzione. La negazione del progresso, l’asfittico rimpianto dell’antico regime non impedirono agli esponenti più intelligenti della storiografia controrivoluzionaria di codificare un preciso universo valoriale all’interno del quale il processo rivoluzionario finiva con l’apparire una frattura dell’ordinato corso storico. I controrivoluzionari non si limitarono solamente al mero rovesciamento dei fatti e alla denuncia del male, ma elaborarono una solida grammatica politica fondata sulla lingua, sulle emozioni e sulla casistica della violenza rivoluzionaria che non va condannata in quanto tale, ma sulla base, semmai, delle gravi lacune nella metodologia storica.

A metà Ottocento la storiografia europea conobbe un punto di svolta con Tocqueville, capace di quasi azzerare tutte le interpretazioni precedenti. Naturalmente, ripeto, questi pochi nomi sono solamente il raccordo di una ricostruzione più ampia e assai più organica che trova profondità storica se osservata, come fa De Francesco, nel suo svolgimento. Nomi isolati che attraversano un mare di interpretazioni tutte diverse ma spesso legate da un frammento, un pensiero, o semplicemente la condivisione di un giudizio su questo o quel personaggio, questo o quel passaggio. Per Tocqueville, la cui nota tesi sulla continuità fra antico regime e rivoluzione chiama ancora oggi alla discussione, la modernità della Francia si opponeva ai valori di libertà: la democrazia in Europa, a differenza di quella americana, poteva darsi solo nel suo aspetto distorto plebiscitario e populista. Guardando al ’48 parigino ed europeo, Tocqueville pensò di trovare nella soluzione autoritaria di Cavaignac la risposta per impedire che la «frattura apertasi nel campo repubblicano» si ricomponesse «in termini del tutto sfavorevoli a una autentica prospettiva di libertà» (p. 149), salvo sorprendersi quando conservatori e operai si compattarono sulla «magia di un nome» che offriva Luigi Napoleone. L’Ancient Régime et la Révolution (1856), prima parte di un lavoro che doveva abbracciare l’intera vicenda rivoluzionaria, è la traccia più evidente di un percorso che progressivamente perse la finalità politica immediata per divenire una grande operazione storiografica.

Prendendo le distanze da Michelet, per Tocqueville il cammino della Francia moderna non era nato nel 1789, le origini della nazione «non erano più collocate in un’insopprimibile ricerca della libertà, bensì in una ben più sinistra propensione all’egualitarismo sotto il segno di un sistema accentratore» (p. 155). Un’interpretazione forte, subito raccolta da Edgar Quinet (La Révolution, 1865) per soffocare la tradizione liberale: il 1789 era stato un «affare di popolo». Il Terrore non era frutto delle circostanze ma un calcolo al ribasso, una cinica manovra politica tesa a riciclare il dispositivo di antico regime per sconfiggere i propri nemici interni. Del resto, l’evoluzione della situazione politica francese, con la definitiva crisi dell’impero di Napoleone III, sembrava offrire un inedito terreno di sperimentazione. Sedan, l’occupazione di Parigi da parte dell’esercito prussiano, l’insurrezione comunarda a cui era seguita la barbarie della repressione voluta da Thiers – che già da storico (Histoire de la Révolution française, 1823-30) aveva individuato nella politica della forza «il solo strumento di rifondazione dell’ordine e della società» (p. 81) – riproponevano in scala aumentata la lacerazione interna al corpo politico francese, utile certo a sollecitare il genio di Zola ma difficile da oggettivare per la storiografia (Taine, Sorel, Madelin, Sjbel…): «il Novecento di Francia nasceva sotto il segno di una radicalizzazione delle posizioni che per molto tempo ne avrebbe accompagnato il percorso» (p. 190). Attori in scena diventavano altri: Bainville e Cochin, eredi del pensiero ostile alla rivoluzione ma nel quadro oramai di una sua sostanziale accettazione. In particolare, Cochin pensò di cogliere nelle società di pensiero il perno della genealogia perversa che aveva animato la rivoluzione.

