Illustrazione tratta da opera di Giacomo Balla

Benedetto Croce e il fascismo come «parentesi»

di Eugenio Di Rienzo

Nell’articolo pubblicato su «Il Foglio» del 26 luglio, Giuseppe Bedeschi insiste sulla validità della definizione del fascismo come breve e transeunte «parentesi» della vita politica italiana, priva di ogni nesso di continuità con la storia dell’Italia liberale, formulata a più riprese da Benedetto Croce dopo il 25 luglio 1943. E lo fa in una velata ma in fondo trasparente critica a quanto sostenuto nel mio recente volume, Benedetto Croce. Gli anni dello scontento 1943-1948 (Rubbettino Editore), dove affermavo, concordando con le tesi di Giuseppe Galasso, Gennaro Sasso, Piero Craveri, che la formula adottata dal filosofo andava intesa alla stregua di uno slogan strumentale (un vero e proprio «uso politico della storia»), adatto al tempo e all’ora, e proprio per questo incapace di fornire un contributo alla definizione storiografica di quel fenomeno storico.

L’assimilazione del fascismo all’«invasione degli Hyksos con la sola felice differenza che la barbarie di questi durò in Egitto oltre dugento anni, e la goffa truculenza e tumulenza fascistica si è esaurita in poco più di un ventennio» o al «sistema banditesco che resse a un tratto l’Italia del Ventesimo secolo», per usare le stesse parole del filosofo, si scontrava, infatti, con la cruda evidenza, dolorosamente costatata da Croce per diretta, sofferta esperienza, che quel regime fu immediatamente accolto da un consenso vasto, duraturo e pressoché incontrastato a cui solo il netto profilarsi della catastrofe militare pose fine nella seconda metà del 1942.

Come sappiamo per lezione storiografica consolidata nelle opere di Nino Valeri, Federico Chabod, Renzo De Felice, Roberto Vivarelli, Angelo Ventura, Massimo Salvadori, Federico Mazzei, alle quali la mia biografia, dedicata a Galeazzo Ciano (Salerno Editrice) ha aggiunto qualche nuovo elemento, forse, non di solo dettaglio, quel consenso non interessò solo il piccolo ceto medio e le masse operaie e contadine, sedotte dalle promesse di una “rivoluzione sociale” in camicia nera. L’adesione al nuovo stato delle cose si estese, invece, anche a larga parte della classe dirigente dell’Italia prefascista: burocrazia, diplomazia, esercito, mondo accademico e mondo politico, grande industria e grande finanza, Vaticano e gerarchie ecclesiastiche.

Era quel consenso il risultato di una precisa scelta politica inclusiva, come aveva perfettamente compreso Gioacchino Volpe (intellettuale di regime, sì, ma mai supinamente allineato con le direttive di Palazzo Venezia). Nei suoi studi sulla storia del movimento fascista, Volpe aveva sostenuto, infatti, che Mussolini non intendeva assolutamente rompere con l’Italia di ieri ma piuttosto ancorare la durata del regime alla sintesi eretica che il fascismo doveva realizzare tra le diverse ideologie emerse nella lunga stagione giolittiana: socialismo, sindacalismo, cattolicesimo popolare, liberismo radicale, nazionalismo, liberalismo.

Il travaso di consensi dal sistema parlamentare statutario a un governo d’emergenza, che fin dai suoi primi passi aveva mostrato i suoi lineamenti violenti, oppressivi, autoritari se non immediatamente dittatoriali, fu soprattutto forte da parte dell’intellettualità e dei gruppi politici liberali.  Molti esponenti di rilievo di quella parte politica videro, per citare un passo degli Elementi di scienza politica, pubblicati da Gaetano Mosca nel 1923, nel «figlio del fabbro di Predappio», il nuovo Cincinnato che dopo aver debellato la montante barbarie bolscevica si sarebbe ritirato nell’ombra, pago di aver ripristinato «il normale funzionamento del sistema rappresentativo così come era accaduto a Roma nei migliori tempi della Repubblica, quando qualche volta, per la salvezza della patria, si ricorreva, per brevi periodi, alla dittatura provvisoria». E numerosi furono anche i liberali che identificarono nei Fasci di combattimento la «guardia bianca», levatasi a difendere, con l’uso di una violenza non legale ma del tutto legittima, lo status quo ante politico e sociale, lo stesso «vivere civile», e, insieme ai diritti e ai privilegi della media borghesia e dei beati possidentes, i valori nazionali tempratesi nel fuoco e nelle fiamme della Grande Guerra.