Ben più attrezzati metodologicamente, Aulard e Mathiez che diedero avvio a una fruttifera stagione di studi che troverà il suo pendant istituzionale nella creazione della cattedra e di un Istituto di Storia della Rivoluzione francese presso la Sorbona, smantellati con troppa fretta dall’ignavia delle riforme governative all’alba del XXI secolo. I lavori di Aulard ancora oggi presentano una grande utilità perché sorretti, De Francesco lo mette in luce, da un’indiscutibile originalità e sapienza storiografica. La Francia della Terza repubblica era un grande laboratorio dove potevano riflettersi le ragioni della crisi e della grandezza dell’esperimento rivoluzionario (che l’occasione del centenario non aveva saputo sfruttare). È Danton su cui punta Aulard (Histoire politique de la Révolution française, 1901) per riavvolgere il racconto della storia, l’eroe della politica di guerra e della difesa nazionale, alternativo a Robespierre e ai girondini. Danton è colui che meglio incarna la modernità europea della Francia ed è nel suo nome che la Repubblica doveva avviare ora la riconciliazione fra le fazioni e inaugurare una nuova e più vera stagione democratica. Agilmente, l’A. può dire che i lavori di Aulard sono «una sorta di breviario della classe politica della Terza repubblica».

Cresciuto nella scuola di Aulard, Albert Mathiez ne rappresentò l’antagonista storiografico più forte e all’antagonista politico di Danton, Robespierre avrebbe dedicato i suoi lavori migliori. Robespierre era per lui la figura che meglio incarnava la modernità francese e, in un crescendo di entusiasmo, colui che aveva indicato la via nazionale al socialismo. Il trionfo del bolscevismo in Urss nel 1917 sembrò d’incanto confermare la sua visione. Robespierre aveva saputo coniugare l’ascesa della borghesia con le giuste rivendicazioni delle masse popolari: «tutta la storia rivoluzionaria sarebbe divenuta una storia sociale del mondo del lavoro, levatosi in piedi alla ricerca di un nuovo ordine socio-economico» (p. 241). Una vita breve la sua, nella quale mai smise di chiedere alla propria nazione, cui era tenacemente devoto, un ulteriore sforzo per essere robespierrista. È a Mathiez, e alla roccaforte del suo Istituto e della rivista ad esso collegata (Annales historiques de la Révolution française), che deve essere ascritta la successiva evoluzione di quella che da questo momento, offuscatasi la tradizione liberale e impronunciabile ogni scorciatoia controrivoluzionaria, sarebbe divenuto il modello classico della storiografia rivoluzionaria. Un modello che avrebbe trovato in Georges Lefebvre l’interprete più geniale. Mette però conto dar cenno almeno di un altro gigante del panorama storiografico francese, quel Jean Jaurès che con la sua Storia socialista della Rivoluzione francese (1901-4) con più forza provò a perseguire l’obiettivo di unire la mistica forza di Robespierre con l’ardore popolare di Danton, e la leva giacobina con l’entusiasmo sanculotto «in nome di un progetto politico che proprio il socialismo, portando sul terreno della democrazia un mondo del lavoro sino allora troppo tentato dalle lusinghe insurrezionaliste, rendeva finalmente percorribile» (p. 218).

È la difesa della forma repubblicana, di una rappresentanza matura in grado di ricomporre la frattura prodottasi durante la rivoluzione e offrire così all’Europa un orizzonte di pace che, secondo De Francesco, Jaurès persegue attraverso la sua vasta e originale ricostruzione, vale a dire il tentativo di perseguire l’incrocio fra democrazia politica e questione sociale come unica soluzione per fuggire la guerra. Un “pacifismo giacobino” – avrebbe detto Armando Saitta – che, fra Robespierre, Danton e Cloots, lo condusse a emulare tragicamente Marat cadendo vittima della follia omicida di un giovane nazionalista alla vigilia della mobilitazione che avrebbe trascinato la Francia nella Prima guerra mondiale.