Anche, Croce, come sappiamo, fu vittima di quell’illusione.  Eppure, il direttore de «La Critica», a differenza di molti altri, nulla fece, poi, per nascondere le tracce di quel passo falso. E non lo fece perché consapevole che la sua scelta, come poi avrebbe scritto Roberto Vivarelli, derivava dal fatto che, se nell’Italia del 1922 non vi era, forse, alcun pericolo di un’altra rivoluzione di febbraio, pure il clima di caos, di disordine generalizzato, di anarchia e di continui episodi delinquenziali a sfondo politico largamente tollerati, l’inazione del governo e le stentoree, isteriche e vacue posizioni massimaliste assunte dalla dirigenza socialista, dalle organizzazioni sindacali, dal neonato PCd’I, nato dalla scissione di Livorno, davano l’impressione che quell’evento fosse sul punto di verificarsi. E fu, certo, questa sensazione largamente diffusa, persino nel popolo minuto, a spingere il filosofo a non lesinare, in un primo momento, le sue testimonianze di simpatia, anche se non di vera e propria adesione, verso il movimento fascista, di cui qui vale la pena di riportare qualche esempio.

Nell’ottobre del 1923, un anno dopo la marcia su Roma proprio quando Mussolini muoveva i suoi primi passi per esautorare lo Stato liberale e le sue istituzioni con il concorso di forze collaborazioniste di varia provenienza che si muovevano in una cornice di largo e rapido trasformismo, Benedetto Croce affermò che «per chi guarda con occhio di filosofo e di storico, tutti gli Stati sono sempre un unico Stato, tutti i governi, sono un unico governo: quello di un gruppo che domina e perciò governa la maggioranza; e tutti, finché durano, adempiono un’utilità, anzi la maggiore utilità possibile nel momento dato», almeno finché su di essi non abbiano il sopravvento «altri gruppi che rappresentano o fanno sperare una maggiore e migliore utilità sociale». Proprio per questo, continuava il filosofo: «Non esiste ora una questione di liberalismo e fascismo ma solo una questione di forze politiche, e se questo è vero, dove sono le forze che possono, ora, fronteggiare o prendere la successione del governo presente? Io non le vedo e noto invece grande paura di un eventuale ritorno alla paralisi parlamentare del 1922, per cui nessuno, che abbia senno, si può augurare, in questo momento, un cangiamento».

D’altra parte, per Croce, non esisteva, al momento, nessuna contraddizione tra fede liberale e consenso al fascismo, perché se dai liberali non si doveva, certo, pretendere che divenissero fascisti, a essi, però, che non avevano avuto «la forza e la virtù di salvare l’Italia dall’anarchia in cui si dibatteva», non restava che «dolersi di sé medesimi, recitare il mea culpa, e intanto accettare e riconoscere il bene da qualunque parte sia sorto, e prepararsi per l’avvenire».

Approvata la legge elettorale Acerbo del 18 novembre 1923, che avrebbe assicurato a Mussolini la maggioranza in Parlamento, Croce, nel febbraio del 1924, la giustificò, senza esitazioni, con la considerazione che quella maggioranza a Mussolini «bisognava procurare di dargliela», perché se «il partito oggi dominante» l’avesse ottenuta, sarebbe presto ritornato «nella legalità e nel buon sistema costituzionale». Inoltre, aggiungeva Croce, essendo «lo spirito umano creatore», non si poteva escludere che sarebbe sorto «un sistema politico affatto diverso dal liberale», seppur non avverso agli obiettivi che il liberalismo si era storicamente proposto di realizzare.

Certo, di questo nuovo sistema Croce confessava di non riuscire a individuare «neppure le prime linee», ma ciò per il momento non era importante, purché si fosse avverato «lo spontaneo avviamento del fascismo, mercé le elezioni politiche, a un ritorno, come si dice, alla legalità, cioè alla pratica costituzionale». Obiettivo, questo, che era da ritenersi pressoché scontato poiché «il cuore del fascismo è l’amore della patria italiana, è il sentimento della sua salvezza, e cioè della salvezza dello Stato, ed è il giusto convincimento che lo Stato senza autorità non può essere Stato».

Anche dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), che persino per alcuni intellettuali organici al nascente regime, come Gioacchino Volpe e Camillo Pellizzi, avrebbe potuto portare, grazie all’azione della monarchia, al crollo del fascismo-governo, il filosofo non mutò rotta. Il 24 giugno, infatti, Croce votò la fiducia al gabinetto Mussolini e ripeté che il fascismo doveva costituire soltanto «un ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime liberale, nel quadro di uno Stato più forte», mantenendosi estraneo alla malintesa ambizione di mutarne la forma istituzionale. Finché tale auspicio non fosse stato sconfermato dai fatti, lavorare per rovesciare l’attuale esecutivo corrispondeva a una scelta dannosa e incomprensibile, asseriva Croce, anche se, negli ultimi mesi, l’esecutivo guidato da Mussolini aveva errato gravemente perché, tradendo le sue promesse, invece di accontentarsi di ridar vigore allo Stato liberale, pareva esser stato colto dall’ambizione di fondare un «nuovo tipo di Stato» e di inaugurare «una nuova epoca storica».

Seguendo questo percorso, il fascismo, che non era in grado di creare un nuovo assetto costituzionale e giuridico in grado di sostituire quello istituito dal liberalismo, rischiava di sopravvivere, «perpetuando ciò che doveva essere occasionale e transitorio e servendosi di quegli stessi procedimenti violenti con cui è sorto, nella serie dei quali non si può determinare esattamente a qual punto ci si debba fermare». Tuttavia, proprio perché espresso per evitare questo esito calamitoso, il suo voto di fiducia doveva definirsi «un voto di dovere, prudente e patriottico», finalizzato a impedire una nuova deriva politica e, insieme, a far sì che non fosse vanificato il «molto di buono» che il fascismo aveva compiuto e a impedire che si ritornasse «alla fiacchezza e all’inconcludenza che lo avevano preceduto». Nel prossimo futuro, infatti, era prevedibile che il movimento mussoliniano, dopo aver compreso «l’ineluttabilità del ritorno al regime liberale», avrebbe riconosciuto i suoi errori e sarebbe rientrato nell’alveo istituzionale, se solo gli fosse stato concesso «il tempo necessario allo svolgersi del suo processo di trasformazione».

Del resto persino Gaetano Salvemini (un socialista eretico che certo liberale non fu mai), il 27 maggio del 1923, scriveva: «è preferibile Mussolini a una nuova combinazione parlamentare a base di Giolitti, Bonomi, Orlando e governi simili; perché Mussolini si liquida da sé, perché è un clown, e perché è circondato da ragazzacci; ma soprattutto perché gli aspiranti al soglio come successori di Mussolini sono sempre i vecchi intriganti parlamentari, che con la loro stupidità e viltà hanno reso possibile e necessario Mussolini». E dall’altro fronte della barricata, un liberale vero, come Luigi Einaudi, riconosceva nel fascismo delle origini, al pari di altri economisti liberisti (Maffeo Pantaleoni, Alberto De Stefani, Umberto Ricci), la presenza di un programma destinato a fare uscire l’Italia dal pantano consociativista della troppo lunga età giolittiana.

Molte esternazioni di Mussolini, infatti, facevano ritenere che il suo movimento si sarebbe seriamente impegnato a far rispettare la tavola dei valori della libera economia, a emancipare il sistema produttivo dai lacci e i laccioli di un apparato burocratico parassitario, inefficiente e invasivo, a esautorare la Satrapia istaurata dalle Leghe rosse che impediva il normale andamento del mercato del lavoro, a far rispettare le bronzee leggi del possesso e a tutelare lo sviluppo dell’autonoma iniziativa imprenditoriale contro le arcaiche utopie del cristianesimo sociale.