Superata la crisi bellica e i dilemmi della ricostruzione, le nuove prospettive di ricerca in Francia nascevano dall’esigenza di provare a superare l’irreggimentazione della storiografia, abbracciando i grandi ideali che sembravano spiegare meglio e con più precisione il passato e le strutture sociali. Con la sua lettura d’en bas del processo rivoluzionario Georges Lefebvre provò a divincolarsi marxianamente dalla rigidità dello schema di Mathiez e offrire un complessivo svecchiamento della storiografia legata all’Istituto. Anche qui si era fatta sentire nel frattempo la tragedia della nuova guerra, lasciando in eredità una difficile gestazione condotta con mano ferma da Lefebvre, che non esitò a epurare quanti, anche partendo da sinistra, si erano compromessi nel collaborazionismo con Vichy. Lefebvre e dopo di lui il suo allievo Albert Soboul, oltre a una storia di innovazione storiografica e primato interpretativo, condivisero anche una strana ambiguità: entrambi storici di vaglia, scrittori prolifici e divulgatori eccezionali, di fronte agli attacchi, anche a quelli a volte del tutto arbitrari, reagirono trincerandosi in una difesa ideologica della rivoluzione che finiva spesso col negare anche la novità del proprio lavoro. Senza entrare troppo nel merito, accadde a Lefebvre con Guérin e a Soboul con Furet. Guérin (La lutte des classes sous la Première République, bourgeois et «bras nus» 1793-1797, 1946) – su cui, val la pena ricordarlo, De Francesco ha già compiuto uno studio accurato (Daniel Guérin et Georges Lefebvre, une rencontre improbable, «La Révolution française», 2010, http://journals.openedition.org/lrf/162) – voleva smascherare Robespierre e smitizzare con lui il governo rivoluzionario per aver ingannato le masse popolari, allo stesso modo in cui la Russia sovietica aveva deluso le aspettative di riscossa del proletariato. Dietro la promessa di eguaglianza i montagnardi avevano nascosto un durissimo governo di classe capace solo di reprimere lo spontaneismo popolare senza mai mettere davvero in discussione il dominio sociale della borghesia.

La retorica patriottica che aveva sorretto la guerra nazionale diveniva così per lui l’espediente di una mistificazione sociale volta ad annientare ogni forma di resistenza proletaria. Di fronte a questa critica ‘da sinistra’, Lefebvre – il venerato padre della moderna storiografia rivoluzionaria francese, che pure nei suoi studi sui contadini del Dipartimento del Nord (1924) aveva dato prova di sapersi sottrarre alla scolastica ripetizione delle posizioni marxiste – si rinserrò nella difesa strenua dell’ortodossia. Nel suo manuale sulla storia della rivoluzione (1951), pur conservando un registro narrativo che ancora oggi risulta godibile per lo specialista e il semplice curioso, Lefebvre tornava così a centrare sull’anno II l’identità del processo rivoluzionario lasciando ai margini l’attenzione per la storia della mentalità che dai tempi della Grande peur de 1789 (1932) aveva costituito la sua cifra più originale. Ben più ardua fu la sfida che dovette affrontare Albert Soboul, il cui nome resta legato soprattutto al magistrale affresco del movimento sanculotto parigino nell’anno II (Les Sans-Culottes parisiens en l’an II. Mouvement populaire et gouvernement révolutionnaire, 1958). Un capolavoro con cui Soboul poneva la propria egemonia sulla storiografia francese e, attraverso una fitta rete di relazioni, su quella mondiale.

Ed in effetti, per un lungo tratto, Soboul assunse su di sé il ruolo di portavoce incontestabile di una storia rivoluzionaria fortemente dipendente dalla fase montagnarda, il suo momento eroico. Pur riconoscendone l’autorevolezza, De Francesco non sembra mostrare molta empatia per Soboul e sicuramente nella lunga polemica che lo oppose a François Furet prende le parti di quest’ultimo. Nei lavori passati, De Francesco ha avuto modo di sezionare la memoria del processo rivoluzionario e demitizzare il passaggio dell’anno II in favore dell’attenzione al ruolo e alle proposte sulla democrazia rappresentativa avanzate dall’opposizione neo-giacobina nella stagione direttoriale. L’A. sostiene dunque che Furet aveva ragione a ricordare agli esponenti della storiografia classica «la loro condizione di tardi epigoni di un mondo che si identificava con la retorica di parte montagnarda e che in nome dell’ortodossia interpretativa metteva a tacere ogni spirito critico nella ricostruzione della vicenda rivoluzionaria» (p. 321).