Nulla da stupirsi, allora, che, nel settembre 1922, alla vigilia del colpo di mano di Mussolini, Einaudi dichiarasse che il pericolo di «una marcia fascista su Roma per dissolvere il Parlamento e mettere su una dittatura» non aveva fondamento; che «il programma del fascismo è nettamente quello liberale della tradizione classica»; che il fascismo, in ultima analisi, si poneva, in primo luogo, l’encomiabile obiettivo di sostituire il vecchio notabilato vicino a Giolitti e Nitti con un nuovo ceto dirigente lontanissimo dall’ambizione di comporre un nuovo sistema dottrinario o di creare «nuovi regimi politici». Una professione di fede politica, questa, che Einaudi terminava, affermando: «Noi liberali desideriamo ardentemente che ci sia un partito in grado di governare, e sia quello fascista, se altri non sa fare di meglio, il quale usi mezzi adatti per raggiungere lo scopo che è la grandezza materiale e spirituale della patria».

Per tornare ancora a Croce, occorre dire, infine, che la sua azione indirizzata a tenere in piedi la collaborazione liberale al fascismo non venne meno, come si diceva, neppure durante la crisi provocata dal delitto Matteotti. Fu principalmente su suo impulso, infatti, che il liberale cattolico Alessandro Casati (legatissimo a Croce) entrò, il 1° luglio 1924, nel secondo governo Mussolini, in sostituzione di Giovanni Gentile, per assumere la guida del Ministero della Pubblica Istruzione.  Anche Casati, infatti, come il suo mentore, era sedotto dall’illusione di riuscire a costituzionalizzare il movimento fascista, depurandolo dalle scorie rivoluzionarie e anti-sistema, per inglobarlo nell’alveo di un più vigoroso liberalismo in grado di unificare i diversi attori della mobilitazione patriottica del dopoguerra, in modo da replicare, come avrebbe detto, un altro liberale, Eugenio Artom, il «miracolo realizzato da Cavour di fronte al garibaldinismo vittorioso».

Il passo di Casati rivestì un’importanza molto rilevante sul piano politico. Il suo ingresso nel nuovo gabinetto emarginava, infatti, l’opposizione liberale al fascismo (Luigi Giovanni Albertini e altri membri del Senato) e rinsaldava, invece, proprio in quella difficile congiuntura che fu sul punto di trasformarsi in vera e propria crisi di regime, la posizione della destra liberale collaborazionista (tra cui Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando) che, in occasione delle elezioni politiche del 6 aprile 1924, era confluita nella Lista nazionale, confidando nella possibilità di sottomettere il fascismo alla legittimità sancita dallo Statuto albertino.

Solo dopo il discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini, in cui questi si assume la responsabilità del delitto Matteotti, al quale fecero seguito fortissime limitazioni al sistema dell’informazione e la chiusura di tutti i circoli dei partiti di opposizione, Croce abbandonò nettamente e per sempre la sua linea collaborazionista. In Senato, votò contro le leggi fascistissime del biennio 1925-1926, che sopprimevano, definitivamente, la libertà di associazione e di stampa, il diritto di sciopero e che, de facto e de iure, liquidavano il sistema parlamentare, istituendo inoltre il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e reintroducendo la pena di morte.

Da quel momento il filosofo costituì il polo più forte e più autorevole attorno al quale si raccolse l’emigrazione antifascista interna. Primo atto del «Croce oppositore» fu la stesura del Manifesto degli intellettuali antifascisti apparso, il 1° maggio 1925, sulle pagine de «Il Mondo» di Giovani Amendola (una personalità poco apprezzata sul piano intellettuale e politico dal filosofo, di cui, con Giovanni Giolitti, non aveva condiviso la scelta della secessione parlamentare dell’Aventino). Nel Manifesto Croce distingueva nettamente, comunque, tra il «matematico democratismo» settecentesco (che la rinascita ideale del dopoguerra avrebbe dovuto seppellire nel cimitero della storia), e il liberalismo ottocentesco, basato sulla «libera gara» e l’«avvicendarsi dei partiti al potere», che il fascismo aveva ora affossato invece di tutelare.