È senz’altro vero che si deve a Furet l’aver scosso l’interpretazione della Rivoluzione oramai troppo ancorata a Robespierre e alla ritualità del confronto fra 1793 e 1917 e facilmente propensa a negare legittimità a ogni lettura discorde, al riparo di un Istituto divenuto anch’esso luogo di potere accademico. La società di individui irrelati degli anni Sessanta, la messa in discussione di ogni dispositivo dogmatico dei decenni successivi erano terreno fertile per contestare il monolitismo ideologico e interpretativo. Vero è anche, tuttavia, che non si può ridurre la formidabile ricerca di Lefebvre e Soboul, supportata da un’impressionante scavo archivistico, solo a storiografia militante senza notare come invece la critica di Furet e dei suoi seguaci si nutrisse essenzialmente di interpretazioni e performatività di formule (dérapage, su tutte) dal forte tratto scenografico. Al fine di supportare le proprie tesi, Furet passò così da Michelet a Tocqueville, per approdare infine a Cochin, sempre contrapponendo in fondo ideologia a ideologia, spesso altrettanto categorica.

La rivoluzione per Furet era definitivamente terminata e solo una «logica commemorativa, dettata dal convincimento che la rivoluzione fosse un modello per ogni futuro» le consentiva «di restare un mito al quale ancorare il destino politico della Francia» (p. 323). Le celebrazioni del Bicentenario furono l’occasione per liquidare definitivamente la partita con una scuola che, con la morte prematura di Soboul, aveva perso il suo interprete più carismatico: «se per i marxisti la rivoluzione aveva significato l’avvento di una società borghese, per Furet essa aveva segnato piuttosto la data di nascita di una società democratica» (p. 323). Tutto questo mentre in contemporanea il mondo sovietico, in cui gli storici marxisti avevano visto riflesso il momento robespierrista, si dissolveva. L’«operazione culturale» di Furet aveva vinto, ma ad essa era seguita una più generale messa in discussione della storia e del mestiere di storico.

Cosa resta di quei dibattiti e quelle polemiche? Poco in realtà e le stesse discipline storiche stentano a incidere nella formazione di un’opinione pubblica consapevole. Il libro di De Francesco inizia con una bella introduzione che ricorda con sconsolata indignazione lo smantellamento nel 2014 dell’Istituto di storia della rivoluzione alla Sorbona, rifluito per esigenze di bilancio in un più anonimo dipartimento di storia moderna e contemporanea. Ed in fondo, al di là delle posizioni su singole questioni, il senso più profondo di questo libro mi pare sia proprio questo e sicuramente è questo ciò che traspare dalla sua lettura: una strenua e irriducibile difesa della storia non riducibile a specialismo, poco propensa a una lettura monodimensionale (come vuole in fondo la storia globale) e affatto disposta a rinunciare allo studio di un fenomeno universale come la rivoluzione francese. A saperla intendere dunque la rivoluzione è davvero una storia ancora pulsante, in grado di pronunciarsi sulla complessità della realtà che ci circonda. «Una rivoluzione che – giova ricordare – sin dagli inizi si propose come un avvenimento eccezionale e per nulla comparabile, proprio perché intendeva creare quel mondo nuovo dei cui valori, ancora oggi, il Vecchio continente dovrebbe far tesoro per trovare, nel quadro globale, la propria legittimità, il proprio ascendente e dunque la propria forza» ( p. 346).

Grazie, dunque, a De Francesco che si dimostra anche in questa occasione uno dei nostri maggiori storici modernisti, pienamente affermato anche a livello internazionale, per questo volume destinato a divenire un saggio di riferimento per gli studiosi, un evergreen editoriale e un libro di culto per tutti i lettori che amano storia.

(Pubblicato il 9 febbraio 2020 ©  «Corriere della Sera» – La nostra storia)

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