Per capire, fino in fondo, il senso delle prese di posizione di Croce, precedenti il 1925 occorre partire dal fatto che, a parte una simpatetica attenzione per il socialismo (da datare gli anni posteriori al 1895, contraddistinti dai conati di governo autoritario) terminata definitivamente intorno al 1911, egli fu, sempre sostanzialmente, un uomo d’ordine in diretta continuità con l’eredità ideologica trasmessagli dal padrinaggio intellettuale di Bertrando e Silvio Spaventa. Il suo liberalismo fu sempre un «liberalismo di frontiera», animoso e pugnace, consapevole di essere costretto a battersi per la sua esistenza, con ogni mezzo, contro i suoi avversari, che Rosario Romeo in una pagina memorabile individuava «nell’altra Italia dei rossi e dei neri (socialisti e cattolici) che all’Italia liberale era rimasta estranea e nemica».

Era questa, un’analisi già sapientemente anticipata da Guido De Ruggiero, in un intervento del luglio 1924, dove si sosteneva che il liberalismo italiano scontava drammaticamente il vizio d’origine, che ne aveva segnato la fisionomia, a partire dalle lotte del Risorgimento, trovandosi «stretto da una parte tra le forze conservatrici e reazionarie (diversamente ma non meno delle antiche) e dall’altra tra forze popolari straripanti». Una situazione di «stato d’assedio», questa, che si era ampiamente riverberata nella «filosofia politica della Destra storica», nella quale molti liberali avevano trovato «il pretesto storico per giustificare l’appoggio al movimento fascista». E forse, a buon motivo, aggiungeva De Ruggiero, poiché «la dottrina di Bertrando Spaventa e dei suoi scolari, col dedurre l’autorità dalla libertà, col concentrare nello Stato tutta la forza spirituale ed etica della Nazione fu in rapporto al liberalismo, come lo conobbero altri Paesi europei, la prima e radicale negazione».

Perché, dunque, Croce, consapevole di questo equivoco del liberalismo italiano, attore e testimone della nascita e del consolidamento di un regime che non fu certo considerato né da lui né dalla maggioranza degli Italiani come una violenta calata di barbari esterni, premette con tanta insistenza per avvalorare la tesi del fascismo come fase, accidentale e contingente, della vita italiana, assolutamente priva di legami con la storia e l’identità del nostro Paese?

Qui la risposta va cercata non nel Croce storico e filosofo ma nel Croce politico. Dopo l’8 settembre 1943, il direttore de «La Critica» aveva compreso molto bene che l’Italia, Nazione armistiziata, ridotta a una sorta di protettorato anglo-americano, tagliata in due da una guerra civile che opponeva, in una situazione di quasi parità numerica, fascisti e antifascisti, non poteva presentarsi al giudizio dei vincitori come un Paese che, nella sua maggioranza, aveva accolto, quasi di buon grado, la dittatura di Mussolini, se voleva che le condizioni di pace cui sarebbe stata sottomessa, al termine del conflitto, fossero quelle, per usare proprio le parole del filosofo, di una «pace ricostruttiva e non punitiva».

La cosiddetta interpretazione parentetica del fascismo altra non era, allora, che una «pia frode», formulata per amor di patria, in un momento in cui erano a rischio non solo le sorti dell’Italia liberale ma quelle dell’Italia come organismo politico sovrano. E quasi appariva, allora, quell’interpretazione, come una richiesta di «diritto all’oblio», non formulata pro domo sua, certamente, perché il filosofo dopo aver, più volte, riconosciuto le sue responsabilità nell’affermazione della dittatura, volle che i suoi interventi di sostegno al fascismo fossero riprodotti integralmente nella raccolta dei suoi scritti, ma in favore dell’Italia alla quale anche «gli errori di venti anni di una triste e vergognosa storia» dovevano essere amnistiati dalle Potenze alleate «in considerazione dei secoli e millenni in cui aveva portato grandissimo contributo alla civiltà del mondo».

Rischi non meno gravi venivano, poi, anche dal teatro politico interno. E procedevano non solo dall’acre propaganda del Pci di Togliatti e dal vecchio, incontinente giacobinismo di Salvemini che sparavano a palle incatenate contro Croce e il suo liberalismo. In opposizione al progetto del filosofo di ricostituire il Partito liberale come forza determinante della politica italiana, si levava  la reazione del Partito d’Azione, espressa da uno dei suoi più influenti leader Ferruccio Parri. Questi, infatti, il 26 settembre del 1945, nel discorso inaugurale della Consulta nazionale, sostenne che «in Italia la democrazia era appena agli inizi perché non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo e che erano liberali».

Era, fin troppo chiaro che il discorso di Parri si rifaceva per intero agli argomenti di Piero Gobetti sul fascismo come «autobiografia della Nazione», secondo i quali il fascismo appunto era da considerarsi un morbus italicus (senza neppure prendere in considerazione che l’estensione di quella «malattia del secolo», propagatasi ben al di là dei confini della Penisola) che aveva trovato il suo naturale terreno di cultura in «un popolo di sbandati», fiacco, profondamente corrotto in tutte le sue classi dirigenti, se si escludevano alcune ristrette minoranze eroiche che operarono in splendido ma, pure, avvilente isolamento. E così lo intese Croce, che replicando a Parri, senza però ricorrere, questa volta, all’analogia tra presa di potere delle camicie nere e «invasione degli Hyksos», scendeva sul concreto terreno dell’analisi storica, ricordando «che l’Italia, dal 1860 al 1922, era stato uno dei Paesi più democratici dell’Europa, perché il suo svolgimento, specie col governo di Giolitti, fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa nella democrazia, grazie alla quale le plebi acquistarono carattere di cittadini, si riunirono in associazioni e Camere del lavoro, ottennero l’arma degli scioperi, ebbero leggi protettive del lavoro e con i consecutivi allargamenti dell’elettorato giunsero fino al suffragio universale».

Alla fine, tuttavia, permaneva, in Croce, qualcosa di non detto, d’irrisolto nel suo approccio alla storia del fascismo, di cui resta traccia nella lezione, L’obiezione contro le storie dei propri tempi, tenuta agli alunni dell’Istituto di Studi storici di Napoli nell’anno accademico 1949-1950, dove il maestro riferiva ai futuri analisti del passato, destinati a operare nell’Italia repubblicana, sulla sua invincibile repulsione a cimentarsi in una ricostruzione storica del fascismo che lo avrebbe obbligato «a mettermi a contemplare e indagare uomini e fatti a me odiosi e ripugnanti e fastidiosi verso i quali non solo non provavo la vile gioia della vendetta, ma non mi era lecita gioia alcuna perché essi si legavano al danno e all’onta, a me amarissima, della mia patria, illusa, tradita, offesa, vituperata».

Si è detto che questo invito alla rimozione del passato provocò il perverso risultato di bloccare sul nascere, per molti anni, la possibilità di un’analisi del fascismo come «problema storiografico», per la quale si dovette attendere l’opera di De Felice, con non piccolo nocumento alla crescita civile del nostro Paese. E questa è costatazione difficilmente oppugnabile, a patto di ricordare, però, che anche Togliatti, dopo le lezioni moscovite sul fascismo del 1935, ritornato in Italia e assunte responsabilità di partito e di governo, abbandonò il progetto di un’organica analisi del Ventennio nero. Il «Migliore» volse invece, allora, la sua attenzione verso altri periodi della storia d’Italia e in particolare a quell’età giolittiana che, concordemente a Croce e rovesciando il giudizio di Parri, valutò molto positivamente «come il decennio di massimo benessere, di relativa tranquillità, di stabile equilibrio delle forze, di apertura verso il movimento socialista», prima del fatale 1915 e dell’insorgere della «guerra sovvertitrice» della Belle époque liberale.

Ciò che, comunque, non va dimenticato, è che non fu una tesi di comodo, quella del fascismo «come parentesi», né fu un argomento da riportare al supposto, ottimismo storico (naturalmente, idealistico) di Croce. Fu, invece, anche questa, una scelta del suo tormentato itinerario biografico, assunta, non senza profondo travaglio, nell’ostile realtà di un tempo drammatico che aveva lasciato il segno anche nell’hortus conclusus dell’autonomia della speculazione storica.

(Pubblicato il 31 luglio 2019 © «Corriere della Sera» - La nostra storia)

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